Le foreste pluviali: a che punto siamo?

Questo mese su OggiScienza raccontiamo delle foreste pluviali sul pianeta, tra ricchezza di biodiversità, deforestazione e cambiamenti climatici.

SPECIALE GIUGNO – Brasile, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia: è qui che si concentra il 60% delle foreste pluviali presenti sulla Terra. Diffuso in climi e altitudini diverse, questo ecosistema è caratterizzato da temperatura stabile (intorno ai 20-25°C), piogge abbondanti, mancanza di luce a livello del suolo e un terreno acido e povero di nutrienti. La foresta pluviale tropicale è composta da una serie di strati, ognuno dei quali ospita diverse specie vegetali e animali. Nello strato più alto, detto strato emergente, crescono alberi alti fino a 60-70 metri.

Con una superficie di 9 milioni di Km2, le foreste pluviali rappresentano il 6% di tutte le terre emerse. Eppure, più della metà del milione e mezzo di specie presenti sulla Terra vivono in questo ecosistema.  Qui ogni anno vengono scoperte più di 2000 nuove specie di piante: più di 1000 specie di orchidee sono state caratterizzate nel solo stato del Sarawak, in Malesia. Ma questi numeri sono destinati a crescere: anche nel Borneo, dove le foreste pluviali sono state studiate più in dettaglio, i ricercatori stimano che le specie identificate finora corrispondano al 15-35% del totale.

Sulle ragioni di questa ricchezza i ricercatori hanno varie teorie legate alla lotta interspecie oppure alla stabilità delle condizioni, che si è mantenuta per anni. Secondo altre ipotesi, l’evoluzione avverrebbe più rapidamente nei climi più caldi. Un’altra possibilità è che la biodiversità sia stata favorita dall’isolamento di piccole regioni della foresta in diverse condizioni microclimatiche. Anche i movimenti geologici, come quelli che hanno stimolato l’innalzamento delle Ande, potrebbero aver favorito la varietà di piante e animali. Un contributo fondamentale è poi legato alla presenza dell’uomo: comunità di cacciatori e agricoltori che vivevano nelle foreste sono state rintracciate sin da 9.000 anni fa. Uno studio pubblicato di recente su Science ha evidenziato come le popolazioni che hanno abitato la foresta amazzonica per 8.000 anni abbiano contribuito a modificare le specie di piante che popolano questa regione. Ancora oggi, si stima che un numero compreso tra 750 milioni e un miliardo di persone dipenda direttamente dall’ecosistema della foresta e dell’agroforesta per cibo, energia e mangime per gli animali.

I pericoli della deforestazione
Studi che usano metodi diversi propongono stime variabili sul tasso di deforestazione, ma su un aspetto i ricercatori sono d’accordo: i numeri sono preoccupanti e mettono a rischio la sopravvivenza di migliaia di specie. La superficie delle foreste pluviali, che oggi è pari a circa 9 milioni di Km2 , è dimezzata negli ultimi cinque o sei decenni. Sebbene negli ultimi anni si sia assistito a una inversione di tendenza – con l’esempio più evidente in Brasile, dove i sistemi di monitoraggio hanno evidenziato una diminuzione del tasso di deforestazione del 70% – la strada da fare è ancora lunga.

La storia e le cause della deforestazione variano a seconda delle regioni. Le foreste tropicali dell’Amazzonia, del sud-est asiatico e dell’Africa sono rimaste intatte fino agli anni ’70, mentre quelle dell’America centrale erano state già aggredite in precedenza. Se oggi nelle regioni orientali e meridionali dell’Amazzonia il pericolo principale è rappresentato dagli allevamenti di bestiame e dalle coltivazioni di soia, in Indonesia e Malesia le minacce più grandi sono l’industria dell’olio di palma e del legname. Nelle regioni dell’Africa centrale uno dei fattori principali – insieme al taglio del legname – è l’agricoltura di piccola scala. Negli ultimi anni, più dell’80% delle nuove terre dedicate all’agricoltura provengono da foreste. Nel complesso, secondo uno studio dell’Università del Maryland guidato da Matthew Hansen e pubblicato nel 2013 su Science, la perdita di foreste tropicali nel periodo 2000-2012 è stata di 1,1 milioni di km2, una superficie pari a quella occupata dalla Spagna.

Monitoraggio globale
Per rallentare o frenare la perdita di foreste, governi e ricercatori stanno sviluppando dei sistemi di monitoraggio basati sulle immagini satellitari. Proprio a partire dai dati dello studio dell’Università del Maryland ha avuto origine il Global Forest Watch, un’iniziativa di monitoraggio globale condotta dal World Resources Institute. Questa piattaforma fornisce una mappa interattiva con informazioni dettagliate sulla perdita di foreste in tutto il mondo. Un nuovo metodo sviluppato di recente dallo stesso Matthew Hansen permette di individuare gli hot spot di deforestazione tramite immagini satellitari ad alta risoluzione. Questo approccio ha già permesso di identificare la perdita di alcune foreste in Brasile, Repubblica Democratica del Congo e Indonesia. Una delle applicazioni più interessanti di questa metodologia è quella di poter valutare gli impatti delle misure politiche adottate negli anni successivi all’approvazione. Lo stesso tipo di analisi potrebbe essere applicato anche ai dati che riguardano gli incendi. In Indonesia, per esempio, un problema importante è rappresentato dagli incendi illegali. Capire quali sono le aree più a rischio potrebbe essere una soluzione per prevenire e ridurre l’impatto degli incendi futuri.

Leggi anche: La Foresta di Białowieża, il patrimonio ancestrale di un’Europa da salvare

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