domenica, Settembre 22, 2019
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Ketsuekigata, la dottrina orientale dei gruppi sanguigni

Non è che una superstizione, ma resta radicata in Giappone e Corea del Sud: secondo la Ketsuekigata, il gruppo sanguigno di una persona ne determina la personalità.

Un’immagine dalla serie anime giapponese Ketsuekigata-kun! dedicata ai luoghi comuni sui gruppi sanguigni.

Secondo una credenza molto radicata in Giappone e in Corea del Sud, il gruppo sanguigno di una persona ne determinerebbe la personalità, l’indole e la compatibilità con altri individui. Si tratta di una sorta di tradizione culturale tipica dell’Asia orientale – nata in tempi relativamente recenti – che ha una popolarità molto simile a quella, per le popolazioni occidentali, dei segni zodiacali, capaci di influire in molteplici maniere nella vita di ognuno.

Nonostante la teoria dei gruppi sanguigni come indicatori della personalità umana sia da ritenersi in tutto e per tutto nient’altro che una superstizione – al pari della famosa dieta dei gruppi sanguigni – in certi casi viene ancora considerata come un fattore discriminante. Nel 1990, riporta il quotidiano Asahi Daily, la Mitsubishi Electronics aveva annunciato la formazione di un’equipe di lavoratori con sangue di tipo AB per via della loro presunta e innata abilità nella pianificazione. In tempi più recenti Ryu Matsumoto, politico giapponese scomparso nel 2018, aveva rassegnato le sue dimissioni dalla carica di Ministro della Ricostruzione dopo avere espresso alcune critiche infuocate nei confronti dei governatori dell’area maggiormente colpita dal terremoto del 2011. Nella conferenza stampa per annunciare le dimissioni, Matsumoto si è giustificato affermando che, essendo del gruppo sanguigno B, la sua indole era naturalmente aggressiva.

La Ketsuekigata (tradotta come “Dottrina dei gruppi sangiugni”) altro non è che uno dei tanti modi con cui l’essere umano tenta di ordinare e definire se stesso e gli altri. La dottrina è nata all’inizio del ‘900 da alcune idee di razzismo scientifico che sfruttavano i gruppi sanguigni umani come elemento categorizzante. Nel corso dei decenni ha guadagnato così tanto consenso al punto da imporsi quasi come una tradizione per molte culture asiatiche.

Sangue, indole e affinità

Quando lo scienziato austriaco Karl Landsteiner scoprì l’esistenza dei gruppi sanguigni, alcuni studi etnologici evidenziarono una differenza di distribuzione dei gruppi tra le popolazioni del mondo. La semplificazione in chiave razziale era dietro l’angolo e, puntualmente, la prevalenza o meno di un gruppo sanguigno venne utilizzata come una dimostrazione di ipotetica supremazia di una popolazione sulle altre, sia in occidente che in oriente. Nel 1927 Takeji Furukawa, docente in una scuola di Tokyo dedicata alla formazione di nuovi insegnanti, pubblicò l’articolo “Lo studio del temperamento attraverso il gruppo sanguigno”, una raccolta di conclusioni bislacche basate sull’osservazione del carattere di una ventina di persone. Furukawa, nel suo scritto, presentò anche una serie di tabelle comportamentali relazionate al gruppo sanguigno d’appartenenza. Grazie a questa codifica, comprensibile da chiunque e di facilissima lettura, la tradizione ebbe inizio.

Le idee formulate da Furukawa fecero breccia anche tra gli esponenti del governo giapponese che le applicarono in ambito militare, per la selezione e la formazione del personale, e per motivare gli atti di ribellione di alcune delle popolazioni parte dei territori del nascente Impero, come nel caso delle rivolte di Taiwan negli anni ’30. Anche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la teoria della personalità dettata dal gruppo sanguigno venne seguita per l’organizzazione dei reparti dell’esercito, con precisi bilanciamenti tra persone di gruppo sanguigno diverso. Al termine del conflitto e negli anni successivi, le idee di Furukawa rimasero “latenti” tra la popolazione giapponese, fino a guadagnare una nuova popolarità a partire dagli anni ’70, con le numerose pubblicazioni di Masahiko Nomi, giornalista televisivo privo di qualsiasi conoscenza medica.

Nomi è stato l’autore di circa trenta volumi in cui ha dato un quadro completo alla dottrina dei gruppi sanguigni, procedendo a una “rigorosa” classificazione delle caratteristiche umane proprie di ogni gruppo e le relative interazioni e compatibilità tra questi. Il lavoro di disseminazione e ricerca di Nomi è stato valutato, solo dopo la sua morte avvenuta nel 1981, come il frutto di analisi e statistiche prive di validità, nonché di una serie di aneddoti raccolti negli anni e impossibili da verificare. Secondo Nomi gli individui, a seconda del gruppo sanguigno, presentano le seguenti caratteristiche positive e negative:

  • Gruppo A – 型 Agata

Riservati, sensibili, pazienti, responsabili, perfezionisti, saggi

Ossessivi, testardi, seriosi.

  • Gruppo B – 型 Bgata

Creativi, flessibili, amichevoli, ottimisti

Irresponsabili, smemorati, pigri, impazienti.

  • Gruppo AB – 型 ABgata

Calmi, socievoli, intelligenti, adattabili

Indecisi, distaccati, ipercritici.

  • Gruppo 0 – 型 Ogata

Determinati, ambiziosi, intuitivi, competitivi

Freddi, aggressivi, arroganti, invidiosi.

Negli anni a seguire, Toshitaka Nomi, figlio di Masahiko, ha continuato a divulgare le teorie paterne e nel 2004 ha fondato lo Human Science AB0 Center, presso il quale, ancora oggi, si tenta di rivestire la Ketsuekigata di una qualche scientificità.

Credere o non credere a qualcosa rappresenta una scelta personale. Nessuno può criticare la libera scelta individuale di credere, ad esempio, alle profezie dell’oroscopo che leggiamo ogni giorno. Allo stesso modo, la dottrina dei gruppi sanguigni rappresenta in Asia orientale una tradizione popolare giocosa. È abbastanza comune chiedere a qualcuno “di che gruppo sanguigno sei?” per dare il via a una conversazione.

La questione si fa più seria (e pericolosa) nel momento in cui una teoria pseudoscientifica diventa motivo di discriminazione sul luogo di lavoro o nelle scuole. In Giappone c’è un termine che indica proprio questo tipo di comportamento: bura-hara, letteralmente “molestia sanguigna”.


Leggi anche: L’iridologia non ha alcun senso

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Gianluca Liva
Giornalista scientifico freelance.

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