martedì, Ottobre 22, 2019
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Mediterraneo, il mare più sovrapescato al mondo

Solo il 38% degli stock ittici è pescato a livelli sostenibili: è possibile ricostituire gli stock e salvaguardare la pesca artigianale?


L’Annuario dei dati ambientali 2018 dell’ISPRA mostra un generale stato di sovrasfruttamento per gli stock di interesse commerciale di pesci e invertebrati nei mari italiani. Un prelievo eccessivo che colpisce sia le specie di fondo, ad esempio il nasello (Merluccius merluccius) pescato con reti a strascico e con palamiti, che su specie di piccoli pesci pelagici come le acciughe (Engraulis encrasicolus) e le sardine (Sardina pilchardus) pescate principalmente con reti a circuizione e con le lampare, o ancora su crostacei, come il gambero rosa del Mediterraneo (Parapenaeus longirostris).

La valutazione degli stock è stata fatta tramite tecniche di analisi di stock assessment che permettono di stimare il massimo rendimento sostenibile (Maximum Sustainable Yeald, MSY), la biomassa dei riproduttori capace di ottenerlo (Bmsy) e la mortalità massima sostenibile (Fmsy) da non superare per garantire la perennità delle risorse ittiche. I dati sono riferiti al periodo 2007 – 2016, durante il quale il numero di stock monitorati è variato tra 9 e 34 (circa il 26% dello sbarcato nazionale). Tra il 78% e il 95% degli stock sono in stato di sovrasfruttamento.

La Strategia marina e la Politica comune della pesca

I mari italiani non sono i soli nei quali c’è un prelievo eccessivo sulle specie d’interesse commerciale. Secondo il rapporto della FAO The state of the fisheries 2018 solo il 38% degli stock ittici pescati nel Mediterraneo è pescato a livelli sostenibili, il che fa del Mare Nostrum il mare più sovrapescato al mondo.

A livello europeo ci sono due strumenti legislativi principali per la gestione della pesca. Il primo è la Direttiva Quadro Strategia Marina del 2008 che ha come obiettivo il raggiungimento per tutti gli stock commerciali del buono stato ambientale (Good Environmental Status, GES), con mortalità da pesca e biomassa dei riproduttori compatibili con i limiti di riferimento basati sull’MSY. Il secondo è la nuova politica comune della pesca (PCP), entrata in vigore il 1 gennaio 2014, che prescrive di raggiungere per tutti gli stock commerciali livelli di biomassa che siano capaci di produrre il MSY, entro il 2015, ove possibile, e al più tardi entro il 2020.

Controllo dello sforzo di pesca e sistema delle quote

La gestione della pesca secondo la PCP può assumere la forma di controllo degli input o dell’output. Nel primo caso si tratta di norme per controllare quali pescherecci hanno accesso a quali acque e quali zone; controlli sullo sforzo di pesca per limitare la capacità di pesca e l’utilizzo di pescherecci; misure tecniche per disciplinare l’uso delle attrezzature e i periodi di pesca. Nel secondo caso si tratta di stabilire dei limiti alla quantità di pesce pescato in un determinato settore, in particolare attraverso il sistema delle quote (o totali ammissibili di cattura, Total Allowable Catches, TAC).

Il controllo dello sforzo di pesca combinato con misure tecniche specifiche come regolamenti sugli attrezzi da pesca, l’introduzione di una taglia minima di riferimento e la chiusura selettiva alla pesca in alcune aree e regioni sono le principali strategie di gestione della pesca adottate dai paesi europei nel Mediterraneo. Al contrario, nell’Atlantico Nord Orientale il meccanismo di gestione principale è quello delle quote di cattura per ciascuna specie pescata. Varie analisi dell’andamento degli stock ittici nei mari europei hanno mostrato che nell’Atlantico Nord Orientale ci sono stati grandi progressi verso il raggiungimento dell’MSY, mentre nel Mediterraneo si è ancora lontani dal raggiungimento di questi obiettivi.

Il sistema di gestione della pesca ha fallito

Secondo gli autori dell’articolo Mediterranean Sea: a failure of the European Fishery Management System questo è dovuto all’inefficienza dell’attuale metodo di controllo della mortalità da pesca, alla continua non aderenza alle indicazioni scientifiche e all’inadeguatezza degli attuali piani di gestione nazionali degli stock ittici. Per gli autori è indubbio che se l’Europa vuole raggiungere gli obiettivi della PCP entro il 2020 sarà necessario introdurre anche nel Mediterraneo il sistema delle quote.

