Nuova Zelanda, Hawaii, Isole della Sonda: ecco gli hotspot delle specie aliene

Le specie alloctone sono una delle minacce più gravi per la biodiversità, ma mettono a rischio anche salute e attività umane. Uno studio evidenzia i punti caldi, dove le misure di biosicurezza andrebbero rafforzate.

Il serpente lupo comune (Lycodon capucinus) è originario del SudEst asiatico, ma oggi si può trovare nell’Isola di Natale, nell’Oceano Indiano. Crediti immagine: Pablo García-Diaz

AMBIENTE – Le specie invasive sono oggi una delle più grandi minacce per la biodiversità: sottraggono le risorse alle specie autoctone degli ambienti che colonizzano, trasmettono patogeni, possono essere pericolose per la salute umana – pensiamo alla zanzara tigre e al tossico Pànace di Mantegazza – e danneggiare l’agricoltura.

La gravità e la portata dell’invasione non vengono sempre percepite come vere e proprie minacce (“cosa potrà mai succedere se libero le tartarughine vicino al fiume? Che c’è di male se nelle città italiane si sono stabiliti i pappagalli africani?”) ma il danno è quantificato: ogni anno la presenza delle specie aliene costa all’Unione Europea una cifra che, secondo le stime, oscilla tra i 12 e i 20 miliardi di euro. Tra il 1970 e il 2007 la loro presenza si è impennata, con un aumento di quasi l’80%

Ora sulle pagine di Nature Ecology & Evolution è comparsa la prima analisi delle specie aliene condotta a livello globale, che ha permesso agli scienziati di mettere dei “segnaposto” sugli hotspot  in cui proliferano otto gruppi in particolare: anfibi, formiche, uccelli, pesci d’acqua dolce, mammiferi, rettili, ragni e piante vascolari.

La ricerca, coordinata dalla Durham University del Regno Unito, è stata condotta con i dati su 186 isole e 423 regioni dell’entroterra; ha confermato che le specie alloctone trovano terreno fertile soprattutto sulle isole e sugli ambienti costieri, probabilmente perché ci sono più punti di ingresso come i porti, spiega Wayne Dawson, che ha coordinato lo studio. I tre vincitori in questa gara di invasione? Le isole Hawaii, le Piccole Isole della Sonda in Indonesia e la Nuova Zelanda.

Alle Hawaii si trovano rappresentanti per ognuno degli otto gruppi studiati dagli scienziati, mentre la Nuova Zelanda vanta un primato agghiacciante: metà delle piante che vivono nello Stato sono aliene e i piccoli predatori alloctoni come ratti, ermellini gatti e opossum sono più che ben inseriti, ai danni dell’avifauna neozelandese che per milioni di anni si è evoluta in assenza di minacce terrestri.

Ogni anno più di 20 000 uccelli autoctoni soccombono a causa dei predatori introdotti ed è per questo che la Nuova Zelanda si è di recente imbarcata in un ambizioso progetto a lungo termine: eradicare le specie invasive entro il 2050, sostenendo costi che promettono di toccare i 30 milioni di dollari.

Anche spostandosi dalla top three non mancano dei casi di straordinaria “alienità”: l’Inghilterra ospita un numero di piante e animali alieni molto più elevato rispetto alla media. Ci sono i parrocchetti dal collare, che vivono anche in Italia con grandi colonie a Roma, Genova, Pavia, Milano, Palermo, ma anche la balsamina (pianta nativa dell’Himalaya), la falsa vedova nera (un ragno che ha viaggiato dalle Canarie fino all’Inghilterra grazie alle casse di frutta) e infine i famosi e ubiquitari scoiattoli grigi americani, che hanno ridotto all’osso lo scoiattolo rosso.

Negli Stati Uniti la Florida, in particolare l’ecoregione delle Everglades, è uno dei casi più noti e hotspot di specie aliene tra le aree costiere. Il protagonista è il pitone birmano, affiancato da un alieno molto più discreto: formiche alloctone della specie Nylanderia fulva.

Quando la popolazione umana aumenta si crea ulteriore terreno fertile per le specie aliene, spiega Dawson in un comunicato, e quest’effetto è amplificato nelle isole. Non è chiaro però se sia in primis il disturbo delle attività umane a creare direttamente “spazi vuoti”, che le specie aliene opportunistiche non tardano a riempire, o se le dinamiche includano altri fattori non ancora compresi.

Ma mentre il mondo diventa sempre più connesso, un numero sempre maggiore di specie e di persone continuerà a spostarsi da una parte all’altra del globo. Ed è fondamentale gestire il problema delle specie invasive con conoscenze solide: secondo gli autori dello studio, la prevenzione contro le specie aliene dovrebbe iniziare proprio dalle aree costiere e dalle isole. “Questo include aumentare le misure di biosicurezza nei maggiori punti di ingresso in modo da rilevare le specie clandestine, come già si sta facendo a livelli impressionanti in Nuova Zelanda”, spiega Dawson in un comunicato.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Rewildling, il vaso di Pandora della conservazione?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

 

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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