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Il lungo viaggio di un lupo di Chernobyl

Ha percorso 369 chilometri, uscendo dalla Zona di alienazione. Secondo alcuni ricercatori c'è la possibilità che i lupi di Chernobyl diffondano le mutazioni causate dalle radiazioni, ma altri esperti sono più cauti.

ANIMALI – La Zona di alienazione di Chernobyl (CEZ, Chernobyl Exclusion Zone), 4.300 chilometri quadrati tra Bielorussia e Ucraina tuttora altamente contaminati, è un puzzle di diversità. La contaminazione non è nulla se paragonata ai livelli del periodo che ha seguito l’incidente nucleare, nell’aprile 1986, ma ad aree di natura che potremmo definire “selvaggia” – dove l’assenza di esseri umani ha attirato gli animali, ma è incauto immaginare come una sorta di Eden post-apocalittico – si alternano zone con livelli di radiazioni ancora molto alti. Qui gli animali sono meno numerosi, ma quelli che rimangono sono forse in grado di gestire e sopravvivere in condizioni estreme.

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Quanto sono numerosi i lupi di Chernobyl e come se la passano? Anche su questo aspetto il dibattito è aperto. Fotografia di Eric Kilby from Somerville, MA, USA. CC BY-SA 2.0

Da decenni gli scienziati di tutto il mondo studiano la CEZ per capire quali siano gli effetti della contaminazione sulle diverse specie e monitorarne l’andamento nel corso del tempo. È un campo di ricerca in divenire e spesso controverso. Le radiazioni ionizzanti hanno importanti effetti nocivi sia sulla salute umana che su quella animale, e su questo gli esperti concordano, ma fino a che punto arrivino questi effetti – e quanto impattino le popolazioni di fauna selvatica nella CEZ, la loro fisiologia o il tasso di riproduzione- resta ancora da capire bene. Gli studi condotti finora si sono concentrati su animali più piccoli come rondini (studiate anche a Fukushima), roditori e insetti.

L’ultimo studio ad attirare l’attenzione ruota intorno a un soggetto particolare: un lupo grigio, dotato di GPS, che contro le aspettative dei ricercatori ha percorso oltre 350 chilometri, allontanandosi dalla CEZ, lasciandone i confini e spingendosi ben più lontano del previsto. L’ipotesi di Michael E. Byrne e colleghi, che hanno pubblicato il lavoro sull’European Journal of Wildlife Research, è che movimenti di questo tipo abbiano il potenziale di diffondere le mutazioni genetiche causate dalle radiazioni anche tra i lupi europei che vivono lontani dalla CEZ.

“Non sto dicendo che gli animali di Chernobyl stanno contaminando il mondo”, precisa Byrne in un’intervista. “Ma se ci sono alcuni tipi di mutazioni che potrebbero essere trasmessi, va considerato”.

Byrne è un ecologo della University of Georgia e, insieme ai colleghi, nel 2015 ha dotato 13 lupi di radiocollari. A bordo un GPS e strumenti per monitorare le radiazioni, ma quest’ultimo aspetto non ha riservato sorprese: quando si muovevano nelle aree più contaminate, i lupi incontravano livelli di radiazioni più intensi. Il giovane maschio che ha percorso 369 chilometri, invece, non se lo aspettavano. È la prima volta, dicono, che sappiamo di un lupo che si sposta così tanto dal suo areale uscendo addirittura dalla CEZ. I risultati sono stati pubblicati sull’European Journal of Wildlife Research.

Il fatto che si sia allontanato non è di per sé una sorpresa; quando una popolazione cresce, i giovani maschi si disperdono e vanno per la propria strada. Ma se questo succede anche a Chernobyl, secondo Byrne, è il segno che la popolazione di lupi locale è ormai diventata numerosa.

Sono cauti Timothy A. Mousseau della University of South Carolina e Anders Pape Møller della University of Paris-Sud, entrambi nomi molto noti nell’ambito della ricerca ecologica in aree contaminate e che hanno commentato la scoperta sulle pagine di National Geographic. Secondo Mousseau lo scenario proposto da Byrne e colleghi è plausibile, ma per quanto ne sappiamo non ci sono popolazioni di lupi nei dintorni della CEZ abbastanza vicine da immaginare una facile diffusione delle mutazioni.

Secondo Møller un lupo che percorre distanze del genere è probabilmente abbastanza in salute ed è difficile abbia a suo carico gravi mutazioni; allo stesso tempo, lo scienziato non sostiene l’idea dell’area di Chernobyl come di una sorta di riserva naturale, dove i lupi sono tanto numerosi che la popolazione locale può fare da fonte per altre.

Mentre a Chernobyl abbondano per diversità le specie, dagli alci ai castori fino a gufi, linci, cinghiali e cavalli di Przewalski, all’uscita di nuovi studi sulle loro condizioni non manca mai il dibattito. Appena due anni fa uno studio su Current Biology aveva concluso che qui la fauna selvatica prosperava e non c’erano evidenze di un’influenza negativa delle radiazioni sull’abbondanza dei mammiferi; dopo quasi 30 anni di esposizione cronica alle radiazioni, secondo un gruppo di scienziati l’abbondanza relativa di molte specie come cervi e cinghiali nella CEZ “era simile a quella di quattro riserve naturali non contaminate nella regione e i lupi erano sette volte più numerosi”.

Ma parlare di un aumento del numero di animali e considerarlo positivo di per sé non fornisce un vero quadro della situazione ecologica, sottolineava al tempo Andrea Bonisoli Alquati, collaboratore della Chernobyl Research Intiative oggi alla California State Polytechnic University.

Bisogna quindi essere cauti nelle conclusioni e non mancano di dirlo Byrne e colleghi. Per capire se le mutazioni possono essere trasmesse dagli animali che si allontanano dalla CEZ, e valutare se sia il caso di preoccuparsi, serviranno altri studi.

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Leggi anche: Chernobyl, come la natura si adatta alle radiazioni

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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