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Ebola in Congo 2018, è finita l’epidemia

L’annuncio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Servono sforzi internazionali per prevenire altre epidemie mortali in futuro.

Un incontro sulla gestione dell’ebola in Guinea, durante l’epidemia 14-16. Coinvolgere le comunità è fondamentale, anche per facilitare il rientro di chi guarisce e viene spesso guardato con sospetto. Fotografia WHO Mediacentre

ESTERI – L’inizio della nona epidemia di ebola in Congo è stato dichiarato l’8 maggio, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stanziato i primi 2 milioni di dollari dal suo fondo per le emergenze e un team di 30 persone sul posto per gestire la situazione. Gli sforzi dell’OMS, congiunti con l’impegno internazionale e quello del Congo stesso, hanno funzionato: l’epidemia è stata dichiarata conclusa, nonostante le preoccupazioni iniziali, emerse soprattutto perché i casi di ebola erano stati riscontrati in quattro punti diversi del paese. Tra questi c’era il centro urbano di Mbandaka, connesso con il resto del paese e che conta più di un milione di abitanti.

Oltre tre quarti delle 360 persone attivate in loco per far fronte all’epidemia provenivano dalla regione, ha sottolineato Matsihidso Moeti, Direttore Regionale OMS per l’Africa, e “decine di esperti dalla Guinea hanno trascorso settimane qui [in Congo] guidando gli sforzi di vaccinazione contro ebola e trasferendo quell’esperienza che permetterà alla Repubblica Democratica del Congo di impostare una risposta efficace, entro i propri confini e oltre”.

Non solo ebola

La speranza è che la prontezza nel far fronte all’emergenza sia ora un punto di forza per il paese, e possa diventare una costante anche di fronte ad altre patologie che colpiscono duramente ogniqualvolta c’è un’epidemia. Tra queste ci sono malattie che molti di noi immaginano scomparse o quasi, come il colera e la poliomielite.

A gennaio, dopo un periodo di piogge intense e inondazioni, i casi di colera riportati nel paese sono passati da meno di cinque a oltre 100 ogni settimana. A febbraio – prima ancora che iniziasse l’epidemia di ebola – sono stati individuati tre diversi focolai causati dal poliovirus di tipo 2 di derivazione vaccinale, noto come cVDPV2, con decine di casi di paralisi infantile, e il governo ha dichiarato il virus un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza nazionale.

Dalla salute al sociale

La più grave epidemia della storia che ha colpito l’Africa occidentale, arrivando sia nelle zone rurali che nelle aree urbane del continente, è quella del 2014-2016. Mentre l’epidemia imperversava l’OMS l’ha dichiarata Public Health Emergency of International Concern, una dicitura che – diversamente dalle emergenze nazionali – viene riservata a quelle più gravi e che richiedono sforzi coordinati per scongiurare un contagio fuori dal paese colpito.

L’epidemia 14-16 si è conclusa nel giugno 2016 quando in Guinea, Liberia e Sierra Leone, i paesi più colpiti, da almeno 42 giorni non si riscontravano più casi di ebola. Il bilancio finale di quell’epidemia, che ha reso l’ebola una minaccia nota in tutto il mondo e acceso i riflettori sulla sua gestione, era stato di quasi 29 000 casi con oltre 11 000 morti.

Cosa è cambiato da allora? Molto, ma dell’ebola resta difficile da gestire la componente sociale. Ovvero ciò che resta una volta conclusa l’epidemia, quando le persone colpite e guarite riprendono, a fatica, la loro vita quotidiana.

È il caso di Didier Ipete, un giovane congolese di Itipo, nella provincia di Equateur, che dopo anni è riuscito a coronare il proprio sogno: aprire un piccolo negozio e farne la sua attività principale. A maggio Didier si stava prendendo cura di un amico colpito da ebola ed è stato contagiato; mentre riceveva le cure e si riprendeva all’Ebola Treatment Centre di Bikoro, tuttavia, la sua famiglia ha dovuto dar fondo ai beni alimentari del negozio per sopravvivere. Una volta rientrato, dopo appena 15 giorni, Didier si è reso conto che l’ebola aveva lasciato un segno più profondo del previsto.

Oltre all’affaticamento, al dolore alle articolazioni e ai danni subiti da udito e vista, ad aspettare Didier dopo l’ebola c’è un negozio vuoto di merci e clienti. Anche i più fidati, racconta nella sua testimonianza all’OMS, non vogliono più avere a che fare con un sopravvissuto a ebola e preferiscono fare acquisti altrove.

Il dopo ebola di chi guarisce

Già dopo l’epidemia 14-16 erano emersi i grossi problemi di stigmatizzazione che attendono i sopravvissuti, come anche la difficoltà dei medici stranieri a portare aiuto, trovandosi spesso considerati quasi degli “untori”. Al tempo, erano in molti tra Guinea, Liberia e Sierra Leone a pensare che fossero proprio i medici a diffondere l’ebola in Africa.

Le autorità locali come la stessa OMS sono ben consapevoli di quanto lavoro ci sia ancora da fare su questo fronte. I sopravvissuti del Congo stanno già facendo rete e a Itipo è nata la National Association of Ebola Survivors, sostenuta dal Ministero della Salute Pubblica congolese. Il presidente e cuore pulsante dell’associazione è il prete cattolico Lucien Ambunga, anche lui sopravvissuto all’ebola.

Secondo Ambunga è importante che i sopravvissuti si aiutino e supportino tra loro ma l’associazione dovrà anche avere un ruolo nel parlare con la comunità intera, affrontando la stigmatizzazione e facendo insieme informazione su come tutelarsi dalla patologia. Uno degli aspetti cruciali, oltre a un programma di follow up medici e psico-sociali per i sopravvissuti, sarà il controllo del liquido seminale per ridurre il rischio di contagio sessuale.

Nel 2015, con l’epidemia in corso, è stata scoperta questa possibilità con il primo caso confermato: una donna liberiana si era ammalata dopo aver avuto rapporti sessuali non protetti con un uomo che aveva contratto l’ebola sei mesi prima, ma era stato dichiarato guarito in seguito agli esami del sangue. Uno studio su quello specifico caso ha mostrato che il virus ebola può sopravvivere nel liquido seminale ben più a lungo di quanto si pensasse, anche dopo la guarigione.

Le persone curate dall’ebola possono avere complicazioni mediche e psicologiche”, ha commentato Anais Legand del team Viral Haemorrhagic Fevers dell’OMS. “Ad esempio possono avere dolori alle articolazioni, problemi a vista e udito, emicranie e cali di memoria. I problemi psicologici includono depressione e disturbo da stress post-traumatico. Per questi motivi, un follow up integrato e multidisciplinare è fondamentale”.

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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