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Un tool per disegnare città senza baraccopoli

Quali aree sono classificabili come baraccopoli e come risolverne i problemi urbanistici? Un approccio matematico arriva in aiuto.

RICERCA – In tutto il mondo le persone che popolano le aree urbane sono circa quattro miliardi: un quarto vive in una baraccopoli. L’ONU stima che, senza una strategia di azione che permetta di trasformare le aree degradate in quartieri accessibili e dotati di servizi primari, questa cifra potrebbe triplicare e raggiungere i tre miliardi entro il 2050.

Gli slum variano nel loro aspetto e struttura fisica, ma tutti sono accomunati dalla mancanza di indirizzi – fattore che ne rende ancora più difficile lo studio – e dalla mancanza di accesso a servizi essenziali, come l’acqua e i servizi igienici. Anche fornire assistenza sanitaria tramite ambulanza e soccorso pubblico in caso di incendio, è praticamente impossibile in queste aree.

Gli esperti che si occupano di pianificazione urbana hanno fatto vari tentativi per migliorare l’urbanistica ed evitare la formazione di baraccopoli, ma finora il design della “città ideale” non è stato ancora definito. Sulla rivista Science Advances un gruppo di ricercatori descrive un approccio che permette di riconoscere quando un’area di una città può essere classificata come una baraccopoli e di risolverne i problemi di accesso.

Christa Brelsford e colleghi del Santa Fe Institute hanno assemblato un diverso set di mappe di città provenienti da tutto il mondo, utilizzando un approccio matematico noto come topologia. Secondo questo metodo, gli slum vengono analizzati in base a due categorie: infrastrutture (edifici e spazi pubblici) e vie di accesso. Ciò permette ai ricercatori di descrivere ogni luogo come una serie di blocchi collegati tra loro, in altre parole come nodi e connessioni. In base a questa definizione, le baraccopoli sono caratterizzate da una serie di nodi disconnessi.

In topologia, un blocco di edifici circondato da strade è considerato equivalente, indipendentemente dalla forma e dalla struttura dell’insediamento. In questo modo è possibile applicare lo stesso approccio a qualunque città, da New York a Praga, da Harare a Las Vegas.

Il metodo descritto nel paper è stato già sperimentato a Cape Town e Mumbai, dove le comunità locali e i rispettivi governi stanno lavorando per mappare gli insediamenti informali e proporre idee che siano in linea con le specifiche preferenze, priorità e budget. Nel distretto di Cape Town studiato dai ricercatori, ad esempio, i servizi essenziali come acqua, bagni, elettricità e servizi di rimozione di rifiuti,si trovano solamente all’esterno, nei punti che sono raggiungibili attraverso la strada, mentre le zone interne sono completamente isolate.

Nello studio i ricercatori hanno utilizzato mappe create con l’aiuto dagli abitanti dello slum per ricostruire i nodi e le connessioni della baraccopoli. Attraverso l’algoritmo hanno poi identificato quali aree erano accessibili e hanno simulato il modo più efficiente per aggiungere nuove strade e sentieri e collegarli alle vie esterne.

Sulla piattaforma digitale OpenReblock è disponibile il codice open source per predire la rete stradale meno invasiva che permette l’accesso all’interno di insediamenti informali, come gli slums. Sono riportate anche mappe interattive di un sobborgo di Harare e del distretto di Cape Town. I ricercatori sperano in futuro di riuscire a creare un’interfaccia semplice da utilizzare dalle comunità di tutto il mondo. In questo modo le popolazioni locali potranno partecipare al processo, esprimendo la loro opinione sulle nuove strade da aggiungere all’insediamento.

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    Immagine anteprima Mark Reidy – Flickr: IMG_8221 CC BY 2.0

Francesca Camilli
Comunicatrice della scienza. Produco contenuti e oggetti multimediali per università, enti di ricerca, case editrici e testate giornalistiche. Collaboro con l’agenzia di comunicazione formicablu e con il magazine online OggiScienza. Ho una laurea in biotecnologie mediche e un master in giornalismo scientifico digitale.

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