mercoledì, Giugno 26, 2019
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Il più ampio studio mai eseguito sulla salute delle persone transgender

Guy T'Sjoen è il medico belga che sta cercando una risposta alle domande sugli impatti della transizione di genere. Aiutando le persone a trovare se stesse, grazie alla Rete europea per l'indagine sull'incongruenza di genere (ENIGI).

Dal giugno 2018, la transessualità non è più classificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come malattia mentale. L’incongruenza di genere è stata rimossa dalla categoria dei disordini mentali dell’International Classification of Diseases per essere inserita in un nuovo capitolo delle “condizioni di salute sessuale”. Un cambiamento epocale, che va nella direzione di abbattere sempre più i tabù e dunque lo stigma nei confronti delle persone transgender.

Ma quanto sappiamo oggi dello stato di salute di chi decide di avvicinarsi alla propria autentica sessualità chirurgicamente oppure assumendo farmaci e ormoni? Ancora molto poco. Sono pochi i dati scientifici sugli effetti a lungo termine dei trattamenti sulla salute, come la suscettibilità al cancro o su come cambiano il cervello e il corpo in generale.

Dieci anni fa Benita Arren,

quarant’anni e due figli, stava vivendo un aspro conflitto interiore. Identificata come maschio alla nascita, per anni aveva nascosto a tutti le lunghe giornate passate a provare segretamente gli abiti della madre. Fino a che, da adult*, il “personaggio maschile nella sua testa” – come racconta sulle pagine di Nature – stava crollando, lasciandole la sensazione di non avere alcuna personalità. “La tua coscienza non è abbastanza veloce per comprendere tutte quelle emozioni” spiega. Nel 2010 Arren decide di cercare aiuto presso la clinica di genere dell’Ospedale universitario di Ghent in Belgio. Lì un endocrinologo dell’università, Guy T’Sjoen, ha appena lanciato uno studio – il primo del suo genere – che avrebbe seguito persone come Arren durante la loro transizione e per gli anni a venire. Arren accetta di unirsi allo studio immediatamente, ed è la terza persona ad iscriversi.

T’Sjoen crede nella validità del progetto, ma teme che tutto il suo entusiasmo si ridurrà a un fiasco. Che nessuno se la sentirà di iscriversi, che forse i tempi non sono maturi. Molti hanno preoccupazioni per la privacy e alcune persone mettono in dubbio i motivi della ricerca, temendo che alcuni scienziati potrebbero cercare una “cura” per le persone transgender. La svolta arriva nel 2018 quando il film Girl, diretto da Lukas Dhontsu e incentrato sulla vita di uno dei pazienti di T’Sjoen, Nora Monsecour, vince numerosi premi. Il medico si trova improvvisamente a essere una celebrità. Le riviste più prestigiose in Belgio lo nominano uno dei migliori medici della nazione, portandolo in televisione e sulle copertine dei giornali. Nel 2019 lo studio ha raggiunto i 2.600 partecipanti in quattro cliniche di tutta Europa.

L’attore e ballerino Victor Polster interpreta Nora nel film Girl, che ha portato sotto i riflettori il lavoro di Guy T’Sjoen. Screenshot: Netflix

È stato Pedro Almodóvar,

il cui lavoro presenta spesso personaggi transgender, a ispirare T’Sjoen – racconta il medico – anche se a mettere in moto il tutto è stato il suo primo incontro con una persona transgender in cerca di cure mentre era un medico di base. A quel tempo, il Belgio non aveva alcuna protezione legale per le persone transgender e coloro che non si conformavano alle norme sociali in materia di genere erano spesso evitati dalle loro famiglie.

Oggi la rete europea per l’indagine sull’incongruenza di genere (ENIGI) è il più grande studio di persone transgender nel mondo, ed è unica: la maggior parte degli studi sono piccoli e analizzano i risultati di persone che hanno già subito un trattamento ormonale e/o un intervento chirurgico.

