Il pericolo celato dal gelo

A causa del riscaldamento globale, il carbonio intrappolato nei terreni ghiacciati della tundra rischia di essere riemesso nell’atmosfera a velocità e in quantità preoccupanti, innescando un circolo vizioso dannoso per il clima del nostro Pianeta.

SPECIALE NOVEMBRE – Muschi, licheni, arbusti nani, piccole e sparute betulle, qualche salice. In inverno, una distesa bianca sporcata solo da pochi ciuffi sporgenti. In estate, una distesa di verde e fiori a perdita d’occhio, abitata da renne, alci, volpi, orsi, lupi e moltissimi uccelli. La tundra non sembra esattamente un ambiente minaccioso, fatto salvo per le temperature nella stagione fredda. Eppure, l’innalzamento delle temperature sta cambiando profondamente questo habitat, costringendo gli animali a migrare o a modificare la propria dieta e mutando la diffusione delle specie arboree. Se da un lato c’è il rischio che questo tipo di ambiente scompaia, insieme alle regioni polari, a causa del riscaldamento globale provocato dai gas serra, dall’altro la trasformazione di questi territori cela un pericolo molto meno visibile.

L’immagine mostra l’estensione del permafrost artico. In colore più scuro le aree in cui il terreno ghiacciato costituisce più del 90% della superficie, in indaco tra il 50% e il 90%, in lilla tra il 10% e il 50%, fino ad arrivare a percentuali inferiori al 10 per la tonalità di viola più chiaro (NASA’s Earth Observatory).

Costituisce poco più di un decimo delle terre emerse e si tratta essenzialmente di paludi ghiacciate con poca diversità vegetale. Ma la tundra è tra gli ambienti più sensibili del pianeta. Le piante, qui, hanno sviluppato diversi adattamenti ai climi rigidi: sono più basse per resistere ai forti venti, e con radici più superficiali per assorbire l’umidità dal suolo al di sopra del permafrost. Quest’ultimo è uno strato di suolo ghiacciato e vegetali morti che si estende per 450 metri sotto la superficie: per essere definito tale deve essere rimasto a zero gradi (o meno) per almeno due anni. Nella maggior parte della regione artica resta ghiacciato tutto l’anno, mentre nelle aree più a sud lo strato superficiale si scioglie durante l’estate, formando paludi e laghi poco profondi e richiamando un gran numero di animali, tra cui insetti e uccelli migratori che se ne cibano.

Permafrost che si sgretola lungo la Beaufort Coast, in Alaska (U.S. Geological Survey – Alaska Science Center).

Con il riscaldamento globale, il freddo in autunno arriva più tardi e lo spessore di permafrost che si scioglie è maggiore, gli arbusti e gli abeti rossi, che prima non riuscivano a mettere radici, ora punteggiano il paesaggio, cambiando l’habitat degli animali autoctoni.

Alcune stime suggeriscono che il permafrost contenga tra le due e le cinque volte tanto il carbonio terrestre che è stato emesso da tutte le attività umane a partire dal 1850. Ma perché è importante che resti lì? Le piante sono in grado di assorbire anidride carbonica e il carbonio in essa contenuto va a fissarsi nei tronchi, nei rami e nelle foglie, che agiscono come un vero e proprio deposito. Quando il vegetale muore e cade a terra, viene decomposto dai microbi presenti nel suolo, che liberano in atmosfera – sotto forma di gas serra come anidride carbonica e metano – il carbonio immagazzinato. Questa riemissione, però, non avviene dappertutto: nel permafrost della tundra i microbi non sono attivi, il deposito è sigillato. Ma il riscaldamento globale potrebbe essere la chiave per aprirlo.

Se al momento le emissioni di metano dal suolo di queste aree ammontano a meno dell’1% di quelle globali, i ricercatori ritengono che questo cambierebbe in maniera sostanziale il modo in cui la Terra si sta scaldando. Migliaia di anni fa, il disgelo di tutto questo terreno fece aumentare la temperatura del Pianeta molto rapidamente, e tutti gli elementi portano a pensare che succederà di nuovo. All’epoca la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera passò da 190 a 270 ppm (parti per milione), e questo innescò l’aumento della temperatura. Ora siamo a oltre 400 ppm come media planetaria e questo processo non può che aggravare la situazione.

Uno studio congiunto della NASA e del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), pubblicato alcuni mesi fa sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), dimostra che negli ultimi anni sono in aumento le emissioni di anidride carbonica dal suolo della tundra in Alaska, in particolare all’inizio dell’inverno. Questo provoca la creazione di un circolo vizioso: maggiore è la quantità di gas serra liberata in atmosfera, maggiore sarà l’innalzamento delle temperature, con conseguente scioglimento del permafrost e ulteriore fuga di questo gas. Sempre secondo la ricerca, nella sola Alaska la quantità di anidride carbonica liberata tra ottobre e dicembre è aumentata del 70% rispetto al 1975. Se prima occorreva solo un mese al suolo per congelare all’inizio della stagione (non più così) fredda, ora ne sono necessari più di tre. E durante questi mesi l’emissione continua.

Chiaramente dovranno essere svolti altri studi per capire quanto la situazione dell’Alaska sia generalizzabile, anche e soprattutto perché le aree di permafrost in Canada e in Siberia sono ancora più estese. In più, questo comportamento non fa parte degli attuali modelli sui cambiamenti climatici: questo significa che stiamo attualmente sottostimando le emissioni di gas serra dall’Artico. E anche se alcuni scienziati sperano che la colonizzazione della tundra da parte di nuove piante possa far aumentare l’assorbimento, non è detto che il bilanciamento sia positivo, e il rischio è che si tratti di un processo troppo lungo per poter essere utile.

@giuliavnegri89

Leggi anche: Tundra, dove il mercurio si accumula nel suolo

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Informazioni su Giulia Negri ()
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.

2 Commenti su Il pericolo celato dal gelo

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