AMBIENTEIN EVIDENZA

Comunicazione sul climate change: la stiamo facendo bene?

Le nuove scoperte della psicologia sociale ci possono aiutare ad analizzare toni e messaggi della comunicazione sul cambiamento climatico.

APPROFONDIMENTO – Le enormi problematiche correlate al cambiamento climatico globale non sono – fortunatamente – un segreto: non passa ormai più di qualche giorno senza che venga pubblicata una notizia su questo macro-fenomeno, e sugli effetti nefasti che ha sulla flora e la fauna del nostro pianeta, nonché sugli esseri umani. Spesso però il tono delle notizie riportate da quotidiani, trasmissioni televisive e siti web è improntato sul catastrofismo, sul senso di colpa e sull’ineluttabilità di una trasformazione, indotta dall’uomo e ormai irreversibile. Un gruppo di ricerca dell’Università della California impegnato nella comunicazione sul surriscaldamento globale e sulle buone pratiche attuabili per mitigarlo e contrastarlo ha puntato i riflettori proprio sull’importanza dei messaggi e dei toni usati nella comunicazione: secondo loro, infatti, i messaggi  veicolati – molto spesso basati su paura e senso di colpa – sono del tutto inutili, perché rifiutati inconsciamente dalla mente dei lettori/spettatori.

“Se il messaggio infatti è irrealistico, o troppo catastrofista, scatta un altro meccanismo psicologico, che è quello del rifiuto, in cui si crea una barriera alla persuasione quasi insormontabile”. Crediti immagine: Pixabay

“Come spesso accade nei dibattiti di psicologia sociale, anche in questo caso ci sono linee di pensiero diverse, basate su dati empirici discordanti – osserva però Giuseppe Carrus, Professore Associato presso l’Università degli Studi Roma Tre e afferente al Dipartimento di Scienze della Formazione – Infatti, di base, la paura e il senso di colpa in quanto tali potrebbero essere dei driver efficienti per veicolare dei messaggi in questo contesto: gli individui potrebbero attuare comportamenti virtuosi, ad esempio associati al risparmio energetico, perché si sentono toccati in prima persona. Ci sono però diverse ricerche che hanno dimostrato che questo approccio non è così semplice”. Anche in questo caso, infatti, la virtù sta nel mezzo: “Se il messaggio infatti è irrealistico, o troppo catastrofista, scatta un altro meccanismo psicologico, che è quello del rifiuto, in cui si crea una barriera alla persuasione quasi insormontabile”. L’approccio vincente, quindi, è quello di tarare la comunicazione del rischio legata al cambiamento climatico globale sulle simulazioni che ormai da decenni vengono realizzate: si tratta infatti di scenari basati su stime che non sono né troppo rassicuranti né troppo catastrofiche, e che possono indurre le persone alla consapevolezza e all’azione.

Quali le strategie migliori?

Esistono strategie più efficienti per far agire le persone, ossia (in questo contesto) adottare dei comportamenti improntati al consumo sostenibile di materie prime ed energia? Un altro driver che può aiutare ad affrontare il problema, sostengono i ricercatori dell’UCLA, è quello dell’orgoglio: il semplice riconoscimento di un comportamento virtuoso, come ad esempio aver registrato il minor consumo energetico del campus, porta le persone – in questo caso specifico, gli studenti – a riciclare di più, a consumare di meno o in modo più efficiente.

Anche in Europa e in Italia le linee di ricerca in questo campo sono diverse: è il caso di ECHOES, uno dei progetti europei afferenti al programma Horizon 2020. Scopo principale dello studio è capire se i comportamenti virtuosi e sostenibili di risparmio energetico siano associabili non solo a componenti personali, bensì anche a una dimensione collettiva: “Vorremmo capire – spiega Carrus, che collabora a questo progetto insieme ai colleghi e colleghe dell’Università di Roma Tre-  se i singoli individui, identificandosi in un gruppo, possano essere più portati a intraprendere uno stile di vita in linea, per quanto riguarda il risparmio energetico, con le direttive Europee”.

Il gruppo di ricerca internazionale, coordinato dal Norwegian University of Science and Technology – NTNU, è al momento a circa metà di questo interessante progetto triennale, ma ha già raccolto dei dati interessanti: “per passare da un consumo passivo a un consumo sostenibile stiamo valutando l’efficacia della istituzione di cooperative energetiche e l’installazione di sistemi tecnologici nei luoghi di lavoro e nelle case;  spesso infatti il singolo sente di poter contribuire poco, ma la dimensione di gruppo, di collettività, può essere di aiuto, rendendo i simili meno apatici e più volenterosi”.

L’environmental spatial bias (*)

Un altro punto che i ricercatori statunitensi sottolineano è il fatto che nella percezione del rischio impatta fortemente la distanza (a livello spaziale e/o temporale) che a livello psicologico associamo a una determinata problematica. Anche in questo caso la psicologia sociale ha approfonditamente analizzato l’argomento, delineando dei punti cardini nello studio di questo fenomeno: “c’è un’evidenza empirica abbastanza chiara – prosegue infatti Carrus – che ci suggerisce che le persone tendono a giudicare più gravi i problemi su scala globale rispetto a quelli su scala locale. È un vero e proprio bias cognitivo che ci porta in qualche modo a difendere a livello psicologico il luogo in cui viviamo. Questo meccanismo, identificato per la prima volta proprio nell’ambito della psicologia ambientale e conosciuto come spatial bias, o environmental spatial bias, è stato poi declinato secondo diverse sfaccettature da varie branche della psicologia sociale: è infatti lo stesso meccanismo che ci porta a sottostimare, quando ci riferiamo a noi stessi, la probabilità di avere incidenti o di sviluppare patologie gravi, rispetto a quando la valutiamo per gli altri”.  A peggiorare in qualche modo questo bias, che irrazionalmente ci porta ad allontanare un problema dalla nostra cerchia, contribuisce però, contribuisce però anche la comunicazione che riceviamo dai media, molto spesso globalizzante, a discapito di problemi locali, magari più affrontabili dal singolo o da piccole collettività.

Incentrare la comunicazione su dati e proiezioni affidabili, evitando il tono sensazionalistico. Puntare sulla collettività e sulla natura sociale dell’essere umano. Preoccuparsi dei problemi globali, ma con un occhio di riguardo al nostro giardino. Tre piccoli suggerimenti che, supportati dalle più recenti acquisizioni della psicologia sociale, possono rendere più efficace la comunicazione dei rischi legati al cambiamento climatico.

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(*) il 23 luglio 2018 a seguito di una segnalazione abbiamo sostituito “Il self serving bias” con il più corretto “L’environmental spatial bias”

Marcello Turconi
Neuroscienziato votato alla divulgazione, strizzo l'occhio alla narrazione digitale di scienza e medicina.

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