APPROFONDIMENTO

Quante morti premature potevamo evitare nel 2015?

Una su tre, con trattamenti e tecnologie che già possediamo. Vi si aggiungono i decessi evitabili con la prevenzione primaria, cioè con stili di vita sani: 90 mila in un anno solo in Italia.

Eurostat differenzia fra quella che è la mortalità trattabile (amenable) e quella prevenibile (preventable): insieme costituiscono quella che definiamo mortalità evitabile (avoidable). Crediti immagine: Pixabay

APPROFONDIMENTO – Nei giorni scorsi Eurostat è stato lapidario: una morte su tre avvenuta in Europa nel 2015 prima dei 75 anni (570 000 persone) poteva essere evitata, perché le risorse per farlo – in termini di conoscenze mediche e tecnologiche – non mancano.

Il comparto delle malattie cardiovascolari è al primo posto: gli attacchi di cuore fatali evitabili sarebbero stati 180.500, il 32% del totale delle morti in persone di età inferiore a 75 anni. Seguono gli ictus (più di 89600 morti evitabili, 16% del totale), i tumori del colon-retto (più di 66800 morti evitabili prima dei 75 anni, il 12% del totale), e tumori al seno (circa 49900 decessi, il 9%), le malattie ipertensive (30400 morti premature evitabili, il 5% del totale) e infine la polmonite, che ha prodotto quasi 26000 decessi che potevamo evitare, il 5% del totale delle morti.

L’Italia in questo si trova pienamente nella media europea con circa 52.000 decessi l’anno, ma come è prevedibile i tassi di mortalità prematura evitabile variano molto da paese a paese: in Romania si sfiora il 50%, in Francia non si tocca il 25%. Il punto è che Eurostat differenzia fra quella che è la mortalità trattabile (amenable) e quella prevenibile (preventable), che insieme costituiscono quella che definiamo – appunto – mortalità evitabile (avoidable).

Quantificare la mortalità evitabile in maniera completa significa non solo contare le morti che potevamo evitare curando meglio i pazienti, ma anche quelle dovute alla mancata prevenzione primaria, che sempre secondo Eurostat sarebbero state 90mila solo in Italia nel 2015. Per prevenzione primaria si intende l’azione degli stili di vita fra cui una scorretta alimentazione, tabagismo e abuso di alcol. Non si tratta di cifre da sommare, dal momento che in molti casi la stessa persona compare in entrambi i gruppi.

Per capire meglio quanti fra i decessi prima dei 75 anni sarebbero evitabili con la prevenzione primaria arrivano in aiuto i dati del rapporto MEV(I), elaborato da Nebo Ricerche PA sui dati rilasciati dall’Istat a gennaio 2018. Nel complesso le morti evitabili prima dei 75 anni sono circa 1.800 in più del precedente anno. Nel complesso, il rapporto MEV(i) stima in poco più di 105.000 i morti evitabili, vale a dire i decessi avvenuti prima dei 75 anni per cause prevenibili o trattabili con interventi di prevenzione primaria, diagnosi precoce e terapia o altra assistenza sanitaria.

Nel complesso, le regioni dove potremmo evitare più morti nei maschi sono Campania (il 28,4% delle morti è evitabile e in particolare il 15% era trattabile e il 22% prevenibile) e Sardegna (il 26,6% delle morti è evitabile e in particolare il 11,28% era trattabile e il 21,9% prevenibile). Ai primi posti con un 20% medio di morti sotto i 75 anni evitabili troviamo il Trentino Alto Adige e le Marche, seguite a pochissima distanza da Emilia Romagna e Veneto.

Per le donne, le cui morti evitabili sono circa la metà in percentuale rispetto a quanto accade fra gli uomini, le cose vanno meglio in Trentino e Veneto e peggio in Sicilia e Campania. Un aspetto interessante che emerge dai dati è che fra gli uomini è molto più marcata rispetto alle donne la differenza fra la percentuale di morti evitabili grazie a trattamenti e quelle evitabili con la prevenzione primaria. Nei maschi è sempre maggiore il numero di morti che si potevano evitare con stili di vita più sani, rispetto alle vite che si potevano salvare trattando meglio o prima il paziente. Fra le donne invece in alcune regioni – Calabria, Basilicata e Sicilia – addirittura avviene il contrario.

Se si scorrono le mappe per le varie cause del decesso, non siamo davanti a un gap tra Nor e Sud: le differenze sono a macchia di leopardo e in alcuni casi, come per i decessi prima dei 75 anni per malattia dell’apparato respiratorio, è al Nord che si riscontrano i risultati peggiori.

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Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

2 Commenti

  1. Grazie dottoressa Da Rold. Se i numeri sulle morti prevedibili attengono alle nostre abitudini e allo stato dell’ambiente che ci circonda e quindi c’è anche molta responsabilità personale, il numero delle morti dovute a misdiagnosi, scarsa aderenza alle linee guida e infezioni ospedaliere lascia un po’ basiti. Tanto più se ciò accade nell’era dell’ipermedicalizzazione.
    Non trova dottoressa esista un contrasto logico, perlomeno apparente, tra questi dati e quelli riguardanti la pervasività della poli farmaco terapia attuale (e io vendo farmaci per lavoro!) linko: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=63539
    La ringrazio se potrà darmi un suo parere, cortesi saluti

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