martedì, Dicembre 18, 2018
IN EVIDENZAricerca

Test del marshmallow, chi sa resistere?

Decenni fa lo psicologo Walter Mischel inventava un test per valutare l'autocontrollo nei bambini. A oggi vi si sono cimentati anche molti animali e, secondo alcuni psicologi, potrebbe aiutarci a capire che ruolo gioca la forza di volontà nell’intelligenza generale

Il test del marshmallow è nato a Stanford negli anni ’60 e da allora è diventato uno degli esperimenti di psicologia più noti anche nella cultura popolare. Foto Pixabay

APPROFONDIMENTO – Verso la fine degli anni ’60, all’Università di Stanford, lo psicologo Walter Mischel ha inventato uno degli esperimenti più famosi di sempre. È il test del marshmallow, o test della gratificazione differita, che valuta la capacità di resistere a una tentazione per riceverne una più grande in un secondo momento. Il test si svolge grossomodo così: un bambino tra i tre e i sei anni riceve un dolce, come un biscotto, e deve resistere per 15 minuti senza mangiarlo. Se si trattiene riceverà un secondo biscotto. Per superare il test i bambini, che rimangono da soli nella stanza, si sono inventati le strategie più disparate. C’è chi allontana il dolce, chi si gira dall’altra parte e chi trova qualcosa di divertente da fare per far passare gli interminabili minuti, come cantare una canzone.

Nei risultati ottenuti da Mischel fin dall’inizio, il comportamento durante il test sembra poterci darci un’idea di che tipo di adulti diventeranno i bambini, nei termini di risultati accademici, professionali e via dicendo. La misura usata in passato era il punteggio SAT, Scholastic Aptitude Test, ovvero il test attitudinale impiegato per l’accesso ai college statunitensi. Trattandosi però di piccoli campioni – su oltre 500 bambini coinvolti nell’esperimento iniziale, per circa 90 è stato valutato il SAT- e non propriamente omogenei – ad esempio, all’inizio, soli studenti di Stanford – la scoperta era stata accolta con un certo scetticismo, che permane tuttora quando si carica il test di troppe aspettative nel predire lo sviluppo di un bambino.

Secondo studi più recenti, nei quali Mischel ha fatto da co-autore e che sono stati condotti vari anni dopo il test del marshmallow, negli ormai adulti partecipanti le capacità di svolgere un test di tipo go/ no go (ad esempio premere più rapidamente e accuratamente possibile un bottone di fronte a un colore ed evitare di farlo di fronte a un altro) era consistente con l’autocontrollo mostrato da bambini, sia dopo 10 che dopo 40 anni. Chi aveva atteso il secondo dolce da piccolo se la cavava meglio con il test una volta adulto.

E che dire dei bambini non particolarmente interessati al cibo, quelli che a un dessert avrebbero magari preferito un gioco? Il test è stato adattato anche in questo senso, ha detto Mischel in un’intervista al The Atlantic, perché si tratta di capire cosa influenza un bambino quando fa la sua scelta e condurlo usando delle chip da poker al posto dei dolcetti ha portato ai medesimi risultati.

La personalità non è scolpita nella pietra, ha sottolineato lui stesso, e non si può comunque pensare che il futuro di una persona stia tutto in un marshmallow. Eppure l’autocontrollo si può allenare come un muscolo, sfruttando tecniche come quella del se-allora. Imporsi di non esagerare con i dolci è generico, lo è meno formulare qualcosa come “se mi verrà voglia di un altro pezzo di torta, allora mangerò un frutto”. Per Mischel la prima distinzione sta in quale regione del nostro cervello si fa carico del test: se è il sistema limbico a prevalere sarà la gratificazione immediata, più fredda invece la risposta se entra in gioco la corteccia prefrontale.

Il test ha anche mostrato grosse differenze in base alla provenienza dei bambini: un confronto tra i bambini tedeschi e un gruppo di bambini dell’etnia Nso, in Camerun, ha mostrato che solo il 30% dei primi riusciva a resistere fino all’arrivo del secondo dolce. Nei secondi si arrivava al 70%: i bambini restavano seduti e alcuni si sono addirittura appisolati nell’attesa. Le mamme Nso dicono ai loro figli che non vogliono che piangano e che fin da piccoli si aspettano siano in grado di controllare le proprie emozioni, ha spiegato Bettina Lamm, tra gli autori del paper.

