TRIESTE CITTÀ DELLA CONOSCENZA

La biodiversità (aliena e nascosta) delle acque di zavorra

Ne abbiamo parlato con Marina Cabrini, ricercatrice dell’OGS di Trieste, che è stata coordinatrice del progetto BALMAS sulle specie aliene nel Mar Adriatico

Le specie aliene sono anche microorganismi come vari tipi di alghe. Non sono locali e possono essere introdotte con l’acquisto di mitili dall’Oceano Atlantico o le acque di zavorra delle navi. Crediti immagine: Pixabay

TRIESTE CITTÀ DELLA CONOSCENZA – Da secoli le navi, per migliorare la propria stabilità, caricano acque di zavorra in un porto e le scaricano (o le scambiano) al porto successivo. Fino agli anni Novanta del secolo scorso il rischio di trasporto e dispersione di specie aliene, ovvero non autoctone, era sottovalutato e le navi non venivano considerate possibili vettori di specie con potenziale invasivo.

Poi un ricercatore olandese, Gustaaf Hallegraeff, ha scoperto nelle acque dell’Australia e della Tasmania vari eventi tipici delle acque del Giappone; Hallegraeff ha avuto l’intuizione di andare a guardare se nelle tanks delle navi, cioè nelle acque di zavorra che venivano scaricate, si trovavano dei microorganismi ancora vitali: è così che, per la prima volta, è stato documentato scientificamente il trasferimento delle specie da un mare all’altro attraverso il trasporto marittimo.

Su questo fronte l’Italia, ma in generale tutta l’Europa, arriva molto dopo gli Stati Uniti, il Giappone o l’Australia. Ma alcuni passi sono stati fatti. Ne abbiamo parlato con Marina Cabrini, ricercatrice dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS) di Trieste, che è stata coordinatrice del progetto BALMAS sulle specie aliene nel Mar Adriatico.

Cosa sono le specie aliene? Sono un danno per l’ecosistema?

Innanzi tutto precisiamo che stiamo parlando di microorganismi e non di organismi più grandi in grado di spostarsi autonomamente, che potrebbero muoversi liberamente da una latitudine a un’altra per esempio a causa del cambiamento climatico. In questo caso si tratta di organismi come le alghe, che non sono locali e possono essere introdotte con l’acquisto di mitili dall’Oceano Atlantico, magari stabulati o cresciuti in altre acque, o attraverso le acque di zavorra delle navi. Questi microorganismi non sono necessariamente rischiosi per l’ambiente ma, nei casi più gravi, possono occupare la nicchia ecologica di una specie autoctona, insediarsi e magari determinarne l’estinzione.

Cos’è il progetto BALMAS?

È un progetto durato tre anni e finito nel 2016 che ha riguardato tutti i paesi dell’Adriatico: dall’Italia alla Slovenia fino all’Albania, coinvolgendo ben 17 istituzioni scientifiche. Il progetto riguardava due elementi principali. Il primo era capire lo stato dell’arte: a Trieste avevamo già una serie di dati storici ma in altri porti non era così. È stata quindi un’occasione per studiare la colonna d’acqua e i sedimenti dei vari porti, sia i quattro italiani considerati, Trieste, Venezia, Ancona e Bari, sia quelli degli altri Paesi.

Il secondo elemento era monitorare almeno dieci navi per porto e mettere a punto un protocollo, condiviso da tutti, per poter raccogliere, analizzare e confrontare i campioni delle acque raccolti sulle navi.

Il progetto è concluso e stanno per uscire i paper scientifici. Qualche anticipazione sui risultati?

Per quanto riguarda le acque di zavorra in generale non abbiamo trovato patogeni, come il Vibrio cholerae, in nessuna delle 40 navi che sono state monitorate in Italia. Per quanto riguarda invece l’analisi dei sedimenti e delle acque dei porti abbiamo trovato specie che non erano mai state segnalate prima come dei policheti, micro alghe tossiche sporadiche che per dare tossicità devono oltrepassare una certa soglia, ma anche una ciste, una forma di resistenza in grado di rimanere in stato di acquiescenza per molto tempo nelle tanks delle navi. L’abbiamo fatta germinare e abbiamo capito che anche questa non era autoctona.

