Foreste pluviali, miniere di risorse e di conflitti

Le foreste pluviali dispongono di ricchezze naturali a cui sembra impossibile rinunciare, o che sono comunque difficili da sostituire in tempi brevi.

In molti territori coperti da foresta pluviale l’apertura di miniere di oro, ferro e metalli rari, richiamano conflitti e rivendicazioni di diritti da sempre calpestati. Crediti immagine: Pixabay

SPECIALE GIUGNO – Attorno alle foreste pluviali si gioca una partita ambientale cruciale per il futuro del nostro pianeta. Il Brasile, per esempio, patria della Foresta Amazzonica, si è impegnato a contribuire alla lotta al cambiamento climatico promettendo una riduzione consistente entro il 2020 delle emissioni riconducibili alla deforestazione – responsabile, da sola, di circa il 15% delle emissioni di gas serra – e a ripopolare le foreste per 12 milioni di ettari di terreno entro il 2030. Nel frattempo, però, solo nel biennio 2015-2016, secondo l’ultimo report dello Space Research Institute brasiliano, sono stati falciati via almeno 8000 Km2 di foresta a fronte di meno di 6000 Km2 dell’anno precedente.

Quello della deforestazione è solo uno dei complessi problemi di gestione delle risorse ambientali, materiali e immateriali, di cui dispongono le foreste pluviali.
In molti territori coperti da foresta pluviale, l’apertura, spesso illegale, e la gestione incontrollata di miniere di oro, ferro e metalli rari, richiamano conflitti e rivendicazioni di diritti da sempre calpestati, oltre a costituire una minaccia persistente per un ecosistema fondamentale per la sopravvivenza nostra e del pianeta che ci ospita.

Una miniera di risorse, ma le foreste sono già in riserva

Con un’estensione complessiva di oltre 1 miliardo di ettari a livello globale, le foreste pluviali garantiscono al nostro Pianeta un contributo essenziale in termini di benessere ed equilibrio ambientale: producono il 20% di tutto il nostro ossigeno e catturano una grande quantità di anidride carbonica; oltre a mitigare l’effetto serra, le foreste pluviali regolano complessivamente la temperatura della Terra, assorbendo buona parte delle radiazioni solari; aiutano inoltre a sostenere il ciclo dell’acqua – delle precipitazioni che colpiscono le foreste pluviali, più del 50% torna nell’atmosfera per evaporazione, a beneficio delle piogge in tutto il pianeta.

A parte il ruolo di termostato naturale, le foreste pluviali garantiscono benessere anche come riserva di risorse materiali di uso quotidiano: dalle foreste tropicali arrivano vari tipi di legno per i nostri mobili come teak, balsa, palissandro e mogano, fibre come rafia, bambù, rattan; tra gli alimenti diverse spezie come cannella, vaniglia, zenzero, e frutta come banane, papaya, mango oltre a cacao e caffè.

Le foreste pluviali forniscono un supporto strategico anche per la cura della salute. Da qui vengono infatti molte materie prime per produrre farmaci: secondo il National Cancer Institute USA, nelle foreste pluviali si trova il 70% delle piante utili per il trattamento del cancro; altre piante sono utilizzate per la produzione di rilassanti muscolari, di steroidi e di insetticidi, per trattare la malaria, le malattie cardiache e l’asma – e finora è stato sfruttato solo l’1% delle specie con poteri curativi.

Queste eccezionali riserve conservano anche diverse risorse minerarie, dai metalli preziosi ai metalli rari, probabilmente il nodo più difficile da sbrigliare nella matassa della gestione ambientale delle foreste pluviali. Le miniere rappresentano in questo contesto un pomo della discordia che interessa diversi attori nel mercato internazionale, e continua a mettere in ombra altre urgenze e allarmi.

