Fantasmi al cesio

Roque Larraquy è l'autore di "Rapporto sugli ectoplasmi animali di Buenos Aires", un libro che racconta la nascita della disciplina immaginaria dell'ectografia.

Fra fantasmi e disordini, fra vita e morte, la storia dell’Argentina della prima metà del Ventesimo secolo si incrocia con la disciplina immaginaria inventata dall’autore.

STRANIMONDI – Una scimmia sedata appesa al soffitto, fotografata e presentata come se fosse un fantasma fluttuante; un falso commissionato da un senatore e realizzato da un fotografo, Severo Solpe, che da quel momento riceve molte altre richieste di immagini simili. Finché, per caso, non fotografa un fantasma vero.

Nascono così, nella Buenos Aires del 1911, la Società Ectografica Argentina e la disciplina della ectografia, protagoniste del libro di Roque Larraquy, Rapporto sugli ectoplasmi animali di Buenos Aires. Un libro breve (meno di cento pagine) e singolare, che raccoglie una serie di avvistamenti di fantasmi animali, fotografati da Solpe e dai suoi assistenti.

Il libro è diviso in quattro parti, secondo un andamento temporale irregolare. La prima parte (1938-1957) contiene una serie di rapporti che introducono il lettore al variegato bestiario di fantasmi animali immortalati dai fotografi della Società Ectografica, e ai due principali allievi di Solpe, Martin Rubens e Julio Heiss. I quattro rapporti della seconda parte (1940-1953) non si limitano a descrivere alcuni casi ma iniziano ad approfondire la disciplina della fotografia ectografica. Si parla quindi di corpi eterici, del perché gli ectoplasmi degli animali estinti siano un’eccezionale rarità o di alcune delle differenze fra le due scuole di pensiero dell’ectografia animista, sostenuta da Rubens, e di quella materista, sostenuta da Heiss.

Nella terza parte (1911-1928), Larraquy entra nel vivo della sua finzione narrativa e scientifica, raccontando l’episodio della scimmia sedata, la nascita dell’ectografia e il suo sviluppo, fra serendipità ed errori di interpretazione. Non c’è niente di mistico nelle tecniche usate dai fotografi della Società per immortalare gli ectoplasmi, rigorose nella loro scientificità: dalle lastre di cesio freddo – da cui prende il nome la sindrome del cesio, cioè la perdita del senso del mistero, e della paura della notte e delle sue figure, che affligge i professionisti dell’ectografia – al carbonato di calcio usato per “catturare” i fantasmi, dai range di potenza in cui diversi corpi eterici diventano visibili fino ai protocolli sperimentali per la produzione di ectoplasmi artificiali.

Le conseguenze di questi ultimi – spesso crudeli – esperimenti e l’impennata del prezzo del cesio, dovuto all’aumento della vendita delle radio nelle quali è usato, sono le preoccupazioni che tormentano Severo Solpe nel 1930. Siamo così arrivati alla quarta e ultima parte del libro, incentrata sulle riflessioni di Solpe così come emergono dalle lettere che invia al senatore Dubarry. Lettere che il fotografo scrive nei primi giorni di settembre, poco prima, quindi, che il generale José Félix Uriburu prenda il potere con un golpe, il primo di una lunga serie, che darà inizio alla Década Infame.

Fra fantasmi e disordini, fra vita e morte, la storia dell’Argentina della prima metà del Ventesimo secolo si incrocia con la disciplina immaginaria inventata dall’autore, in un’atmosfera surreale sempre in bilico fra l’ironico e il drammatico. La bizzarra carrellata di ectoplasmi animali non può non ricordare il bestiario immaginario di Jorge Luis Borges, mentre la finta disciplina dell’ectografia richiama le recensioni di libri inesistenti e le biografie inventate che spesso comparivano nei racconti del celebre scrittore argentino.

Con un linguaggio asciutto ed elegante, Larraquy confeziona un libro molto bello, riprendendo certi parallelismi fra scienza e arte già esplorati nel suo esordio narrativo, La comemadre (mai tradotto in Italia), e riuscendo a dare consistenza tanto alla scienza immaginaria dell’ectografia, quanto alle riflessioni che essa suscita in coloro che la esercitano, a partire da Solpe. A dargli man forte ci sono le notevoli illustrazioni di Diego Ontivero, che alternano richiami al testo – un occhio in un guscio, la sagoma di un cavallo – e forme più astratte, tutte accomunate dall’uso di figure geometriche e colori desaturati.

Leggi anche: L’ipotesi della Terra piatta

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Michele Bellone ()
Mi occupo di comunicazione della scienza e giornalismo scientifico. Collaboro con Zadig su due progetti europei, e ho scritto e scrivo per Focus, Micron, Oggiscienza, Oxygen, Pagina 99, Pikaia, Le Scienze, Scienzainrete, La Stampa, Wired.it. Ho anche un blog: www.lineegrigie.it

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