Un raffreddamento transitorio e strettamente locale

Fluttazioni della temperatura sulla Penisola Antartica dovrebbero dimostrare che la nuova era glaciale è iniziata nel 1999. Non ci riescono.

Una mappa termica della NASA ottenuta da sensori satellitari.

IL PARCO DELLE BUFALE – Si ringrazia il signor Rinaldo Sorgenti per aver raccomandato quale fonte di informazione “scientifica” il blog del tenente colonnello G. Guidi, ingiustamente trascurato dalla presente rubrica.

Su segnalazione di una lobby britannica del petrolio e del carbone il 14 aprile scorso, in Italia alcuni siti specializzati nel negare l’effetto serra dei gas serra hanno accolto con deplorevole ritardo compensato da un lodevole entusiasmo un’analisi della temperatura nella Penisola antartica fra il 1998 e il 2015 pubblicata in febbraio da Marc Oliva e colleghi su una rivista dedicata “all’ambiente e al suo rapporto con l’umanità”.

Secondo gli autori, il 1999 segna un punto di svolta. Sarebbe iniziata una tendenza al raffreddamento di 0,4-0,9°C a decennio. C’è un margine d’incertezza consistente tra 0,4 e 0,9, è vero, ma è difficile calcolare una media decennale quando si scelgono 16 anni di dati, partendo dal picco del 1998 che superava di 1°C una tendenza al riscaldamento lunga cinquant’anni.

Al ten. col. Guidi pare una breaking news, ma su Nature nel luglio 2016, John Turner e colleghi trovavano  anch’essi un raffreddamento della Penisola tra il 1999 e il 2014, statisticamente “significativo” soltanto durante l’estate locale. Lo confrontavano con una decina di stime precedenti, e concludevano:

tutti questi studi indicano che il riscaldamento veloce della Penisola antartica dagli anni Cinquanta e il successivo raffreddamento dalla fine degli anni Novanta stanno entro i confini dell’ampia variabilità naturale del clima nella regione su scala decennale.
Il ten. col. Guidi è noto per affermare che “in natura la media non esiste”. Eppure è certo che una media di 0,4 o forse 0,9 °C a decennio renda

definitivamente vani gli sforzi del 2009 della compagine che tutti ci salverà, quando sulla copertina di Nature troneggiava un Antartide rosso come un peperone grazie al mirabolante esercizio statistico del paper di Steig et al., che già allora si beccò un bel rebuttal per manifesta mano patriottica nella scelta dei dati da mostrare.

Nella realtà, sulla copertina troneggiava una mappa termica della NASA ottenuta da sensori satellitari sui quali è difficile allungare una mano patriottica o meno, ed era rosso peperone l’Antartide occidentale.

Nel “rebuttal” invece, il lobbista Steve McIntyre, un ingegnere aeronautico, un docente di informatica e un finanziere sostenevano che l’analisi delle componenti principali era una tecnica migliore di quella scelta da Eric Steig, Drew Shindell, Michael Mann e altri climatologi.

Forse perché la suddetta analisi surriscaldava la Penisola di ben 0,35 °C a decennio e contraddiceva sia i rilevamenti a Terra che i sensori satellitari, il miglioramento è rimasto ignorato. In primis da Eric Steig e colleghi, che il ten. col. Guidi accusa di falsificazione, prima di chiedere

Ora, se possibile, vorremmo che qualcuno ci spiegasse com’è che qui sta andando tutto in malora causa caldo passato, presente e, soprattutto futuro, e una parte così vasta e così importante del pianeta non se ne accorge neanche. Come lo vogliamo chiamare Glocal warming?

Servizievole come sempre, la custode del Parco prova a spiegare com’è che qui va in malora la vista dell’alto ufficiale delle Forze Armate.

Il paper del 2009 calcolava un aumento di oltre 0,1°C a decennio sull’estremità nord-occidentale dell’Antartide, un lieve raffreddamento nell’Antartide centro-orientale e una media continentale in aumento di circa 0,1 °C a decennio.

Poiché la nuova media riguarda lo 0,1% della superficie del pianeta, la custode stava per suggerire il termine “very local cooling” quando una lezioncina di statistica le ha fatto capire l’errore nel “mirabolante esercizio” di Marc Oliva e colleghi.

Hanno usato il test di Mann-Kendall, che serve a isolare un andamento “monotonico”, lineare e costante nel tempo. Nella Penisola Antartica (come nel resto del mondo) però, la temperatura annua è tutt’altro che monotonica:

Bastano le variazioni misurate nel 2016 e nel primo trimestre del 2017 – i cerchi rossi nel grafico di Tamino – a ripristinare la tendenza di prima e a togliere al ten. col. Guidi e ai suoi ammiratori la speranza che la nuova era glaciale sia iniziata nel 1999.

Leggi anche: Antartide senza veli

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