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Gli anziani hanno sempre ragione (o almeno così credono)

E se con l'età cambiasse la percezione dei nostri errori?

RICERCA – A differenza di musei e trasporti pubblici, la scienza non fa sconti alla terza età: in barba alla convinzione diffusa che dipinge i meno giovani come sagge menti, forti di anni di esperienze, errori, sconfitte e vittorie, un recente studio dell’Università dell’Iowa ne delinea invece un ritratto molto meno lusinghiero. Secondo i ricercatori statunitensi, infatti, più l’età avanza meno si è portati ad ammettere i propri errori, o quantomeno diminuisce la capacità di riconoscere di averne commesso uno.

Crediti immagine: Pixabay

Per giungere a questa interessante conclusione il gruppo di ricerca, guidato da Jan Wessel – professore associato del Dipartimento di Scienze Psicologiche e Cognitive dell’università americana – ha reclutato due gruppi di volontari sani: il primo era composto da 38 giovani adulti (con un’età media di 22 anni), il secondo da 39 adulti più senior (età media 68 anni). I due gruppi hanno poi svolto un semplice test al computer: i partecipanti dovevano fissare lo schermo, per poi spostare lo sguardo all’apparire di un oggetto (un cerchio che appariva in una porzione della schermata), il tutto seguito dal monitoraggio costante delle pupille, sia in termine di movimenti, sia di dilatazione. Un compito apparentemente banale, ma che si scontra con centinaia di migliaia di anni di evoluzione: istintivamente siamo infatti portati a volgere la nostra attenzione verso nuovi stimoli, che potrebbero rappresentare un potenziale pericolo, così come un’opportunità da sfruttare.

Questo desiderio inconscio era così forte che – per entrambi i gruppi – i ricercatori hanno registrato un tasso di errore pari a circa il 20% del totale di prove effettuate. Dopo ogni errore, ai partecipanti veniva chiesto se, secondo loro, avessero risposto correttamente: dovevano rispondere usando una scala crescente di sicurezza, che andava da “insicuro” a “molto sicuro”. Il team di ricerca ha poi incrociato le risposte fornite con i dati dei movimenti oculari e della dilatazione della pupilla nei partecipanti: nell’essere umano infatti, così come per la maggior parte degli animali, le pupille si dilatano quando si entra in contatto con qualcosa di nuovo o inatteso.

È stata proprio in questa fase di autovalutazione che si sono osservate le principali differenze: se infatti i più giovani riconoscevano l’errore commesso nel 75% dei casi, la percentuale calava al 63% nel caso dei volontari più anziani. Il puro dato delle percentuali però non rende appieno la differenza evidenziata tra i due gruppi, resa più evidente dall’analisi qualitativa delle risposte fornite tramite la scala di valutazione: i giovani adulti erano infatti più indecisi in confronto agli adulti senior, che convintamente difendevano la propria performance, sicuri di non aver sbagliato.
Anche l’analisi della dilatazione delle pupille ha supportato dal punto di vista neurofisiologico i dati registrati da questi test comportamentali: i ricercatori hanno osservato che le pupille dei partecipanti junior si dilatavano quando pensavano di aver commesso un errore, mentre la dilatazione era meno evidente nei casi di errori non riconosciuti. Per i partecipanti più anziani, invece, si registrava una forte riduzione della dilatazione pupillare in caso di errori riconosciuti e una totale mancanza di dilatazione in caso di mancato riconoscimento dello sbaglio.

In altre parole, quella registrata dal gruppo di Wessel non è tanto testardaggine od orgogliosa difesa delle proprie scelte, quanto piuttosto una mancata registrazione, a livello cerebrale, dell’errore commesso. Un progressivo decadimento, quello del riconoscimento degli sbagli effettuati, che esattamente come quelli di natura sensoriale (calo della vista o dell’udito) o motoria può rappresentare un serio pericolo per la fascia più anziana della popolazione: “ci possono essere conseguenze anche gravi – commenta infatti Wessel – perché non puoi rimediare a un errore che non sai di aver commesso”. Conclusione facile da condividere, così come la necessità di ulteriori studi ed approfondimenti, se si pensa al progressivo aumento dell’aspettativa di vita e alle tante azioni che richiedono un’autovalutazione consapevole, come ad esempio la capacità di valutare la propria abilità alla guida, o la regolarità con cui è stata assunto un determinato farmaco.

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Marcello Turconi
Neuroscienziato votato alla divulgazione, strizzo l'occhio alla narrazione digitale di scienza e medicina.

2 Commenti

  1. Pensa di inviare una copia commentata dello studio alla Presidenza della repubblica, presidenza della camera e presidenza del senato ?

  2. E alimentare così il triste dibattito “vale più la scienza della politica, o la politica della scienza?”?:) No, per questa volta mi limito alla pura osservazione di uno studio peraltro basato su una numerosità piuttosto bassa (ma che giunge a conclusioni quantomeno interessanti, che ognuno di noi può verificare più o meno empiricamente nella propria cerchia di familiari/conoscenti, senza scomodare i “Palazzi”).
    Grazie per l’interesse dimostrato, a presto!

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