Lavorando con endocrinologi delle università di Amsterdam, Oslo e Amburgo, T’Sjoen ha sviluppato un protocollo standard per le persone che iniziano trattamenti ormonali. L’attenzione dei media sulle questioni transgender e un cambiamento generale nell’opinione pubblica negli ultimi dieci anni hanno permesso a sempre più persone di rendersi conto di come si identificano e di cercare un trattamento. Ma anche se le società scientifiche hanno prodotto linee guida mediche, il trattamento di ciascuna persona (quale farmaco assumere e con quale dosaggio) è ancora gestito dal singolo medico.

L’ospedale vede i partecipanti

ogni tre mesi, raccogliendo dati di volta in volta per esempio sugli ormoni dello stress e sui marcatori immunitari. Più tardi raccolgono anche altri dati da esami psicologici, scansioni cerebrali e sequenze di DNA. La raccolta di tutti questi dati così diversi offre ai ricercatori di ENIGI uno sguardo completo su come il trattamento influisce su persone diverse. Questo è uno dei motivi per cui è stato così difficile studiare i meccanismi biologici dell’identità di genere usando i modelli animali. Dare ormoni cross-sessuali ai roditori può alterare il loro comportamento sessuale, ma nessuno sa se un topo pensa a se stesso come maschio o femmina.

Ewan decise di non sottoporsi ad altri interventi

oltre alla mastectomia. Dice di essere disturbato dal processo chirurgico per creare un pene e pertanto ha scelto di mantenere le sue ovaie e l’utero. Il medico però lo avverte che dovrebbe sottoporsi a screening regolari per il cancro, dal momento che nessuno sa se i trattamenti con testosterone aumenteranno il rischio di cancro alle ovaie o all’utero nel tempo. “In un mondo ideale – racconta T’Sjoen – i ricercatori farebbero uno studio randomizzato controllato confrontando diversi trattamenti ormonali e seguendo i pazienti a lungo termine. Diversi paesi tendono a utilizzare diverse formulazioni ormonali e alcuni medici usano il progesterone in aggiunta agli estrogeni, ma gli approcci non sono mai stati confrontati direttamente l’uno con l’altro”. T’Sjoen spera di riuscire lui stesso, a un certo punto, a lanciare uno studio di questo tipo.

Si discute se esistano il cervello maschile

e quello femminile, ma molti di questi studi sono stati interpretati male. “Non penso che esista un cervello maschile o femminile, ma è più un continuum”, spiega sempre a Nature Baudewijntje Kreukels, neuroscienziato del Centro medico dell’Università di Amsterdam che lavora all’interno di ENIGI. Il gruppo di Kreukels sta provando a testare alcune delle differenze che costituiscono i maggiori luoghi comuni tra uomini e donne. Ad esempio, alcuni studi hanno scoperto che uomini e donne usano diverse parti del loro cervello per ruotare gli oggetti nella loro mente.

Quando il gruppo di Kreukels ha esaminato il cervello di un gruppo di 21 ragazzi transgender che avevano appena iniziato il trattamento con testosterone, ha scoperto che il loro cervello assomigliava più a quello dei ragazzi cisgender (le persone che si riconoscono con il genere indicato alla nascita). Nel 2017, il NIH ha lanciato uno studio prospettico su 400 adolescenti transgender: sarà il primo a esaminare gli effetti dei farmaci che bloccano la pubertà fino a quando il corpo e la mente di un adolescente sono abbastanza maturi per iniziare il trattamento ormonale tra i due sessi.

Un problema è che i pazienti

sono quasi tutti bianchi e sono cresciuti in Europa. Le loro esperienze potrebbero essere diverse da quelle delle persone transgender con background diversi o che vivono in paesi con atteggiamenti più restrittivi. Inoltre il campione coinvolto comprende solo persone in cerca di cure mediche formali, il che spesso esclude le prostitute e le persone che acquistano ormoni sul mercato nero.

T’Sjoen spera di espandere ENIGI per includere anche altri gruppi di persone. “Per me è un vantaggio in più perché più test hai, più sicurezza hai per te stesso e per il tuo corpo” conclude Arren. Oggi si sente a suo agio con un* se stess* completamente femminile. “Ci è voluto molto tempo per ottenere quel modo, ma ne è valsa la pena. Ora questo è un capitolo chiuso per me.”


Leggi anche: Cervello maschile e cervello femminile? Non esistono, parola di Gina Rippon

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

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