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“Questo processo non s’ha da fare!”

"La scienza in tribunale" è un'antologia degli "orrori legali e giudiziari" e degli ostacoli, culturali, a un controllo democratico sugli usi della scienza.

LIBRI – Il libro di Luca Simonetta sulle questioni scientifiche finite dritte o di striscio sul banco degli accusati esce con una copertina allegra, dall’editore Fandango. L’autore, un avvocato, è premuroso con i lettori digiuni di diritto e di scienza, e scrive in modo così brioso che i suoi racconti di malagiustizia fanno sorridere e digrignare i denti a paragrafi alterni. Almeno nella prima parte, che comprende storie di miracoli, di capri espiatori e di sarchiaponi.

Per decine di Tribunali del Lavoro, la cura di Bella e la truffa Stamina potevano compiere miracoli degni dei più famosi taumaturghi. Grazie alla solita fallacia del post hoc, ergo propter hoc i vaccini causano l’autismo sebbene dicano il contrario tutte le associazioni scientifiche del mondo, vendute da BigPharma, la super-capra espiatrice.

La diffusione a tradimento della Xyllela fastidiosa spp. pauca in Puglia va espiata da scienziati corrotti dalla Monsanto e/o dai milioni troppo facili da estorcere alla Commissione Europea. Come gli epidemiologi che negano la tossicità micidiale dei vaccini, sono affetti da inettitudine collettiva. Perciò Cataldo Motta il procuratore capo di Lecce, decide che spetta ai magistrati come lui decidere quali sono le “buone pratiche agricole” e quali no, un autentico sfregio alla Costituzione, scrive Simonetti, e alla separazione dei poteri in vigore nelle democrazie moderne. Due procuratrici hanno dato ragione al capo, scoprendo che il dessiccamento degli ulivi ha un’unica causa. A loro è ignota, ma il fenomeno capita da secoli: la Xylella sbarcata da poco è per forza innocente. Così una Procura è riuscita a bloccare gli interventi per limitare l’infezione e ci prova tuttora, con i risultati lamentati dai politici in questi mesi.

Quanto ai sarchiaponi, sono i politici italiani ed europei che cercano di regolamentare gli Ogm. Una storia diversa da tutte le altre, avverte l’autore. Innocua se si pensa alle vittime delle menzogne sui vaccini, illustra comunque che il concetto di prova è diverso per il diritto e per la scienza.

Se il risultato della manipolazione genetica è simile a quello di un’ibridazione tradizionale, quale discrimine o quale “prova” rende una coltivazione illegale “al di là di ogni ragionevole dubbio” quando non esiste né “evidenza” né “probabilità statistica di un danno”? Lo chiedono i giudici. In attesa di risposta, riconoscono il diritto di coltivare varietà di mais GM autorizzate dall’Unione Europea a Silvano Dalla Libera e Giorgio Fidenato

i due valorosi kamikaze del transgenico

subissati di multe e frustrati da leggi ad personam.

Nell’introduzione, Simonetta chiede di confrontare un brano della Colonna infame e uno della Procura di Lecce, bella mossa! Vengono in mente i “gialli” di Sciascia sopratutto nella seconda parte del libro, sui processi per il terremoto dell’Aquila.

La prima sentenza di condanna per omicidio colposo viene smontata senza pietà. Contraddizioni, cherry-picking, fraintendimenti, ingenuità, logica fallace coprono errori più gravi: le dichiarazioni di parti lese e di testimoni non vengono neppure confrontate per vedere se si contraddicono, ma accettate in blocco come veritiere. Qualunque cosa dicano gli imputati è sospetta a priori.

Premessa: la magistratura è umana e quindi fallibile, i vari gradi di giudizio sono fatti apposta per rimediare agli errori. Sì, ma le sentenze della Corte d’Appello e della Cassazione sono meno rassicuranti di quanto facesse pensare “l’assoluzione degli scienziati” proclamata dai quotidiani.

La Cassazione riduce ma non annulla la condanna di Bernardo De Bernardinis, vicecapo del settore tecnico del Dipartimento di Protezione civile, per la bufala “imprudente” sugli sciami che esaurirebbero l’energia sismica. Era stata seguita da frasi sull’imprevedibilità dei terremoti e sulla necessità di non abbassare la guardia. Ma stando ai testimoni dell’accusa e alle parti lese, era bastata a farli rimanere in casa la notte del 6 aprile del 2009, mentre per “cultura ed esperienza dei terremoti” ne erano sempre usciti alle prime avvisaglie.

Forse, ma come stabilire che tutti loro e le vittime avevano sentito soltanto i pochi secondi iniziali dell’intervista? La Corte non ci prova. Spiega infatti di essere giunta a un “giudizio controfattuale” che, scrive Simonetta citando la sentenza fra virgolette,

può basarsi “sulla generalizzazione dell’esperienza e del senso comune” e così venga “ritenuto attendibile secondo criteri di elevata credibilità razionale, siccome fondata sulla verifica, anche empirica ma scientificamente condotta, di tutti gli elementi di giudizio disponibili.”

La verifica non c’è stata, perché la Corte “non dispone di regole elaborate scientificamente”. Deve comunque emettere un giudizio (di colpevolezza, il capro espiatorio ci vuole), quindi “confronta il possibile con il reale”. Non ha “elementi di giudizio” su quanto abbiano pensato realmente le vittime, ma decide lo stesso che devono essere morte per colpa quella frase. Poi ne dubita e aggiunge che le “teorie psicologiche” che ha appena invocato non hanno nulla di “scientificamente controllabile”. Sono soltanto “stimolanti teorie metafisiche”.

Gli aquilani non si meritavano una beffa così in nome del popolo italiano. Nella Conclusione, l’autore osserva con un po’ di amarezza che in Italia manca una cultura del metodo scientifico, non solo tra i giuristi. Sembra difficile accettare che

la conoscenza scientifica è sempre relativa (salvo utilizzare a volte questo concetto in modo errato o tendenzioso, per negare la differenza tra scienza e superstizione, o per contestare il ricorso alla conoscenza scientifica) e sopratutto che la scienza non è onnipotente.

E nemmeno onnisciente.

Leggi anche: L’Aquila: ecco la sentenza di primo grado; Processo Grandi Rischi, l’appello…; Sentenza finale per la frode sui vaccini e l’autismo

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