C’è poi scarsa coerenza nella definizione del buono stato ecologico (GES) da parte degli stati membri, che hanno stabilito degli obiettivi ambientali meno ambiziosi di quanto richiesto dalla Direttiva quadro strategia marina e dalla PCP. È la conclusione di un altro articolo dello stesso anno. I ricercatori notano inoltre che, in alcuni casi, i punti di riferimento basati sul rendimento massimo sostenibile (MSY) sono stati considerati obiettivi da raggiungere invece che limite massimo da non oltrepassare, il che è in inconsistente con la Strategia marina e con la PCP.

I pesci bistecca

Franco Andaloro è uno degli autori di quest’articolo e autore del capitolo dedicato alla pesca nell’Annuario dei dati ambientali 2018 dell’ISPRA. “La pesca si è evoluta lentamente dalla preistoria con lo sviluppo di una conoscenza empirico ecologica e di una grande serie di attrezzi, esistenti già 400 anni dopo Cristo, che sono rimasti gli stessi fino al 1800” spiega il ricercatore a OggiScienza. “Fino a quest’epoca tutti i pesci che erano catturati erano mangiati e si era sviluppata una cucina complessa, ricca di piatti e di variazioni regionali. Poi c’è stata l’invenzione del motore a scoppio, che ha determinato il passaggio da un’economia di sussistenza, nella quale si mangiava tutto quello che si pescava, a un’economia nella quale si vende il surplus”.

“I pesci cambiavano di stagione in stagione, non c’era la possibilità di inseguirli e la pesca si adattava alla disponibilità delle risorse” dice Andaloro, che adesso è direttore di ricerca presso la Stazione Zoologica di Napoli Anton Dohrn, sezione di Palermo. “Poi è cambiato il mercato e la pesca si è rivolta sempre più a specie iconiche, di grande impatto commerciale e facilmente utilizzabili, come il pesce spada e il tonno, i cosiddetti ‘pesci bistecca’. C’è stato anche un grande aumento del prelievo di molluschi e crostacei e l’evoluzione dell’acquacultura”.

Il ricercatore spiega che fino agli anni ’70 in Italia si mangiavano circa 150 specie di pesci, mentre oggi il consumo nazionale si basa su 40 specie. E tra queste, tra il 70% e l’80% del consumo avviene su solo 10 specie ittiche. “Oggi, grazie alla tecnologia, i pescatori rivolgono l’attenzione esclusivamente alle specie di mercato e ciò ha determinato la sovrapesca. Le altre specie, abbondanti, rimangono inesplorate o scartate” dice il ricercatore.

Pesca illegale, ricreativa e bracconaggio

“La pesca ufficiale ha una responsabilità marginale sul depauperamento delle risorse ittiche” dice Andaloro. “Al suo fianco ci sono altri fattori importantissimi come la pesca illegale, fatta da pescatori professionisti legali che sono diventati illegali a seguito delle misure europee che offrivano contributi per ridurre le dimensioni del naviglio da pesca; il bracconaggio, fatto da pescatori non professionisti; e la pesca ricreativa”.

“La ricerca scientifica internazionale è molto concentrata sul rapporto causa – effetto, che mette in relazione lo sforzo di pesca con il pescato, e la politica europea ha tradotto tuto questo in una riduzione dello sforzo di pesca, che ha determinato negli anni la perdita del 40% del capitale umano tra i pescatori professionisti italiani. Nonostante questo non c’è stata ripresa delle risorse”.

Il Mediterraneo ha stock ittici che, come nel caso del Mare Adriatico e del Mare di Sicilia, sono condivisi tra vari paesi. Per una loro gestione sostenibile sarebbe necessario un coordinamento efficace sia a livello dei paesi europei che di tutto il bacino. Gli stock transfrontalieri sono gestiti dalla General Fishery Commission for the Mediterranean (GFCM), ma secondo gli osservatori le raccomandazioni emesse da quest’organo sono “rispettate marginalmente dai paesi europei e ancora meno, o per nulla, dagli altri paesi”.

Pressioni multiple sulle risorse ittiche

“Oltre ai problemi legati al prelievo da pesca, legale e illegale, ci sono molte altre pressioni sulle risorse marine e la pesca avviene su stock sempre più depauperati” dice Andaloro. Le politiche di gestione messe in atto finora nel Mediterraneo, aggiunge, ignorano i dati ecosistemici.

Tra questi ci sono gli impatti dovuti alla presenza di specie aliene animali e vegetali che competono con le specie endemiche e alterano la struttura degli ecosistemi, e gli effetti negativi dovuti al cambiamento climatico, come la tropicalizzazione, cioè la presenza sempre maggiore di specie animali e vegetali non indigene o in espansione, come le specie che provengono dall’Atlantico; la meridionalizzazione, specie mediterranee termofile che preferiscono acqua calda e che sono in netta espansione verso Nord e in quantità; il cambiamento delle correnti e la conseguente diminuzione della produttività primaria; l’acidificazione dell’acqua che impatta coralli ed altri organismi con gusci di carbonato di calcio; l’asincronizzazione dei cicli vita delle specie simpatriche, che occupano lo stesso areale.

Secondo Andaloro, per una gestione sostenibile delle risorse ittiche nel Mediterraneo è necessario investire sulla piccola pesca: “La pesca artigianale è custode di antichi saperi e utilizza tecniche compatibili con l’ambiente. È il miglior risultato in termini di costi/benefici” dice il ricercatore. Nella pesca industriale, invece, i costi globali sono superiori ai ricavi. “La pesca artigianale finora ha fatto il vaso di coccio tra pesca industriale e politica europea, invece è fonte enorme di proteine e di cultura che può essere spesa anche nell’ambito del turismo blu” dice il ricercatore, che conclude “se tolgo le 20 barchette colorate dalla spiaggia, tolgo il pesce freschissimo, tolgo la meraviglia dei mestieri della pesca, spoglio anche i luoghi del loro fascino”.

È possibile ricostituire gli stock?

Nell’articolo Status and rebuilding of European fisheries pubblicato nel 2018 sulla rivista Marine Policy, i ricercatori hanno utilizzato le tecniche di analisi di stock assesment per valutare quattro strategie alternative per la ricostituzione degli stock: 1) divieto di pesca iniziale per gli stock la cui biomassa è meno della metà della biomassa al rendimento massimo sostenibile (MSY); 2) mortalità da pesca fino al 60% della mortalità da pesca all’MSY; 3) mortalità da pesca fino all’80% della mortalità da pesca all’MSY; 4) mortalità da fino al 95% della mortalità al rendimento massimo sostenibile, indipendentemente dello stato di sfruttamento degli stock.

I risultati mostrano che gli scenari che prevedono una mortalità da pesca più bassa consentono un recupero più veloce degli stock. Su 169 stock analizzati nel Mare Mediterraneo, i quattro scenari prevedono al 2030 percentuali via via minori del numero di stock ricostituiti (rispettivamente: 93%; 84%; 78%; 56%). Lo stesso vale per gli stock nei mari italiani, con un massimo di stock ricostituiti del 93% nello scenario con minore mortalità da pesca e un minimo del 37% nello scenario con alta mortalità da pesca. Lo studio conclude che la ricostituzione degli stock ittici non solo è possibile ma, a seconda della strategia di gestione scelta, potrebbe portare a catture superiori e a profitti più elevati per i pescatori, con conseguenze economiche positive per tutto il settore della pesca.

Serve collaborazione tra paesi e il rispetto delle indicazioni scientifiche

La ricostituzione degli stock ittici proposta in questo studio si basa sul sistema delle quote e sarebbe facilmente applicabile a livello dell’Atlantico Nord Orientale. A livello del Mediterraneo, dove il sistema delle quote non esiste – a parte per il tonno rosso e, dal 2017, per il pesce spada – la situazione è più complessa e di difficile soluzione. Da un lato il sistema di gestione della pesca basato principalmente sul controllo dello sforzo e su misure tecniche difficili da far rispettare si è dimostrato inadeguato per evitare il progressivo depauperamento degli stock, dall’altro secondo la FAO circa l’80% del naviglio da pesca nel Mediterraneo è composto da pescatori artigianali che hanno difficoltà pratiche oggettive nel monitorare le catture a livello degli stock locali.

Una parte di queste difficoltà, secondo Andaloro, potrebbe essere affrontata grazie ai Consorzi di gestione della pesca artigianale (COGEPA), dove gruppi di pescatori gestiscono in comune 40-50 km di costa, dove “il mare è di tutti, ma le regole le fanno loro; i pescatori diventano i gestori”.

Circa l’87% degli sbarchi totali del Mediterraneo proviene da paesi europei e gli studi concordano sulla necessità di più stretta collaborazione regionale sia a livello europeo tra stati membri, che a livello del bacino del Mediterraneo nell’ambito della General Fishery Commission for the Mediterranean (GFCM). L’obiettivo: far partecipare tutti i paesi non solo alla ricostituzione degli stock ittici, ma anche al godimento di quei benefici che derivano da una gestione sostenibile della pesca basata su evidenze scientifiche.


Leggi anche: Pesca e oceani, frenare l’overfishing con i Big Data

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    Fotografia di Alessandro Duci, Public Domain

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Tosca Ballerini
Ricercatrice e giornalista indipendente, specializzata in scienze, ambiente e analisi dati.
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