Questo potrebbe essere uno dei motivi, ma non l’unico. Secondo la neuroscienziata Celeste Kidd anche l’ambiente nel quale cresce un bambino può influenzare come si comporterà. Se vive in un contesto di incertezze e non si aspetta che le promesse, seppur fatte da un adulto, verranno mantenute, potrebbe decidere che aspettare il secondo dolce è troppo rischioso. E se non arrivasse mai? È possibile che quello che il marshmallow test misura non sia la capacità di autocontrollo ma la fiducia nell’autorità; quando i bambini hanno la certezza che il secondo dolce arriverà, attendono anche quattro volte più a lungo. Eppure, ha detto lo stesso Mischel in un’intervista, ci si assicura sempre che il bambino possa fidarsi dello sperimentatore: è una persona familiare e trascorrono del tempo insieme, giocando, prima di iniziare l’esperimento.

E le altre specie?

Non paghi di testare i bambini umani, negli anni gli scienziati hanno coinvolto nel test le più svariate specie animali. L’ultima ad aver guadagnato le pagine dei giornali scientifici è… lo scimpanzé. Gli psicologi Michael Beran e William Hopkins hanno scoperto che – come era stato per i bambini umani – gli scimpanzé con maggiori capacità di autocontrollo sono anche quelli che se la cavano meglio nel Primate cognitive Test Battery, una serie di esercizi che misurano nei primati vari fattori sociali e cognitivi. Secondo Beren potrebbe esserci una base evolutiva per il ruolo che la forza di volontà gioca nell’intelligenza generale, ma per averne conferma serviranno ulteriori studi su altri animali, non solo primati.

Beran ha iniziato a interessarsi al test all’inizio degli anni ’90, quando la psicologa Sally Boysen della Ohio State University aveva mostrato come gli scimpanzé fossero in grosse difficoltà di fronte a un compito apparentemente semplice: di fronte a due pile di caramelle dovevano indicare quella che non volevano. Dopo innumerevoli tentativi continuavano a indicare la pila più grossa, nonostante questo significasse che avrebbero ricevuto l’altra (dunque meno cibo). Forse non riuscivano a inibirsi dall’ottenere subito del cibo disponibile, si è chiesto lo psicologo? Quando pochi anni dopo ha condotto un classico test del marshmallow, tuttavia, ha mostrato che se la ricompensa più interessante (banana o carota) arrivava per seconda gli scimpanzé aspettavano di buon grado. Lo stesso, avrebbe mostrato uno studio qualche anno dopo, fanno i cebi cappuccini.

Servendosi di un altro test ancora diverso, nel quale da un tubo uscivano dei dolci e più gli scimpanzé aspettavano più dolci avrebbero mangiato, Beran e il collega Theodore Evans hanno mostrato che si servono di “trucchetti” per distrarsi come avevano fatto i bambini durante il marshmallow test. Se ci sono giochi e oggetti a portata di mano, gli scimpanzé riescono ad aspettare più a lungo e resistere prima di mangiare i dolci.

Allontanandoci dai primati egualmente non restiamo delusi: i corvidi pazientano anche svariati minuti per scambiare un bocconcino non troppo gustoso (come un pezzo di pane) con qualcosa di più interessante come frutta o salsiccia, non esitano invece a prendere il volo se l’attesa porterà semplicemente a un pezzo di pane più grande. Attendono per ottenere più qualità, non per maggiore quantità. Anche i cacatua di Goffin, tra gli uccelli più spesso sotto i riflettori per le loro capacità cognitive, si sono cimentati ma la loro performance ha un po’ lasciato a desiderare: hanno saputo aspettare appena 80 secondi quando il cibo ricevuto poteva essere scambiato con qualcosa di più buono, 20 secondi se ad aumentare era solo la quantità.

A superarlo con lode è stato invece Griffin, l’attuale “superstar” del laboratorio della scienziata Irene Pepperberg. Griffin (erede in un certo modo del famoso Alex) è un pappagallo cenerino di 19 anni che riconosce un’ampia serie di forme e numeri, oltre ai nomi di decine di oggetti. Nel test i ricercatori proponevano due cibi diversi, uno più gradito a Griffin (una noce) l’altro meno. Hanno messo il meno gradito di fronte al pappagallo, all’interno di una tazza, e gli hanno detto “aspetta” per poi prendere in mano la seconda tazza e uscire dalla stanza – o mettersi poco distante per una finestra di tempo tra i 10 secondi e i 15 minuti -. Se scaduto il tempo nella tazza c’era ancora il cibo, Griffin riceveva l’ambita noce. Il risultato? Ha aspettato con pazienza 8 volte su 10, anche quando c’erano da attendere 15 minuti.

segui Eleonora Degano su Twitter

Leggi anche: Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

3 Commenti

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: