domenica, Marzo 24, 2019
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Stalle di soia, campi di maiali

Il Brasile è il più grande produttore di soia al mondo, la Cina è il principale allevatore di maiali: perché questi dati sono un problema?

AMBIENTE – C’era una volta la Repubblica delle banane. Uno stato ideale in cui il potere è controllato dalle multinazionali che impongono ed esportano una sola coltivazione: solo banane, solo caffè, solo canna da zucchero. E da qualche anno, soia. Tanta soia. Così tanta che ormai è tempo di parlare di Repubblica della soia.

La soia è un legume originario della Cina che si adatta a vivere in climi molto diversi. Grazie alla ricerca scientifica, inoltre, sono state selezionate varietà diverse per ciascuna area del pianeta. In Brasile, per esempio, cresce così bene che la foresta amazzonica viene abbattuta per fare spazio ai campi di soia. Greenpeace ha denunciato che nel 2018 sono spariti 7900 km^2 di foresta, un territorio pari a quello del Friuli-Venezia Giulia. Ma il suolo disboscato non è adatto all’agricoltura intensiva perché è troppo povero di sali minerali per garantire la crescita delle colture. E quindi bisogna ricorrere al largo consumo di fertilizzanti, che drogano il terreno e inquinano falde acquifere e fiumi.

Dove va a finire tutta la soia?

La destinazione più comune per questa merce è la Cina. «La soia viene coltivata nel Mato Grosso, fa 3000 km attraverso il Brasile a bordo di enormi camion e raggiunge un porto, è imbarcata su delle navi che percorrono 20 000 km fino a un porto cinese, poi viene caricata su un treno ed è spostata per altri 2000 km, fino a raggiungere un allevamento di polli o maiali» racconta l’economista Joao Pedro Stedile.

Quindi la soia serve per ingrassare i maiali, che sono una delle maggiori fonti di guadagno dell’industria agricola cinese. La Cina, infatti, alleva il 47% di tutti i maiali presenti nel mondo. Come dimostra un articolo del 2015 pubblicato su PLOS One, l’Europa è il secondo produttore al mondo e al terzo posto ci sono gli Stati Uniti, che però hanno concentrato questa attività negli stati dell’Iowa e del North Carolina.

Gli allevamenti intensivi di maiali producono enormi quantità di liquami, che rendono irrespirabile l’aria intorno alle stalle, inquinano i terreni, contaminano le falde acquifere e portano alla morte di molte altre specie viventi acquatiche e del suolo. Senza parlare della quantità di gas serra che liberano in atmosfera. «Quando hai pochi maiali in una fattoria, i loro escrementi sono una risorsa preziosa» dice Janet Larsen dell’Earth Policy Institute «ma quando hai 10 o 20 mila capi in un’azienda, i loro liquami sono un grosso problema da gestire».

Diffusione degli allevamenti di maiali nel mondo – PLOS One

Perché tanti maiali?

Di pari passo con il boom economico, il governo cinese ha cercato di aumentare la quantità di cibo per la sua popolazione. Nel farlo ha deciso di puntare su cibi più calorici e così la disponibilità di carne sul mercato è cresciuta. Ma in Cina la quantità di terreni coltivabili è troppo limitata per le esigenze della popolazione, per cui è stato necessario acquisire aziende specializzate negli Stati Uniti e vasti terreni da coltivare in Brasile e in Africa.

Questa mossa ha permesso di sfamare il miliardo di persone che vivono in Cina, ma ha creato disuguaglianze e problemi in tutti gli altri stati. Allevamento e coltivazioni intensive, infatti, impiegano pochissima manodopera perché sono in gran parte meccanizzati. Per questo gli abitanti di North Carolina, Brasile o Mozambico hanno subito (e ancora subiscono) le conseguenze di queste attività, senza però godere di alcun vantaggio.

Il problema non è grave soltanto nell’immediato, ma lo è ancora di più in prospettiva. Le previsioni di crescita della popolazione in India e in larga parte dell’Africa fanno pensare che questi stati condurranno politiche alimentari simili a quelle della Cina. Se così sarà, la foresta amazzonica potrebbe subire tagli ancora più netti, con tutte le conseguenze ambientali e sociali che ne derivano.

Previsioni sulla crescita della popolazione – UN Population division

Questa storia è raccontata in modo efficace nel documentario Soyalism di Enrico Parenti e Stefano Liberti. Il documentario ha partecipato a inizio dicembre alla 31° edizione dell’International documentary film festival di Amsterdam, la più importante rassegna di documentari d’Europa. È un viaggio in tre continenti, che alterna interviste a professori universitari e ambientalisti informati con chiacchierate informali a persone comuni, che subiscono gli eventi senza armi per difendersi. I ragionamenti più complessi sono spiegati attraverso una serie di cartoon che mostrano com’è cambiato il modo di fare agricoltura negli ultimi anni. Il mondo che stiamo plasmando assomiglia a un gioco da tavola in cui ogni volta che una tessera si muove provoca una conseguenza in quella a fianco: sparisce la foresta, compare la monocoltura; sparisce la monocoltura, arrivano i capannoni; spariscono i capannoni, arriva la città. È la Repubblica della soia, bellezza.

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claudio dutto
Redattore di libri scolastici, appassionato di saggi scientifici e autore di podcast per diletto. Su twitter sono @claudio_dutto

3 Commenti

  1. Quando hai pochi maiali in una fattoria, i loro escrementi sono una risorsa preziosa» dice Janet Larsen dell’Earth Policy Institute «ma quando hai 10 o 20 mila capi in un’azienda, i loro liquami sono un grosso problema da gestire.

    Da anni nel reggiano i liquami di alcune grosse porcilaie vengono trasformati in biometano. Azienda esperta in biogas è la Hera. Servirebbero investimenti privati o di stato per incentivare lo sviluppo di una ricerca già molto avanzata. Un tempo allevamento e agricoltura erano perfettamente coordinate. L’industrializzazione delle due attività ha rotto l’equilibrio. Si tratta di recuperarlo; avviene già ora, la situazione è incoraggiante, almeno in Italia. Servono chimici industriali e ingegneri chimici.

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