Il turismo che fa male alle isole tropicali

La naturale resistenza ecologica delle isole tropicali è sufficiente per sostenere la crescente pressione del flusso di turisti?

La domanda crescente di acqua potabile nelle isole ad alto tasso di turismo è diventato un problema piuttosto serio fin dagli anni ’60 del secolo scorso. Crediti immagine: Pixabay

SPECIALE AGOSTO – Secondo gli ultimi dati diffusi dal World Tourism Organization (UNWTO), il traffico generato dal turismo a livello globale è cresciuto del 4,6%, equivalente in ricchezza prodotta, solo per gli Stati Uniti, a circa 1,5 miliardi di dollari. Alla consapevolezza che turismo e crescita sono strettamente legati da un reciproco beneficio, ancora non si accompagna tuttavia una gestione più attenta del patrimonio che garantisce questa ricchezza. L’eccezionale biodiversità che affascina e attrae i turisti è a forte rischio per esempio nelle isole tropicali, già sofferenti nel frattempo per gli effetti del cambiamento climatico. Il passaggio di masse, anche se solo di tipo stagionale, si fa sentire su tutte le principali risorse naturali.

La complicata gestione del crescente flusso di turisti riguarda in particolare le piccole isole, meta di un numero troppo alto di turisti senza adeguate protezioni ambientali. I problemi iniziano subito, quando s’iniziano a progettare e costruire le infrastrutture e gli edifici che ospiteranno villeggianti da tutto il mondo, molto probabilmente benestanti e più esigenti: aeroporti, strade, hotel, ristoranti, piscine e sporting club, richiedono molto spazio, ovvero una quantità di suolo che generalmente le isole non possono permettersi di perdere, se non al prezzo di danni collaterali spesso irreparabili. Le coste sono i punti generalmente più fragili e minacciati per primi. Nelle zone bagnate dal mare, la popolazione locale viene evacuata e il suolo sacrificato per far spazio a resort di lusso.

Le coste tropicali, già danneggiate da perdita di suolo naturale dovuta all’erosione delle acque e alla deforestazione, subiscono così un altro duro colpo.

La scarsa tutela del suolo nei luoghi d’attrazione turistici colpisce in realtà la maggior parte dei paesi in via di sviluppo, per esempio sulle coste dei paesi nord africani, dove si costruisce senza fare i conti con l’erosione delle riserve di sabbia. Per le isole tropicali, tuttavia, l’impatto sul suolo è solo uno dei punti deboli di questo processo, a cui segue l’indebolimento di altre elementi essenziali alla sopravvivenza di questi ambienti.

La domanda crescente di acqua potabile nelle isole ad alto tasso di turismo è diventato un problema piuttosto serio fin dagli anni ’60 del secolo scorso, anche se le sue conseguenze sono state chiarite relativamente di recente, come rilevato da uno studio condotto presso le isole Unguja e Pemba di Zanzibar in Tanzania dall’Università di Lund. Secondo lo studio, la popolazione autoctona soffriva di carenza di riserve d’acqua a causa delle esigenze dei (troppi) turisti già a inizio degli anni 2000.
Combinando le statistiche dei 5 anni precedenti, riguardanti le precipitazioni e l’affluenza di 58 hotel presenti sull’isola (pari a solo circa un terzo del totale), con i dati geologici sulla capacità delle riserve idriche, i ricercatori svedesi avevano dimostrato in quell’occasione che il consumo d’acqua di turisti alloggiati in poche strutture e in tempi ristretti, era superiore a quello di un’intera regione di abitanti locali, a fronte di risorse di per sé limitate. Con il trend in crescita del turismo, la situazione si è oggi inevitabilmente aggravata, anche se non mancano esempi virtuosi di progettazione più responsabile. Proprio a sud dell’arcipelago di Zanzibar, per esempio, nell’area protetta Chumb Island Coral Park, sorge un resort a impatto zero costituito da una decina di bungalow totalmente autosufficienti; oppure nell’atollo cristallino di Tikehau, nella Polinesia francese, dove uno degli ultimi resort è stato costruito con materiale proveniente interamente dalla stessa isola e l’acqua potabile è fornita da bacini di raccolta delle acque piovane e da impianti di desalinizzazione alimentati da fonti rinnovabili. Soluzioni come queste sono ancora insufficienti, per quanto efficaci.

Se al Ninamu resort di Tikehau si fa attenzione a non danneggiare ulteriormente la barriera corallina – una delle prime vittime del riscaldamento globale – nelle isole thailandesi gli interventi sono stati a tal proposito più drastici: il Dipartimento della Marina e delle risorse Costiere tailandese (DMCR) lo scorso anno ha vietato ai turisti l’ingresso a una parte di tre isole (Koh Khai Nok, Koh Khai Nui, Koh Khai Nai), per proteggere quanto rimane della barriera corallina ormai danneggiata per almeno l’80%. Prima di questa iniziativa, nei pressi della barriera transitavano circa 60 imbarcazioni al giorno, oltre al passeggio incessante e alle attività ludiche degli ospiti, spesso a caccia di un corallo come souvenir naturale. Sotto osservazione delle autorità tailandesi ci sono altre 40 isole, ma c’è probabilmente bisogno di un progetto più ambizioso, come il Moorea Island Digital Ecosystem Avatar Project che intende sviluppare un sistema di monitoraggio e digitalizzazione completo di un’intera isola, per capirne meglio i punti deboli e l’evoluzione: una prevenzione adeguata, insomma, prima che sia troppo tardi per le isole tropicali.

Leggi anche: Isola di Pasqua, collasso ecologico o storia fraintesa?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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