sabato, Novembre 23, 2019
AMBIENTE

Il cambiamento globale sta alterando le praterie

Alterazioni nelle piante che ne fanno parte potrebbero mettere in discussione i benefici che apportano all'ambiente da millenni

Uguali per migliaia e migliaia di anni, ora stanno cambiando per causa nostra. Le praterie sono state lo scenario naturale dall’alba dell’umanità, da quando i primi Homo sapiens sono emersi in Africa 300mila anni fa. Ma oggi, dopo averci sostenuto insieme a migliaia di altre specie animali, stanno mutando.

La causa è il cambiamento globale – cambiamento climatico, inquinamento e altre alterazioni ambientali diffuse – che sta trasformando le specie vegetali che crescono nelle praterie, e non sempre nei modi previsti dagli scienziati. A rivelarlo è una meta-analisi pubblicata su Pnas.

L’ecosistema delle praterie

Quello della prateria è un ecosistema nel quale predomina la vegetazione erbacea, con erbe, falaschi e altre piante da foraggio. Sebbene le praterie temperate possano presentare oltre 50 specie di piante vascolari e quelle tropicali oltre 200, solitamente più del 60 percento della biomassa presente sul terreno è generalmente costituita da due o tre specie d’erba.

Le praterie coprono una superficie superiore al 40 percento delle terre libere dal ghiaccio. Oltre a fornire cibo per bovini e ovini allevati dall’uomo, ospitano roditori, volatili, falchi, serpenti e insetti (cavallette in primis), ma soprattutto animali che non si trovano in nessun altro luogo in natura: predominano qui i grandi erbivori, come il bisonte nell’America settentrionale, l’elefante in Africa e il canguro in Australia.

Le praterie possono anche contenere fino al 30 percento del carbonio del mondo, rendendole alleate chiave nella lotta contro il cambiamento climatico. Tuttavia, i cambiamenti nelle piante che compongono le praterie potrebbero mettere a rischio tali benefici.

La meta-analisi pubblicata su PNAS

“È un buon pascolo per il bestiame, o buon modo per lo stoccaggio del carbonio?”, si domanda Kim Komatsu, autrice principale dello studio ed ecologista delle praterie allo Smithsonian Environmental Research Center. “A contare davvero sono le identità delle singole specie… Si potrebbe avere un sistema davvero invaso da erbacce che non sarebbe così vantaggioso per quei servizi da cui dipendono gli esseri umani.”

La nuova ricerca offre le prove più complete fino ad oggi su come le attività umane stiano cambiando le piante erbose. Il gruppo ha esaminato 105 esperimenti sulle praterie di tutto il mondo. Ogni esperimento ha testato almeno un fattore di cambiamento globale (come l’aumento di biossido di carbonio, temperature più elevate, ulteriore inquinamento da nutrienti o siccità) e alcuni esperimenti hanno esaminato tre o più tipi di modifiche. L’obiettivo era capire se il cambiamento globale stesse alterando la composizione di quelle praterie, sia nel numero delle specie vegetali presenti che nel tipo di specie.

Si è scoperto che le praterie possono essere sorprendentemente resistenti, almeno fino a un certo punto. In generale, le praterie hanno resistito agli effetti del cambiamento globale per il primo decennio di esposizione. Ma una volta raggiunto il limite dei 10 anni, la loro specie ha iniziato a cambiare.

La metà degli esperimenti della durata di 10 anni o più ha trovato un cambiamento nel numero totale di specie vegetali, e quasi tre quarti hanno trovato cambiamenti nei tipi di specie. Al contrario, solo un quinto degli esperimenti durati meno di 10 anni ha raccolto un qualche cambiamento di specie. Gli esperimenti che hanno esaminato tre o più aspetti del cambiamento globale avevano anche maggiori probabilità di rilevare la trasformazione delle praterie.

Quali le conclusioni?

“Penso che siano molto, molto resilienti”, commenta Meghan Avolio, co-autrice e professore assistente di ecologia alla Johns Hopkins University. “Ma quando arrivano le condizioni che portano il cambiamento, il cambiamento può essere molto rilevante”.

“Il numero di specie è un modo assai semplice e di dimensioni ridotte per comprendere una comunità… ma ciò di cui non tiene conto è l’identità delle specie”, aggiunge. “E quello che stiamo scoprendo è che può esserci un ricambio.”

Per Komatsu, è un segno di speranza: la maggior parte delle praterie potrebbe resistere ai cambiamenti globali indotti sperimentalmente per almeno 10 anni. “Stanno cambiando abbastanza lentamente quindi, in futuro, saremo in grado di prevenire cambiamenti catastrofici”.

Tuttavia, il tempo potrebbe non essere un fattore necessariamente dalla nostra parte. In alcuni esperimenti, l’attuale ritmo del cambiamento globale ha trasformato anche i cosiddetti grafici di controllo che non sono stati esposti a pressioni di cambiamento globali più elevate. Tanto che, alla fine, molti di questi grafici sembravano quelli sperimentali.

“Il cambiamento globale sta avvenendo su una scala che è più grande degli esperimenti che stiamo facendo…” puntualizza Komatsu. “Gli effetti che ci aspetteremmo dai nostri risultati sperimentali, stiamo iniziando a vederli verificarsi naturalmente”.


Leggi anche: Lumos et nox: l’inquinamento luminoso minaccia le praterie

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Fotografia: Pixabay

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