venerdì, Luglio 10, 2020
IN EVIDENZAricerca

Il 43% dei ricercatori ha vissuto episodi di bullismo: la denuncia di Nature

Stress, ansia, molestie. Un'enorme indagine rivela le pressioni della vita lavorativa degli scienziati, con ambienti competitivi e ostili che danneggiano anche la qualità della ricerca.

La rivista Nature è perentoria: ambienti altamente competitivi e ostili stanno danneggiando seriamente la qualità della ricerca. È il frutto di un ampio sondaggio, condotto da Wellcome, un noto ente britannico che finanzia la ricerca scientifica, con sede a Londra, che prima di ragionare su come investire risorse per migliorare gli output scientifici si è chiesto se forse non fosse il caso di capire come sta chi la ricerca la deve progettare e mandare avanti ogni giorno.

Così è nato questo sondaggio su oltre 4300 ricercatori provenienti da 87 paesi, tre quarti dei quali occupati nel Regno Unito, dal quale è scaturito il rapporto What Researchers Think About the Culture They Work In (Cosa pensano i ricercatori del contesto culturale in cui si ritrovano a lavorare). In tutto il mondo si fa un gran parlare di “eccellenza scientifica” come driver di sviluppo sostenibile. Secondo quanto riporta Nature, la Germania prevede di spendere 533 milioni di euro all’anno per la sua strategia di eccellenza nell’ambito della ricerca scientifica, il Regno Unito 2 miliardi di sterline di finanziamenti pubblici. “Without human insights, data and the hard sciences will not meet the challenges of the next decade” scrive sempre il 15 gennaio sulle pagine di Nature, Hetan Sha CEO della British Academy.

I risultati sono – appunto – molto seri: le logiche negli ambienti di lavoro sono per lo più percepite come negative da parte degli scienziati. Circa l’80% dei partecipanti ritiene infatti che la concorrenza abbia favorito condizioni di lavoro scoraggianti, come orari di lavoro non controllati, scarsa sicurezza rispetto al proprio futuro professionale e conseguenti guerre all’ultimo finanziamento. Due terzi degli intervistati hanno affermato di lavorare per più di 40 ore alla settimana, il 30% addirittura più di 50 ore, e che gli aspetti negativi di questa logica non sono compensati dalla sicurezza di mantenere il proprio lavoro e dalla capacità di lavorare in modo autonomo, flessibile e creativo. A malapena il 30% degli intervistati ritiene di avere una carriera solida.

La metà delle ricercatrici ha vissuto episodi di bullismo

La metà degli intervistati ha dichiarato di aver vissuto almeno per un periodo depressione o ansia, e quasi i due terzi hanno riferito di aver assistito a episodi di bullismo o di molestie. Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare, perché assume dimensioni rilevanti. Fra le donne, la metà dichiara di aver vissuto esperienze di questo tipo, contro un terzo dei maschi. Nella metà dei casi si tratta di episodi di potere legati al genere, nel 20% all’età, nel 14% dei casi alla classe sociale di appartenenza. Nel 59% a perpetrare la violenza sono i supervisori, nel 44% colleghi più anziani e nel 27% dei casi un collega di pari grado.

Tuttavia, solo il 37% degli intervistati ha dichiarato di sentirsi a proprio agio nel parlare di bullismo o molestie – e solo un quarto ha pensato che denunciando avrebbe agito in modo appropriato. Ma soprattutto: tra i ricercatori britannici, gli intervistati caucasici avevano maggiori probabilità di sentirsi a proprio agio nel parlare rispetto a chi appartiene a minoranze etniche. Infine, il 38% degli intervistati disabili ha dichiarato di non sentirsi a proprio agio a raccontare eventuali episodi discriminatori.

Risultati simili sulle condizioni di lavoro sono emersi da altri sondaggi, tra cui un sondaggio Nature del 2019 su migliaia di dottorandi, in cui la metà degli intervistati ha affermato che la loro cultura del lavoro richiedeva lunghe ore di lavoro durante la notte. Un altro studio dell’anno scorso, su 9000 dipendenti della Max Planck Society (MPS) tedesca, ha rivelato che circa il 18% degli intervistati ha subito bullismo.

Di chi è la colpa?

Per alcuni la principale responsabilità cade sugli indicatori di performance, sul publish or perish, che diventa un monito sempre più letterale, e sulle metriche come il numero di pubblicazioni e i fattori di impatto delle riviste in cui i ricercatori pubblicano. Hanno affermato che l’importanza di queste metriche è spesso sottolineata in modi che riducono il morale e incoraggiano i ricercatori a giocare nel sistema. Alcuni hanno affermato che un buon management potrebbe proteggere gli scienziati da pressioni così distorte, ma che è stato applicato troppo raramente.
Eppure, stando alle conclusioni del rapporto, la maggior parte dei ricercatori è pessimista sul fatto che l’istituzione dove lavora si renda conto dei meccanismi di discriminazione che alimenta. Solo quattro ricercatori su dieci pensano che il luogo in cui lavorano attui una politica di discriminazione zero e altrettanti ritengono che parlare di questi temi danneggerà il proprio percorso professionale. Tacere insomma, finché si è arrivati in cima, e poi chissà.

Il Research on Research Institute

Quella di Welcome non è un’iniziativa isolata. Recentemente la compagnia ha ospitato il lancio del Research on Research Institute (RoRI), un istituto nato proprio per analizzare le politiche, i sistemi e la cultura della ricerca. Wellcome sta inoltre collaborando con l’Università di Sheffield, con l’Università di Leida e con la società di Digital Science (che fa parte di Holtzbrinck, azionista di maggioranza nell’editore di Nature). Dati che sicuramente andranno monitorati per far sì che chi è deputato a riflettere sul progresso sostenibile dei prossimi decenni possa farlo nel massimo delle proprie possibilità.

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: