venerdì, Giugno 5, 2020
GRAVIDANZA E DINTORNI

Aborto ricorrente, novità dalla ricerca

Un nuovo studio chiarisce i meccanismi di produzione del progesterone (importantissimo per la gravidanza) da parte della placenta; un altro suggerisce il possibile ruolo di un antidiabetico per la poliabortività.

Desiderare un figlio, cominciare a immaginarselo al test di gravidanza positivo e poi veder sparire tutto con l’arrivo della mestruazione, pochi giorni o poche settimane dopo. Non una, ma più volte di seguito. Chi l’ha vissuta, sa quanto possa essere emotivamente devastante la poliabortività, una condizione che ancora oggi presenta molti aspetti oscuri (e poche soluzioni terapeutiche). Qualcosa, però, comincia a muoversi almeno sul fronte della ricerca, con due nuovi, interessanti studi sull’argomento – uno degli hot topics del momento per la ricerca in ambito ostetrico – pubblicati nelle ultime settimane.

poliabortività

Aborto ricorrente, di cosa si tratta

Circa cinque donne su cento che stanno cercando una gravidanza sperimentano due aborti spontanei consecutivi e una su cento tre o più aborti in fila. Secondo i risultati di alcune indagini, inoltre, il fenomeno risulterebbe in leggera crescita. “In parte anche perché c’è più consapevolezza specialmente nelle coppie meno giovani, che magari stanno affrontando un percorso di fecondazione assistita e tengono sotto stretto controllo tutto quanto accade nei loro tentativi di arrivare a una gravidanza” commenta Alessandro Rolfo, ricercatore in ginecologia e ostetricia dell’Università di Torino, dove si occupa in particolare di sviluppo normale o patologico della placenta. E del resto sono molte le coppie che si rivolgono a percorsi di PMA proprio in seguito a poliabortività.

“Le cause conosciute di questa condizione possono essere diverse” spiega il ginecologo , direttore della struttura complessa di Ginecologia e ostetricia 4 dell’Ospedale Sant’Anna di Torino. “Talvolta (raramente) si tratta di fattori genetici, per cui uno dei partner può trasmettere anomalie cromosomiche responsabili dell’aborto. Altre volte gli aborti ripetuti potrebbero dipendere da fattori ormonali, come la presenza di livelli elevati di prolattina o di bassi livelli di progesterone, o autoimmuni, come per esempio in caso di lupus eritematoso sistemico o di sindrome da anticorpi antifosfolipidi. Infine, le perdite ripetute potrebbero dipendere da anomalie dell’anatomia dell’utero (utero setto)”. Pur mettendo insieme queste diverse cause, però, almeno in un caso su due non si riesce a dare una spiegazione precisa della poliabortività.

Anche sul fronte terapeutico c’è ancora molto da fare. “Se la causa è anatomica si interviene con un intervento chirurgico spesso risolutivo, mentre se ci sono in gioco cause autoimmuni o ormonali si può intervenire con farmaci specifici” afferma Danese. Sottolineando però che in questi ultimi casi il successo non è necessariamente assicurato. E ancora: in alcune situazioni e quando la causa non è nota, un aiuto può venire dalla somministrazione di progesterone, un ormone naturalmente prodotto prima dal corpo luteo e poi dalla placenta con il compito di sostenere le prime fasi della gravidanza. Secondo i risultati di una recente revisione Cochrane questo trattamento sembra aumentare leggermente la possibilità di avere un bambino per donne che hanno una storia di aborti ricorrenti. Ma è chiaro che servirebbe qualche arma terapeutica in più e potrebbero andare proprio in questa direzione le conclusioni di due studi pubblicati a fine 2019 e inizio 2020 rispettivamente sul Journal of Lipid Research e su EBioMedicine.

