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L’umanità “aumentata” in mostra a Roma

Human+ - Il futuro della nostra specie, è il titolo della mostra ospitata al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

EVENTI – Non è una mostra di grande impatto visivo. Tuttavia Human+. Il futuro della nostra specie, concepita dalla Science Gallery del Trinity College di Dublino e ospitata al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al prossimo 1 luglio, affronta un tema su cui è bene continuare a riflettere e interrogarsi: il rapporto tra l’uomo e la tecnologia, che – tramite la convergenza di discipline come biotecnologia, robotica e intelligenza artificiale – sta modificando il concetto stesso di essere umano.

Il percorso espositivo, organizzato in 5 sezioni – “Abilità aumentate”, “Incontrare gli altri”, “Creare l’ambiente”, “I limiti della vita”, “Umano o sovrumano?” – sottolinea le nuove opportunità che si stanno aprendo, ma prospetta anche scenari preoccupanti, spesso tramite provocatorie installazioni di artisti contemporanei.

Si fa riferimento al potenziamento del corpo, attraverso protesi e veri e propri dispositivi da innestarsi per alterare la propria percezione della realtà: dall’antenna impiantata nel cervello del primo “uomo cyborg” Neil Harbisson, fondatore della Cyborg Foundation, che da oltre 10 anni gli traduce in suoni i colori – e non solo quelli dello spettro visibile, ma anche gli infrarossi e gli ultravioletti – al “dispositivo empatico improvvisato”, una sorta di protesi emotiva, ideata da due artisti per sensibilizzare sulla morte e la violenza in Medio Oriente, nel senso che chi la indossa percepisce un dolore fisico quando viene diffusa la notizia della morte di un soldato americano in quell’area; fino alle deformazioni chirurgiche di neonati, sempre ai fini di potenziamento, proposte nelle sculture dell’artista Agatha Haines, che ci proietta in un futuro distopico con una certa ironia.

Si accenna all’intervento dell’uomo sulla biodiversità, mostrando organismi modificati della collezione del Center for PostNatural History: dai topi, per esperimenti di laboratorio, alla zanzara, per contrastare la malaria. Si mettono in dubbio il concetto di “vivente” – con le “bambole scacciapensieri semiviventi”, ispirate alle tradizionali bamboline del Guatemala ma fabbricate a mano con polimeri biodegradabili e suture chirurgiche e poi integrate con cellule viventi, che gradualmente sostituiscono i polimeri – e il concetto di morte, per esempio con l’installazione “Afterlife”, che propone di raccogliere il potenziale chimico del corpo in una batteria a secco, da usare a piacimento per chi resta.

Tra gli oggetti in mostra, merita di essere citata una copia del libro True love, il primo romanzo scritto da un computer: una variazione di Anna Karenina nello stile di Haruki Murakami, pubblicato dopo una revisione come qualsiasi altro libro.

Infine, per i visitatori c’è la possibilità di sperimentare la “Macchina per essere un altro”, concepita dal collettivo BeAnotherLab, che consente a una coppia di persone, utilizzando l’oculus rift, di percepire cosa si prova a trovarsi l’uno nel corpo dell’altra (controllare però gli orari sul sito). Un lavoro open source che risulta interessante per le sue applicazioni sociali – per esempio per abbattere pregiudizi – oltre che di ricerca, anche presso il MIT.

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Valentina Tudisca
Mi occupo di relazioni tra scienza e società per l'Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR, ho un dottorato in fisica e scrivo di scienza per diverse testate, tra cui National Geographic, Sapere e OggiScienza

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