Razze che passione: perché continuiamo a comprare cani più a rischio per problemi di salute?

Un gruppo di ricerca danese ha indagato il fenomeno chiedendolo direttamente ai proprietari di quattro razze, chihuahua, bulldog francese e cavalier king charles spaniel e cairn terrier

Il bulldog francese è tra le razze più in voga negli ultimi anni, e tra i cuccioli maggiormente importati dall’Est Europa. Fotografia di Frosya a, Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0

SCOPERTE – Perché continuiamo ad acquistare razze canine con maggior rischio di problemi di salute, a causa della conformazione del corpo o perché soggette a diverse malattie ereditarie? Cerca di rispondere uno studio pubblicato di recente su PLoS ONE, dove gli scienziati guidati da Peter Sandøe dell’Università di Copenhagen l’hanno chiesto direttamente ai proprietari.

Analizzando il tema, ai ricercatori è sembrato un paradosso che molte razze siano sempre piuttosto popolari nonostante il loro fenotipo particolare, musi schiacciati soprattutto, le renda maggiormente soggette a patologie e problematiche rispetto ad altre o ai cani meticci. Un’altra sfumatura di questo paradosso è che persone che tengono moltissimo al proprio cane abbiano allo stesso tempo scelto una razza che più facilmente avrà bisogno di assistenze mediche speciali.

La maggior parte dei proprietari considera “normali” per la razza anche segnali che indicano un malessere del cane, come la respirazione molto difficoltosa negli animali a muso molto corto, che di conseguenza non ricevono le dovute attenzioni. Allo stesso tempo le ricerche non fanno ben sperare per il miglioramento del benessere di alcune delle razze più famose, come il bulldog inglese, la cui variabilità genetica è bassissima al punto tale che anche una selezione inversa potrebbe non essere ormai in grado di migliorare il profilo del benessere dei cani.

Sempre più razze, inoltre, vengono selezionate per offrire cani più piccoli, con occhi sporgenti e zampe tozze, una pratica a volte estrema sulla quale, negli ultimi anni, molti professionisti dagli allevatori ai veterinari hanno cercato di fare corretta informazione. Per sensibilizzare il pubblico a partire dai compratori, la cui domanda per cani sempre più “da borsa” (il fenomeno dei cani toy e l’ancora più estrema taglia teacup) o con determinate caratteristiche, quasi degli status symbol, è ciò che guida il mercato.

Ma questo fenotipo è ciò che ci attira, non solo come compratori di cani ma come esseri umani. Questo perché rientra nei cosiddetti segnali infantili o Baby Schema, come li ha chiamati nel 1943 l’etologo premio Nobel Konrad Lorenz dopo averli individuati sia nei mammiferi che negli uccelli. Si tratta di tutte le caratteristiche infantili come testa grossa, arti corti e grassottelli, andatura incerta e occhi grandi che ci spingono a volerci prendere cura di un animale, inducendo un comportamento parentale. Vale per i cani ma anche per i gatti.

Così Sandøe e i colleghi hanno cercato di capire cosa spinge le persone ad acquistare comunque quattro razze in particolare: bulldog francese, chihuahua, cairn terrier e cavalier king charles spaniel. Che tipo di pianificazione fanno prima di ottenere il cane (hanno letto dei libri  sulla razza/ contattato allevatori/ chiesto a conoscenti con la stessa razza…) e quali elementi considerano: problemi di salute? Indole? Facilità nell’addestramento? Inoltre volevano indagare se i problemi di salute affrontati nella cura del proprio cane avessero influito sul rapporto cane-padrone o sull’intenzione di quest’ultimo di acquistare nuovamente, in futuro, la stessa razza.

Dalle risposte di quasi 850 persone, tutte residenti in Danimarca, hanno scoperto che tra una razza e l’altra le motivazioni sono estremamente diverse. I proprietari dei chihuaua erano quelli ad aver pianificato di meno l’acquisto, mentre i proprietari dei cairn terriers quelli che, nella decisione, avevano tenuto maggiormente in considerazione i problemi di salute cui sono soggette le varie razze. Per chi aveva scelto un bulldog francese o un cavalier king la motivazione traino era stata non la salute ma il carattere, meno importante invece per i proprietari di chihuaua.

Anche l’esperienza dei problemi di salute (o comportamentali) nel cane aveva avuto, sui vari proprietari, effetti diversi. Per i proprietari di cavalier king e chihuahua si era tradotta in un rapporto più stretto con il proprio animale, mentre solamente per i proprietari di bulldog francese, di tutte e quattro le razze considerate, il risultato era che più difficilmente avrebbero scelto nuovamente la stessa razza in futuro.

Nell’ottica di questi risultati, scrivono gli scienziati nel paper, sembra meno paradossale che razze più soggette a particolari problemi siano ancora in voga e anzi, diventino più popolari. Allo stesso tempo è evidente che sapere del maggior rischio di problemi di salute non scoraggia le persone dall’acquisto, perché sul piatto della bilancia pesa di più l’aspetto estetico del cane. E che per affrontare la questione, incoraggiando gli acquirenti a fare da leva per un allevamento responsabile – che abbia sempre il benessere canino come priorità – sarà necessario trovare un modo diverso.

L’allevamento canino in Danimarca, precisano, è ancora libero dalle cosiddette puppy farm o puppy mill (che negli USA sono almeno 10.000 per un commercio non sempre limpido), i negozi di animali non possono vendere cuccioli e quasi tutti i 70.000 cagnolini acquistati ogni anno provengono da piccoli allevatori con due, massimo quatto cani riproduttori. Per chi supera le due cucciolate l’anno sono richieste ispezioni e documentazione particolari. Un’eccezione, che probabilmente è denominatore comune per molti paesi europei, è l’importazione non sempre legale di cuccioli dall’Est Europa. Che vede torreggiare tra le razze importate proprio i bulldog francesi e i chihuahua, ancora molto di moda.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Tale cane tale padrone. Abbiamo davvero la stessa personalità?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 dove scrivo di etologia, cognizione animale e zoologia. Nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "Il diabete sui media" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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