Colesterolo, progesterone e placenta

Il primo riguarda un approfondimento sui meccanismi di produzione del progesterone a livello di trofoblasto, il tessuto fondamentale della placenta, che costituisce l’interfaccia tra tessuti materni e tessuti embrionali. Lo ha condotto un gruppo di ricerca dell’Università di Vienna che abbiamo già incontrato in questa rubrica, perché è lo stesso che nell’estate 2018 aveva realizzato un primo organoide di placenta (ne avevamo parlato qui). Come anticipato, il progesterone è un ormone fondamentale per la gravidanza e dalle 6-8 settimane di gestazione viene prodotto dalla placenta (o, meglio, dal trofoblasto) a partire da un precursore molto comune: il colesterolo. In primo luogo, analizzando varie caratteristiche genetiche e biochimiche di diverse linee cellulari di trofoblasto isolate da materiale proveniente da interruzioni volontarie di gravidanza effettuate nel primo trimestre per ragioni non mediche, i ricercatori viennesi hanno scoperto che in linee diverse esistono vie metaboliche diverse per produrre progesterone da colesterolo. Non solo: una successiva analisi eseguita su campioni differenti ha mostrato che nelle donne colpite da aborto ricorrente sembra esserci una minor produzione di progesterone a livello di un tipo particolare di cellule del trofoblasto, le cosiddette cellule extravillari, che in pratica costituiscono dei “ganci” utili per ancorare la placenta all’utero.

“Sono informazioni molto importanti, perché da un lato chiariscono in dettaglio i meccanismi molecolari che portano alla produzione fisiologica di progesterone nella placenta e dall’altro mostrano un’associazione tra aborto ricorrente e un difetto specifico di produzione del progesterone stesso” commenta Rolfo. E come sempre, individuare il difetto è il primo passo fondamentale per cercare di porvi rimedio, anche se ovviamente siamo ancora piuttosto lontani dalla possibilità di sviluppi terapeutici. “Per ora – aggiunge Danese – è un tassello in più del complesso mosaico che rappresenta il quadro di funzionamento della placenta, ma è un tassello davvero significativo se si considera che fino a pochi anni fa sapevamo ben poco dei meccanismi più fini di funzionamento della placenta”.

Un antidiabetico contro l’aborto?

Un po’ più vicini alla possibilità di un’applicazione terapeutica – ma anche in questo caso senza troppi entusiasmi, perché la strada da percorrere è comunque ancora lunga – sono i risultati del secondo studio, pubblicato dal gruppo di ricerca di Jan Bronsens e Siobhan Quenby dell’Università di Warwick. Già nel 2016 lo stesso gruppo aveva mostrato su Stem Cells una carenza di cellule staminali mesenchimali nell’endometrio (il tessuto di rivestimento dell’utero nel quale si impianta l’embrione e si inserisce, ramificandosi, la placenta) di donne con aborto ricorrente. E, d’altra parte, un effetto protettivo rispetto all’invecchiamento delle cellule deciduali, un altro tipo di cellule più specializzate dell’endometrio. Da qui l’idea di sperimentare l’effetto sull’endometrio di un nuova classe di antidiabetici, le gliptine, che agiscono inibendo un enzima coinvolto anche nel reclutamento di staminali mesenchimali a livello dell’utero.

Allo studio hanno partecipato 38 donne con una media di cinque aborti consecutivi alle spalle: metà di loro ha ricevuto per la durata di tre cicli mestruali un trattamento quotidiano con l’antidiabetico sitagliptina; l’altra metà un placebo. A tutte le partecipanti sono state effettuate delle biopsie endometriali all’inizio e alla fine del ciclo di trattamento. Risultato: in chi aveva ricevuto l’antidiabietico la biopsia mostrava un aumento di staminali mesenchimali e una diminuzione di cellule deciduali “invecchiate” rispetto all’inizio della terapia. Niente di tutto questo, invece, si è verificato in chi aveva ricevuto il placebo. E anche se non lo studio non è stato progettato per valutare gli effetti dell’antidiabetico sulla probabilità di future gravidanze, i dati raccolti sembrano indicare un effetto positivo anche in questo senso.

Non significa che è stata trovata una cura per la poliabortività: “Purtroppo la storia della medicina è piena di trattamenti che dopo le promesse iniziali si sono rivelati fallimentari” commenta Danese. Ma di sicuro questi dati indicano una via interessante da seguire, in prima battuta con un nuovo studio clinico che dovrà essere decisamente più ampio. “La buona notizia – osserva Rolfo – è che comunque riguardano un farmaco già impiegato in ambito clinico, e questo in genere velocizza i passaggi successivi della ricerca clinica”.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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