giovedì, Maggio 28, 2020
ANIMALI

Elefanti e peperoncino, una storia di coesistenza

In Tanzania la convivenza tra umani e pachidermi passa per recinti intrisi di olio esausto e peperoncino. Una strategia alternativa che riduce il conflitto.

“Molte volte mi sono trovata vicino ai leoni, erano proprio lì, a pochi metri di distanza. Spesso sulla riva del fiume quando scendevo per prendere l’acqua” dice Eli con le mani grondanti di olio esausto e peperoncino “ma non si sono mai mossi, mai hanno provato a venirci vicino, per queso il mio clan ritiene che siano i nostri protettori”. Non sono i leoni il problema più grande, spiega, ma gli elefanti.

Insieme ad altri oggi è venuta fino a Karatu, al confine con la Conservation Area di Ngorongoro, per imparare come costruire le chilli fences, barriere che tengono lontani gli elefanti. Da questa parte del mondo gli elefanti per alcuni sono una costosa attrazione turistica, per altri sono un gran problema.

Baraka arriva addirittura da un villaggio al confine con l’Uganda. Lì, mi racconta legando una corda di canapa intrisa d’olio esausto di macchina ai pali di legno, coltivano canna da zucchero. Le distruttive visite degli elefanti hanno una frequenza settimanale, il danno economico? Elevatissimo. Finora per risolvere il problema hanno provato tutto quello che il mercato, quello accessibile, offriva: torce, piccole bombe alla polvere da sparo, sassi, tamburi. Tutte misure che hanno dei forti limiti: le devi applicare sul momento e questo significa per la maggior parte dei casi di notte, sul campo, lontano da casa; sono pericolose; non sono efficaci a lungo termine. Finisci una battaglia ma poco dopo ne devi cominciare un’altra. Gli elefanti si abituano in fretta a capire cosa è una reale minaccia e cosa non lo è.

Eli e Baraka, come molti altri, hanno contattato la PAMS Foundation (fondazione per cui lavoro) perché hanno sentito dire che utilizzano una tecnica low cost e facile da applicare per tener lontani gli elefanti. PAMS la usa da anni nel Sud del paese dove sta dando ottimi risultati e, tra il passaparola e Facebook, ne ha portato l’eco in diverse parti del paese. “Funziona” hanno sentito dire. Si tratta di recinzioni fatte di pali di legno collegati da corde di canapa a cui vengono appesi dei quadrati di cotone intrisi di una peciale miscela di olio esausto di macchina e peperoncino secco.

Lo sentiamo noi preparando l’impasto: occhi che bruciano e gola che gratta, gli elefanti pare lo sentano addirittura a 40 metri di distanza e proprio non lo sopportano. Il vantaggio? Primo fra tutti: di notte, invece che stare di guardia al campo, dormi a casa.  Vegliare sul proprio campo significa rischiare la vita perché gli incontri con gli elefanti non sempre vanno a buon fine, sopratutto quando la gente, nel tentativo di proteggere il proprio raccolto, tenta di spaventarli. “Nel distretto ci sono stati sei morti quest’anno” riprende Baraka “due nel mio villaggio”. Gli corri incontro, gridi, agiti bastoni o lanci sassi per spaventarlo e dissuaderlo dal portarsi via il tuo anno di reddito e di sussistenza. La paura passa, prevale la preoccupazione, la disperazione all’idea delle conseguenze di quel raid. Ma l’esito di quel coraggio forzato si rivela il più delle volte inutile, in alcuni casi, fatale. Dati normali da queste parti, in altre aree del mondo le morti a causa delle invasioni di elefanti sono all’ordine del giorno.

In numeri? Non ci sono stime certe, anche perché non sempre gli incidenti vengono riportati; ma per capirsi, in Kenya la stima è di circa 28 persone all’anno. Questi incidenti sono comuni in tutta l’Africa, o almeno dove ancora ci sono elefanti, e le vittime sono per lo più gli uomini che la notte rimangono di vedetta sui campi. Anche l’alcol gioca la sua parte, unito alle lunghe distanze da compiere a piedi per tornare a casa dal bar del villaggio, o dal campo.

Ma cosa spinge gli elefanti vicino alle coltivazioni?

È semplice: ci siamo presi il loro spazio, lo spazio per muoversi, lo spazio perchè il loro cibo cresca, lo spazio per gli spostamenti che la loro biologia richiede. L’aumento della popolazione ha – e non solo in Africa – aumentato le aree destinate all’agricoltura, a villaggi e città, ha rapidamente eroso i sottili corridoi ecologici, ha sottratto cibo e habitat degli altri abitanti. Gli elefanti, in particolare, richiedono grandi spazi per muoversi e cercare cibo. Passano il 70-90% del loro tempo mangiando e possono mangiare 100-300 kg di vegetazione in un solo giorno. Privi di spazio e risorse, inevitabilmente gli animali sono costretti a utilizzare lo spazio umano.

L’interazione è quindi inevitabile e, dato per assunto che si voglia convivere, non c’è che da trovare le misure più efficaci per limitare le conseguenze negative di questa condivisione di spazio. Un’assunzione niente affatto scontata. “Certo che gli elefanti hanno un valore e lo hanno leoni e iene, ma dobbiamo trovare il modo di coesistere senza troppi problemi” dice Eli, e per questo motivo nel suo villaggio hanno messo insieme dei soldi comuni per farla partecipare al training. Vogliono proteggersi e vogliono farlo nella maniera più efficace possibile, il che significa anche meno aggressiva e meno pericolosa per gli elefanti.

L’eliminazione non è un’opzione, parliamo in termini legali e di interesse del paese. Il turismo in Tanzania rappresenta il 28% del GDP eppure gli incidenti continuano a capitare sebbene il numero degli elefanti sia in leggera ripresa rispetto ai numeri da massacro del primo decennio del secolo. Le misure per rendere possibile la coesistenza, sono una delle più importanti risposte di conservazione che l’immediato futuro chiederà e l’accettazione di questa il presupposto necessario. L’interazione non è evitabile se vogliamo non essere soli su questo pianeta, ma è certamente migliorabile.

Eli allaccia il suo ultimo pezzo di cotone grondante di olio e semi di peperoncino alle corde della recinzione, fatta giusto un minuto prima della pioggia. Domani Eli e Baraka riprenderanno il lungo viaggio verso casa, portatori di una nuova conoscenza che li avrà trasformati negli attori di un cambiamento globale necessario, un passo in più verso la coesistenza.


Leggi anche: Usare strumenti, un’abilità non solo umana

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagini: Anna Sustersic

Anna Sustersic
Mi occupo di comunicazione scientifica legata principalmente a temi di conservazione della natura e attualmente collaboro in Tanzania con PAMS Foundation sviluppando un progetto dedicato all’uso della comunicazione per la promozione della coesistenza fra uomo a fauna selvatica. Dopo il dottorato in Scienze ambientali, ho ho conseguito un master in comunicazione della scienza presso la SISSA di Trieste con una tesi sulla sensibilizzazione dei giovani alle tematiche scientifiche. Ho lavorato come educatore ambientale presso diverse aree protette. Successivamente mi sono interessata alla scrittura come mezzo per la divulgazione scientifica legata a temi naturalistici/conservazionistici. In quest’ambito sono stata collaboratrice e consulente presso musei scientifici, testate giornalistiche nazionali e internazionali, aree protette, case editrici scolastiche e Istituzioni trattando temi legati alla natura e alla sua tutela. Ho scritto diversi libri e guide per sensibilizzare e divulgare temi legati all’ambiente e la sua tutela: "L’anima Perduta delle Montagne" (Idea Montagna – 2019) e, con Filippo Zibordi, "Sulla Via dell’orso. Un racconto Trentino di uomini e natura" (Idea Montagna, 2016) e "Parco Adamello Brenta – Geopark" (PNAB – 2018).

1 Commento

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