Proprio in questi giorni, in Brasile il movimento ambientalista capitanato dalla modella Giselle Budchen festeggia una prima vittoria, non ancora risolutiva, in una battaglia contro una proposta di legge del Ministro delle miniere che intende abolire un decennale bando sulle estrazioni minerarie da parte di compagnie estere. La regione finora protetta custodirebbe almeno una dozzina di minerali preziosi diversi, tra cui oro, argento, titanio e diamanti – a detta del geologo Dos Santos.

L’iniziativa del governo brasiliano è giustificata, secondo il ministro Fernando Coelho Filho, dal rallentamento in tempo di crisi di un settore risolutivo ma non abbastanza attrattivo: la crisi economica andrebbe insomma affrontata attingendo a tutte le risorse naturali possibili. La proposta è stata accolta da molti come azzardata: non si conosce in realtà l’esatta entità della ricchezza mineraria della regione, il progetto di eliminare la protezione ignora ovviamente l’impatto dovuto alla deforestazione, non mette in conto il rischio di inquinamento e, soprattutto, dimentica totalmente quella che è stata la storia recente dell’industria mineraria in Amazzonia, potenzialmente pericolosa per le stesse ragioni in altri territori pluviali.

Dos Santos, attivista nel movimento ambientalista a favore del ‘protezionismo’ minerario, è lo stesso geologo che ha scoperto per caso a fine anni ’60 il sito di Carajas, probabilmente la più grande e produttiva miniera di ferro al mondo.
Dall’inizio dei lavori, nel 1985, l’estrazione del ferro è proseguita un ritmo di 24h al giorno. Così nel tempo la miniera di Carajas si è allargata trasformando radicalmente la morfologia del paesaggio circostante, incontrando lungo il suo percorso di accrescimento diversi ambienti di grande valore archeologico – caverne abitate in un passato lontano e databili a circa 9000 anni fa.

Il ferro estratto da Carajas finisce nelle industrie metallurgiche di tutto il mondo, e i migliaia sono i posti di lavoro garantiti da quella che sembra una vena inesauribile.
Per questo, è dura portare all’attenzione delle decisioni politiche i dati sull’impatto ambientale della miniera, finita anche nell’agenda del summit Rio+20 del 2012 , e che più di recente è monitorata dalle sentinelle del Carjas National Forest, esperti allertati delle discutibili rassicurazioni della compagnia estrattiva Vale sulle precauzioni prese.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, sono quattro i punti caldi che interessano il 90% della deforestazione. Solo dal 2007, per far spazio alle miniere d’oro sono stati cancellati 1300 Km2 di foresta e almeno un terzo di questa deforestazione è avvenuta a pochi chilometri da aree protette, come il Parco nazionale di Rio Novo in Brasile o Bahuaja Sonene in Perù, dove inoltre sono anche aumentati pesantemente i livelli di avvelenamento da mercurio, necessario per estrarre l’oro dalle rocce. Ciononostante, sono ancora molti i paesi disposti a svendere le proprie foreste e già nel 2010, nella sola area peruviana di Madre de Dios, si contavano più di 12.000 minatori attivi, molti dei quali anche senza licenza.

Come si spiega questo nuova, sfrenata corsa all’oro nel totale disinteresse del futuro delle foreste? La crisi economica è certamente il fattore predominante, che ha spinto multinazionali e singoli privati a investire in oro come riparo da nuovi scossoni finanziari, facendone lievitare il prezzo da 250 dollari all’oncia del pre-crisi fino ai quasi 1500 di oggi. Così come per altre risorse, preziose e importanti per il mercato per altre ragioni, la ricerca dissennata dell’oro comporta una perdita collaterale di biodiversità, oltre che un alleggerimento sproporzionato delle stesse riserve di oro.

