domenica, Ottobre 20, 2019
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Gli animali delle caverne

Un nuovo studio nelle grotte di Denisova, uno dei luoghi più importanti per la paleontologia

Le grotte di Denisova sui Monti Altaj in Siberia sono considerate uno dei siti più importanti per lo studio dell’evoluzione umana. A meno di 100 km dal confine con il Kazakhstan, e a poche centinaia da Cina e Mongolia, questo complesso di grotte ha un inestimabile valore paleontologico e paleoarcheologico. Rappresentano infatti l’unico luogo ad ora conosciuto in cui siano state rinvenute le tracce della presenza di ben tre diversi tipi di ominidi: i Neanderthal, i primi Homo Sapiens e l’Homo Denisova. Quest’ultimo è stato scoperto per la prima volta nel 2010 proprio in queste grotte, che gli hanno dato il nome.

E proprio queste grotte continuano a fornire agli archeologi fondamentali testimonianze di ciò che succedeva al loro interno migliaia e migliaia di anni fa.

Un team di ricercatori russi e australiani ha pubblicato su Scientific Reports uno studio in cui si sono messi in luce nuovi dettagli sulla vita nelle caverne, evidenziando come in realtà fossero grandi animali carnivori come iene, orsi e lupi – e non gli ominidi – a occuparne le cavità per periodi di tempo più lunghi.

Nel complesso delle grotte di Denisova erano già stati rinvenuti in passato fossili di ossa, strumenti di pietra e altre tracce della presenza di ominidi. Con questa nuova ricerca, si è scavato metaforicamente più in profondità, studiando i sedimenti a livello microscopico, e riuscendo così a trovare delle evidenze altrimenti invisibili a occhio nudo.

Tecniche di analisi avanzate

Usando moderne tecniche di analisi geoarcheologica, i ricercatori hanno esaminato strati di sedimenti fino a 3 o 4 metri di profondità. Il metodo usato, chiamato micromorfologia, permette di studiare i depositi archeologici a livello microscopico, evidenziando particolari proprietà della struttura del suolo che danno informazioni nuove e più dettagliate su cosa succedeva all’epoca in cui quei sedimenti sono stati depositati.

“Si parla di micromorfologia quando si compiono analisi microscopiche sui sedimenti, cioè sugli strati di suolo” spiega a OggiScienza il Dr. Cristiano Nicosia, docente di stratigrafia e processi formativi all’Università di Padova. “Da questo tipo di analisi si può capire ad esempio come si è formato lo strato che stiamo esaminando, se deriva da una deposizione lenta, ovvero da un graduale accumulo di sedimento da parte dell’uomo, o se invece è stato dilavato da un pendio, e quindi i materiali che vi troviamo non sono più nella posizione in cui erano stati deposti originariamente.”

Questi strati di terreno, che gli archeologi chiamano “sedimenti”, ma che noi potremmo chiamare “sporco”, sono composti da tutti quei materiali derivanti dalla presenza di esseri viventi. “Quando si lavora su periodi molto lunghi, come si fa ad esempio quando si studiano le grotte,” continua il Dr. Nicosia, “si cercano ad esempio i piani di calpestio, per capire se un sedimento è stato calpestato ed è quindi ancora nella propria condizione originaria.” E una volta stabilite le condizioni del suolo, se è ben conservato può preservare al suo interno evidenze che altrimenti non sarebbero sopravvissute al passare del tempo. “All’interno dei sedimenti si possono cercare le tracce di scottatura legate all’uso del fuoco, e dalla cenere si può capire quali fossero i combustibili utilizzati. Oppure si possono cercare anche tracce di escrementi, per identificare che tipo di animali vivevano insieme all’uomo in un determinato luogo e in un dato tempo.”

Un ambiente ideale

I ricercatori, guidati dal geoarcheologo Mike Morley della Flinders University di Adelaide, hanno rinvenuto nel suolo delle grotte di Denisova una grande abbondanza di tracce fossili di escrementi animali, principalmente di iene, lupi e orsi, confermando risultati ottenuti già da ricerche precedenti.

“Gli escrementi fossili, o coproliti”, continua Nicosia, “sono fatti di materia organica, che con il tempo è destinata a degradare e sparire, a meno che non ci siano le condizioni che ne favoriscono la conservazione”. Queste condizioni favorevoli possono essere aridità estrema, come nel caso dei corredi dei faraoni, o terreni saturi di acqua, come le torbiere. “I batteri che degradano la materia organica non sopravvivono se c’è carenza di ossigeno, come in ambienti saturi d’acqua o in condizioni molto aride”, spiega Nicosia. “Nel caso della grotta di Denisova, invece, probabilmente condizioni di congelamento prolungato hanno favorito la conservazione dei sedimenti che sono giunti fino a noi.”

Una dimora per i grandi carnivori

Anche se dai precedenti ritrovamenti di fossili e strumenti di pietra si era stabilita la presenza degli ominidi nelle grotte di Denisova per centinaia di migliaia di anni, la scoperta più sorprendente di questo studio è indubbiamente il fatto che le tracce dell’attività umana, come quelle legate all’uso del fuoco, sono molto più rare rispetto a quelle legate alla presenza degli animali.

Per i ricercatori è sicuramente improbabile che i nostri antenati abbiano convissuto pacificamente con questi grandi predatori, occupando la caverna nello stesso momento. Si potrebbero quindi vedere le tracce rinvenute nei sedimenti come gli strati compressi nel tempo della presenza alternata e sovrapposta di ominidi e animali, dove i periodi di tempo in cui i grandi predatori occupavano la caverna erano sensibilmente più lunghi. Gli antichi gruppi di ominidi erano infatti prevalentemente tribù nomadi, che si stabilivano in luoghi riparati per brevi periodi, per poi proseguire il loro cammino.

Oltre a offrirci una nuova e interessante visione della vita nelle caverne, la rilevanza di questo studio è anche un’altra: ci dimostra quanto si può imparare studiando il suolo al microscopio. “I sedimenti registrano tutte le informazioni dell’ambiente e delle attività che si svolgono a contatto con esso” conclude Nicosia, “quindi è una specie di banca dati in cui, se si utilizzano i mezzi giusti, si possono leggere informazioni che altrimenti sarebbero impossibili da ottenere.”


Leggi anche: La seconda volta di Denisova

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Dr. Mike Morley, Flinders University

Marina Menga
Fisica teorica e aspirante comunicatrice della scienza. Mi piacciono tante cose, ma soprattutto impararne di nuove.

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