Dati ittici incompleti: per alcune specie prelievo sottostimato anche del 70%

Secondo una nuova indagine, le maglie dei controlli sono troppo larghe e non c'è rigore nell'identificazione delle specie in commercio. Così sotto una sola etichetta si possono vendere anche 100 specie diverse.

La situazione già preoccupante degli stock ittici potrebbe essere anche peggiore del previsto. Fotografia Pixabay

AMBIENTE – Solo nel Mediterraneo più dell’80% delle risorse ittiche è sfruttato o sovrasfruttato. Se ci spostiamo a livello globale, quasi il 57% è sovrasfruttato e il 30% sfruttato completamente. Sono dati poco incoraggianti, sapendo che il consumo di pesce è spesso appiattito a poche specie note che troviamo facilmente in commercio e che il concetto di “pesce di stagione” è ancora difficile da mettere in pratica, anche rispetto all’offerta dei supermercati.

Eppure molti numeri diffusi sulla pesca, per quanto già preoccupanti, potrebbero non essere del tutto aderenti alla realtà. A dirlo è uno studio appena pubblicato su Nature Scientific Reports da Donna-Mareè Cawthorn e Stefano Mariani dell’Università di Salford, nel Regno Unito, che ha confrontato i dati di import-export dei vari Paesi con i database della FAO.

Per i pesci della famiglia dei Lutianidi (più noti con il nome inglese di snapper) il prelievo potrebbe essere sottostimato anche di oltre il 70%, scrivono gli autori, a causa degli scarsi controlli effettuati sull’industria ittica. In Italia se ne sente parlare poco – e spesso red snapper viene erroneamente tradotto come dentice – mentre negli Stati Uniti sono presenza comune nei banchi del pesce: gli USA sono il maggior consumatore di snapper al mondo.

Cawthorn e Mariani hanno trovato le prime discrepanze quando hanno confrontato i dati delle importazioni statunitensi con quelli delle esportazioni dei principali fornitori, ovvero il Brasile, il Messico e Panama. Anche nei rapporti della Nuova Zelanda qualcosa non quadrava: l’esportazione di questi pesci risultava importante, ma è probabile si trattasse di una specie del tutto diversa, Sparus aurata (chiamato localmente snapper).

Che si tratti di pochi controlli sulle attività ittiche o di fraintendimenti nel nome delle specie quando non è previsto un codice per il riconoscimento, come in questo caso, secondo gli scienziati è probabile che l’esportazione globale di Lutianidi risulti di un 30% più elevata della realtà. Si tratta di una vera e propria perdita di identità, dove le oltre 100 specie che appartengono a questa famiglia, con diverso stato di conservazione, distribuzione, valore e vulnerabilità, vengono commerciate con la sola etichetta di snapper.

Il caso vuole, peraltro, che proprio ora negli USA si stia discutendo sulla decisione dell’amministrazione Trump di estendere la stagione di pesca sportiva agli snapper nel Golfo del Messico, in barba alla tutela delle specie.

In ogni caso, negli Stati Uniti queste 100 specie che si trasformano in una raggiungono prezzi importanti, fino ai 75 dollari al chilogrammo (circa 64 euro). Ma quando importazioni ed esportazioni non combaciano, qualcosa è andato perso: è probabile che qualcuno non abbia dichiarato quanto davvero importa, esporta, o entrambi. E in questi confini laschi possono infilarsi comodamente anche la pesca e il contrabbando illegale di specie protette.

Non è improbabile che avvenga lo stesso per altri pesci di valore che non vengono tracciati in modo preciso, come le cernie, gli scienidi (ombrina, boccadoro…) e il pesce specchio. “Senza la possibilità di tracciare fedelmente le specie ittiche sul mercato, o di associare provenienza e consumo, gli stock ittici di snapper e di altri pesci potrebbero finire per essere sovrasfruttati e non protetti”, sottolinea in un comunicato stampa Mariani, professore di genetica della conservazione.

Un altro problema altrettanto grave, prosegue Mariani, riguarda le specie rare che vengono commerciate sottobanco, o vendute ai consumatori con nomi diversi sia nei ristoranti sia nei negozi. Ma le maglie di questo mercato sono talmente larghe che non serve essere maestri del contrabbando per riuscirci, basti dire che attualmente “persino ‘bovino’ è un’etichetta consentita, il che permette alle aziende di commerciare illegalmente gnu, bufali, bisonti, gazzelle e antilopi senza che nessuno se ne accorga”, conferma Mariani.

Se nella notte tutte le vacche sono nere, quando il sistema antepone l’industria alla tutela dell’ambiente anche i pesci non sono poi tanto diversi.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Le tegnùe da pericolo per la pesca a patrimonio di biodiversità

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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