Il Perù è uno dei maggiori produttori ed esportatori di oro in tutto il mondo (Stati Uniti, Canada, Svizzera, India, UK): per favorire l’estrazione mineraria ospita uno degli hotspot a più densa deforestazione ed è quindi uno dei siti che soffre di più in questo senso. Secondo uno studio del Carnegie Institution for Science, condotto grazie a una scansione laser LIDAR ottenuta ad alta quota, proprio l’area Madre de Dios ha perso in cinque anni, dall’inizio della crisi, quasi 64mila Km2 di foresta (e danni analoghi li hanno subiti altre aree peruviane, come dimostrano immagini satellitari della NASA).
I risultati ottenuti dallo studio hanno mostrato uno scenario inaspettato, peggiore del previsto. Se insieme al disboscamento, e alle attività minerarie si considerano infatti altri interventi umani come l’allevamento o l’agricoltura, risulta che flora e fauna del luogo sono perse per sempre, tutto a favore di un accumulo di oro nel breve termine.

Chi paga il conto?

Il ministro brasiliano confida in una ritrovata ricchezza per il paese nella riapertura delle aree protette a investitori stranieri. Finora però, l’estrazione mineraria ha causato solo sofferenza per le popolazioni del luogo, non sempre coinvolte in una ridistribuzione di questa ricchezza indotta. In Perù l’assenza di uno stato forte, ma anzi a volte complice delle attività illegali o comunque senza regole adeguate, ha trasformato le proteste in conflitti sanguinari – come nel caso dell’assassinio qualche anno fa di Edwin Chota, popolare attivista ambientalista (proprio dopo la morte di Chota il governo peruviano aveva stilato un accordo con la Norvegia per frenare la deforestazione in cambio di finanziamenti).

L’ultimo report pubblicato dal GIATOC -Global Initiative Against Transnational Organized Crime, segnala che quasi il 30% dell’oro estratto in Perù può considerarsi illegale, e va a ingrassare le tasche dei trafficanti di droga, mentre comunità indigene come gli Awajùn e Wampìs perdono l’approvvigionamento idrico, visto che i fiumi vengono deviati o inquinati da mercurio. Le popolazioni più povere perdono cioè il diritto all’acqua, in sostanza alla sopravvivenza.

La situazione è altrettanto drammatica in Amazzonia, dove a Paracatucapitale storica dell’attività mineraria brasiliana – per ogni 0,4 gr di oro recuperato si liberano in atmosfera e nelle acque 1 Kg di arsenico.
La caccia alle miniere (con annesso consumo di territorio record) degli ultimi 40 anni ha fatto conoscere anche all’Amazzonia le conseguenze della morte dei fiumi e dei traffici illegali. Qui, a subirne le conseguenze sono in maggioranza gli Indiani Kapayo – una comunità di circa 7000 persone – insieme ad altri 5.500 indigeni sparsi in 14 tribù diverse.

In questa terra di nessuno, dove mancano sostanzialmente riferimenti istituzionali, nonostante abbiano difeso la loro terra per generazioni, l’unica speranza vera oggi per i Kapayo è l’aiuto delle organizzazioni umanitarie non governative, iniziative come il Kapayo Project , o ONG come l’Environmental Defense Fund, che opera contando su un consistente supporto scientifico.
Sono proprio nuove soluzioni tecnologiche e sistemi di tracciamento che potrebbero aiutare gli indigeni e non solo a monitorare lo stato di degrado delle foreste e avere quindi più forza di rivendicazione e contrattazione con la politica.

Secondo il Peruvian Amazon Research Insitute, per esempio, oltre che con le immagini satellitari, si potrebbe ricorrere al tracciamento basato sul DNA degli alberi, per capire se  un carico di legno ha una provenienza legale o meno, così come diverse varianti di sensori wireless possono produrre dati in un network utile a prevenire i rischi ambientali in miniera, fino al livello di fenomeni micro-sismici.

Le riserve minerarie delle foreste pluviali, soprattutto quelle sudamericane, sono imponenti ma, vista la voracità con cui si scava corsa all’oro e deforestazione potrebbero rallentare notevolmente.
C’è quindi da capire come e se si potranno rigenerare i suoli persi. Secondo diversi studi, far rivivere le foreste perse, sarà una sfida molto faticosa, e non è detto che gli sforzi possano essere pareggiati dalle ricchezze accumulate finora.

Leggi anche: La foresta pluviale, un bioma che rischia di scomparire a causa del cambiamento climatico

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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