IL PARCO DELLE BUFALE

Genetica del successo: venticinque anni di insuccessi

In vent'anni i geni "dell'intelligenza" sono mutati in geni "dell'educazione", "del successo", e perfino "della mobilità sociale". Dovremmo crederci?

IL PARCO DELLE BUFALE – Nel 1994, Robert Plomin iniziava a studiare le differenze cognitive in una coorte di gemelli inglesi. Ancora prima di conoscerne i risultati, firmava “Mainstream Science on Intelligence“, il manifesto con il quale, sul Wall Street Journal, cinquantadue “specialisti dell’intelligenza e campi affini” difendevano il razzismo profuso in La curva a campana dallo psicologo Richard Herrnstein e dal sociologo Charles Murray, un suprematista bianco.

Dieci anni dopo, sequenziare genomi era diventato economico e Plomin lanciava la “caccia ai geni dell’intelligenza“. Partecipano genetisti convinti anch’essi il quoziente di intelligenza e risultati equivalenti siano la misura esatta e affidabile di una facoltà dalla definizione ancora da concordare, comunque il 66% è ereditato dai genitori (anche l’80%, causano comunque una differenza minima tra un’individuo e l’altro: l’1,5-5%…).

Dal Daily Express, “Scientists plot to create SUPER HUMANS after discovering an intelligence gene”, 22 dicembre 2015

Plomin iniziava anche la collezione di 2200 genomi di ragazzini bravi in matematica e con un QI superiore a 160. Trovava le prime decine di alleli – la variante di un gene o di una sequenza di DNA – “associati” o “correlati” a quel punteggio e predittivi dei successi che ne conseguono.

Evariste Galois e Srinivasa Ramanujan si rivoltavano nella tomba.

Spesso gli alleli si concentravano sul cromosoma X, lasciando perplessa la metà XX dei sapiens, tuttora lontana dai vertici occupati dalla metà XY. Le perplessità aumentavano insieme al numero di alleli. Le illustra un articolo di David Belsky et al. uscito poche settimane fa sui PNAS. I lettori possono decidere se sono legittime o meno perché è in open access:

Genetic analysis of social-class mobility in five longitudinal studies

Prima di vedere quali geni favoriscono la scalata della piramide sociale, serve un

Bigino

Sviluppo e prestazioni fisiche e mentali sono influenzate dai geni, ovviamente, dall’ambiente (il mercurio nell’acqua che tarpa il cervello dei feti), dalla cultura, (la bambina a casa con le bambole, il bambino fuori a giocare a pallone con gli amici), dall’allenamento precoce (imparare più lingue o a nuotare)… e dalle esperienze nel caso del cervello “plastico” come nessun altro organo.

Su un totale di circa 20-22 mila geni che codificano per proteine nel genoma umano, si stima che 13-15 mila si esprimano nelle cellule cerebrali, di questi 1041 geni sono stati collegati all’intelligenza (la somma varia).

Geni è una semplificazione, in realtà si tratta di alleli. A distinguerli dall’ideale platonico di gene sono gli SNP, l’acronimo inglese che si pronuncia snip e sta per polimorfismo a un singolo nucleotide (uno degli acidi nucleici del DNA). In una sequenza lunga tot basi A, C, G, T, per esempio due T (timina) sono affiancate in un gemello e una A e una T (alanina e timina) nell’altro. Di solito la variazione non cambia l’attività del gene, le proteine che ne discendono sono identiche.

Geneticamente siamo tutti diversi, ma condividiamo la pleiotropia: qualunque proteine codifichi, un gene lavora di concerto con gli altri. Gli snip dell’intelligenza potrebbero anche essere svariati milioni.

Fine del bigino

Daniel Belsky dell’università Duke è il cocco della Harvard Business Review e altri giornali finanziari perché è un pioniere della “genetica del successo” sia nel business che agli esami di ammissione a un college.

Sa delle critiche mosse alla “genetica dell’intelligenza” e/o delle “abilità cognitive”. Per non rischiare esiti diversi da quelli di Plomin, usa lo stesso metodo per distinguere tra l’effetto dell’eredità genetica e quello delle condizioni socio-ambientali: stesso punteggio poligenico, gli stessi Genome-Wide Association Studies (GWAS), notoriamente inaffidabili, per calcolare il punteggio.

Belsky e i suoi co-autori hanno studiato la mobilità sociale in cinque coorti di tre paesi. Le persone “con una genetica maggiormente collegata all’educazione avevano più successo dei genitori e dei fratelli e delle sorelle”, scrivono. Vedremo che tutte le coorti non sono confrontabili, nel frattempo trovano che

Le [varianti] scoperte per l’educazione nei GWAS non sono meri correlati del privilegio: influenzano la mobilità sociale nella vita.

Più alleli per l’educazione fruttuosa saltano fuori dai GWAS, più è alto il punteggio poligenico che usa quegli alleli per prevedere se l’educazione sarà fruttuosa. La circolarità del ragionamento non fa una grinza.

Il punteggio della madre fa prevedere il successo degli figli stessi meglio di  quello ereditato dai figli, che magari hanno un X paterno:

Questo suggerisce che la genetica dei genitori può  influenzare il successo dei figli attraverso percorsi ambientali.

Secondo Plomin, ambiente e comportamenti sono parimenti ereditabili e “fattori genetici mediano le correlazioni” tra l’uno e l’altro. Cosa intenda per “correlazioni”, oltre alla banalità che siamo un misto di natura e cultura? Belsky et al. provano a spiegarlo:

Le [varianti] scoperte per l’educazione nei GWAS influiscono sul successo socio-economico, attraverso un effetto sull’ambiente della famiglia di origine degli individui e sulla loro mobilità sociale.

Tradotto: intelligenza = educazione = ambiente geneticamente modificato -> successo socioeconomico. Gli snip influiscono non tanto sulle nostre abilità cognitive quanto sull’ambiente in cui nasciamo e cresciamo. Con un buon punteggio, saliamo di una o più classi, diventiamo più ricchi e addirittura più sani (le XX fanno eccezione).

Sarà vero?

Nella seconda puntata, anche gli autori ne dubitano. Ritengono lo stesso il punteggio poligenico dei bambini essenziale per introdurre misure che cambino il loro ambiente familiare ed educativo.

Leggi anche: Nel labirinto dell’intelligenza

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

5 Commenti

  1. Beh, è fantastico. Dopodiché, una volta scoperto che un basso punteggio poligenico determina l’insuccesso scolastico, facciamo a tutti un bel test e così li cacciamo via dalle università. Come ricaduta benefica avremo inoltre che i portatori di geni XX staranno più volentieri a casa per dare il loro contributo al successo di un portatore di gene XY.

    Geniale!

    E assolutamente privo di bias.

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