martedì, Maggio 21, 2019
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Urinoterapia e urofagia: sono prive di efficacia, ma qualcuno le pratica ancora

Urina come trattamento di bellezza o a fini terapeutici: nonostante i millantati benefici non siano mai stati dimostrati, l'utilizzo di urina come "sostanza curativa benefica" non è mai scomparso.


“Bevo un po’ della mia urina tutti i giorni. È un rimedio che viene dall’antica Cina. Nell’urina rimangono materiali di scarto che fanno bene alla salute. Se vi disgusta diluitela nella camomilla”

Eleonora Brigliadori

L’urinoterapia è una pratica di medicina alternativa che consiste nell’utilizzo dell’urina a fini terapeutici o, in alcuni casi, come trattamento di bellezza. L’urina, in genere, viene applicata su una specifica parte del corpo oppure viene ingerita (in questo caso si parla di urofagia). È stato ampiamente dimostrato come l’urinoterapia sia priva di efficacia nonché di qualsiasi riscontro scientifico. Nonostante ciò – complice una tradizione millenaria diffusa in molte parti del mondo – l’utilizzo dell’urina come sostanza curativa è ancora molto diffuso.

Terapia delle urine: l’acqua della vita

L’urina è stata o è considerata come una sostanza terapeutica sia dalla medicina tradizionale indiana che in alcune culture del sud est asiatico. In Europa si trovano riferimenti all’uso terapeutico dell’urina sia nelle opere di Galeno di Pergamo che nella Naturalis historia di Plinio, in cui se ne consigliava l’uso per curare le lacerazioni della pelle. Nel corso della storia, l’urina è stata adoperata per una enorme quantità di scopi, anche come sbiancante per i denti. Tuttavia, a dare una nuova fama a questo tipo di pratiche è stato il naturopata britannico John W. Armstrong all’inizio del XX° Secolo.

Armstrong trasse ispirazione dalle abitudini secolari di trattare con l’urina le punture d’insetto o il mal di denti (ai giorni nostri, l’abitudine riguarda ancora le punture di medusa) e considerò sempre come riferimento – metaforico – il verso biblico «bevi l’acqua dalla tua cisterna, e le acque che scorrono dal tuo stesso pozzo». Armstrong per decenni prescrisse l’assunzione di urina a migliaia di pazienti e descrisse la sua pratica nel volume “L’acqua della vita: un trattato sulla terapia delle urine”, pubblicato nel 1944, che divenne il testo fondamentale dell’urinoterapia contemporanea.

Nel trattato si afferma che tutte le malattie (eccezion fatta per quelle causate da traumi o da disturbi di natura) possano essere curate con una terapia che non prevede l’uso di farmaci e che considera l’organismo umano nel suo complesso. L’unica sostanza prevista per la terapia è prodotta dal corpo stesso: l’urina. All’apparenza, sosteneva Armstrong, può sembrare strano immettere nel corpo qualcosa che era stato scartato ma, in realtà, l’urina è ricca di sali minerali, ormoni e non meglio specificate sostanze vitali. L’urinoterapia è, secondo l’autore, simile al compostaggio organico: le foglie che cadono sul terreno forniscono preziose sostanze per generare nuove piante. Lo stesso concetto vale per l’urina.

Il libro di John W. Armstrong fu un best seller mondiale ed ebbe particolare successo in India, dove riuscì a superare, in termini di popolarità, le concezioni urinoterapiche dell’ayurveda, la medicina tradizionale indiana. A conferire ulteriore popolarità all’urinoterapia fu il medico greco Evangelos Danopolous, che negli anni ’70 e ‘80 sosteneva di essere riuscito a guarire alcuni pazienti oncologici, in particolare per quanto riguarda il cancro al fegato, grazie a un composto a base di urina. Da allora, l’urinoterapia ha iniziato ad assumere i connotati di una cura alternativa per combattere il cancro; un’idea rafforzata dalla pubblicazione nel 1997 – sulla rivista Medical Hypothesis – di uno studio del dottor Joseph Eldor che decantava le qualità dell’urina per eliminare i tumori.

Secondo Eldor, dato che gli antigeni cellulari di alcuni tumori si trovano nell’urina, se si beve l’urina si introducono gli antigeni nel corpo e, di conseguenza, il sistema immunitario potrebbe attivarsi e generare anticorpi contro di essi.

Un “farmaco” autoprodotto

L’urina è una soluzione composta per oltre il 95% da acqua. I restanti componenti sono: urea 9,3 g/L, cloruro 1,87 g/L, sodio 1,17 g/L, potassio 0,750 g/L, creatinina 0,670 g/L e molte altre sostanze, presenti in quantità minori. Qualsiasi affermazione sui suoi possibili effetti benefici nei confronti di una enorme quantità di mali è stata del tutto smentita da un abbondante numero di pubblicazioni scientifiche. In particolare, l’urina non ha nessuna azione verso le masse tumorali.

Ingerirla con costanza nel tempo ha – nel caso migliore – un effetto nullo sul nostro organismo. L’urina rappresenta il principale mezzo attraverso cui l’organismo si libera delle scorie dei processi metabolici. Molti medici consigliano di abbandonare questa pratica al più presto. Sul portale della American Cancer Society viene dedicato un abbondante spazio per chiarire gli aspetti più controversi delle terapie alternative in ambito oncologico. Tra queste c’è anche l’urinoterapia, di cui era già stata dimostrata l’infondatezza molti anni prima della pubblicazione dei testi che l’hanno resa oggi celebre. È pericoloso credere che reintrodurre nel proprio corpo quelli che sono – a tutti gli effetti – materiali di scarto, possa comportare qualche beneficio, soprattutto se ci si ostina a ingerire la propria urina per lunghi periodi di tempo.


Leggi anche: Ketsuekigata, la dottrina orientale dei gruppi sanguigni

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Gianluca Liva
Giornalista scientifico freelance.
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