State facendo partire altri progetti su questo tema?

Certo, a settembre abbiamo presentato un progetto Interreg assieme alla Croazia e stiamo aspettando che ci dicano il risultato. La prima fase l’abbiamo superata ma ora ci devono dire se il progetto è finanziabile o meno.

Esistono altri studi come questo nel mondo?

Noi arriviamo molto tardi. A New York, per esempio, una nave non può entrare nel porto se non ha scambiato tutte le sue acque di zavorra, e parliamo di New York, dove il porto non è profondo 25 metri come a Trieste. In Europa progetti come questi sono molto tardivi, ma nel 2017 l’Europa ha ratificato una convenzione internazionale che obbligherà i paesi a intervenire sulla qualità delle acque di zavorra.

Finora come funzionava?

Se durante il progetto avessimo trovato qualche patogeno nelle acque di zavorra, avremmo potuto avvisare la capitaneria di porto ma, non essendoci alcuna regolamentazione, loro non avrebbero comunque potuto fermare il rilascio delle acque.

Punto fondamentale del nostro progetto è stato mettere a punto un protocollo che permetta di analizzare le acque di zavorra nel più breve tempo possibile, perché sappiamo che una nave ferma costa all’armatore. In futuro i biologi dell’ARPA porteranno a bordo delle navi degli strumenti che misureranno subito la temperatura, la salinità e la fluorescenza, che indica quanta clorofilla c’è nell’acqua, poi in laboratorio capiranno se le acque possono o meno essere rilasciate in mare e dare di conseguenza istruzioni alle navi.

Per quanto riguarda le acque delle 40 navi che avete studiato?

Solo tre su 40 sarebbero state scaricabili. Non c’era nessun patogeno ma la vitalità dei microorganismi presenti era tale da superare il numero degli organismi soglia per quelle acque. Non era pericoloso per quanto riguarda la tossicità quanto per l’ecosistema locale e l’eventuale introduzione di nuove specie.

Se le specie che vengono rilevate possono inserirsi senza rendere alcun rischio per la tossicità, per l’ecosistema o per l’uomo, allora non c’è problema, possono essere introdotte. Ma per fare questa distinzione bisogna prima di tutto conoscere bene il nostro mare, dalla colonna d’acqua ai sedimenti.

CARTA D’IDENTITÀ

Nome: Marina Cabrini
Nata a: Gorizia
Lavoro a: OGS, Trieste, sede dei laboratori marini
Formazione: Biologa
Gruppo di ricerca: il gruppo si occupa della biodiversità marina, cioè dei processi fisiologici e della tassonomia degli organismi che vivono lungo la colonna d’acqua e nei sedimenti, come plancton e bentos.
Cosa amo di più del mio lavoro: Sono un’appassionata del mio lavoro. Quando ho finito gli studi volevo occuparmi di natura, il mare non era necessariamente un’ obiettivo ma lo è diventato quando il mio relatore mi ha chiesto se volessi imbarcarmi. Da quel momento sono sempre andata felicemente per mare.
La sfida principale del mio ambito di ricerca: Tutti conoscono i cetacei, i delfini, meno si conosce la biodiversità invisibile. È questa che sostiene tutto il resto: per esempio il 50% dell’abbattimento dell’anidride carbonica del pianeta avviene a opera del fitoplancton. Per questo una delle sfide del mio lavoro è capire le potenzialità delle microalghe, per esempio ottenere da loro energia rinnovabile.

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Livia Marin
Dopo la laurea in fisica presso lʼUniversità di Trieste ho ottenuto il Master in Comunicazione della Scienza della SISSA. Sono direttrice responsabile di OggiScienza dal 2014 e, oltre al giornalismo, mi occupo di editoria scolastica.

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