mercoledì, Ottobre 21, 2020
IN EVIDENZASALUTE

Non ci curiamo abbastanza della salute delle persone LGBTQ

Una panoramica delle evidenze pubblicate nel 2019: tra dati che mancano, cartelle cliniche imperfette, troppi farmaci e una salute complessiva che ne risente, specie fra gli over 50.

La salute delle persone LGBTQ risente ancora pesantemente della discriminazione, consapevole o no, in ambiente sanitario. Morti precoci per suicidio, un aumentato rischio di malattie cardiovascolari e molte altre condizioni croniche come l’obesità, che a cascata finiscono per ridurre l’aspettativa di vita in salute degli appartenenti a una minoranza sessuale.

Ne parla l’Harvard Medicine magazine in un lungo articolo dal titolo molto chiaro: “On the Margins“, ai margini. Ai margini di che cosa? Della società prima di tutto. Il motto dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, che comprende anche target che riguardano la salute della popolazione è “No one left behind”, ovvero che nessuno sia lasciato indietro. Che nessuno sia escluso, in termini di impatto dei determinanti sociali, non solo nell’accesso ai servizi, ma soprattutto nella prevenzione per una vita che non risenta in partenza di uno svantaggio legato all’appartenenza sessuale.

I problemi iniziano presto nella vita. In tutta la nazione – riporta Harvard citando una revisione del 2017 pubblicata su Cureus Journal of Medical Science – lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno un elevato rischio di bullismo, suicidio e disturbo da uso di sostanze e spesso non hanno accesso a un’assistenza sanitaria che tenga conto della variabile LGBT. In età adulta, le lesbiche hanno un rischio più elevato di obesità e cancro al seno e gli uomini gay affrontano un aumentato rischio di cancro alla prostata, ai testicoli, all’ano e al colon.

Il punto è che ci sono pochi dati disponibili per capire davvero fino a che punto l’orientamento sessuale è un determinante sociale della salute. Fino a pochi anni fa, nessuno dei principali sondaggi sanitari nazionali aveva raccolto dati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, e i sistemi sanitari non disponevano di moduli o registri elettronici che monitorassero questi pazienti.
Lo rilevava già nel 2011 un rapporto della National Academy Press intitolato “The Health of Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender People”, consultabile qui.

L’importante lavoro di Alex Keuroghlian ad Harvard

Negli ultimissimi anni la letteratura si è molto ampliata, riporta Harvard. Negli Stati Uniti in particolare su questo fronte è molto attivo Alex Keuroghlian, docente di psichiatria ad Harvard e presso il Massachusetts General Hospital, impegnato nella sensibilizzazione sul tema dell’equità sanitaria per le persone LGBTQ. Solo a sua firma come autore o coautore si contano oltre tre dozzine di articoli su questi aspetti. In soli due anni, ha pubblicato sul New England Journal of Medicine, su JAMA e su Lancet, focalizzandosi sull’importanza di migliorare la comunicazione fra medici e pazienti LGBTQ, e di utilizzare indicatori per catturare l’orientamento sessuale e dati sull’identità di genere, per migliorare l’assistenza sanitaria.
Nel frattempo insegna: ad Harvard è titolare di un corso sulla salute delle minoranze sessuali e dirige due centri finanziati con fondi federali incentrati sulla costruzione di sistemi sanitari innovativi e sullo sviluppo di linee guida nazionali per le minoranze sessuali e di genere.

“Quando parlo con le persone dell’equità per la comunità LGBTQ, solitamente mi rispondono ‘Ma io rispetto tutti, e tratto tutti allo stesso modo” racconta Keuroghlian. “Quello che stiamo cercando di aiutarli a capire è che tutte le persone sono uniche e devono essere trattate in modo centrato sulla loro persona, personalizzato rispetto allo svantaggio che vivono. Questa è l’uguaglianza”.

Ancora inesistente l’identità di genere nelle cartelle cliniche elettroniche

Moduli più inclusivi e cartelle cliniche elettroniche con indicatori di identità sessuale sono due passi nella giusta direzione, secondo un documento che il team di Keuroghlian ha pubblicato nel 2018 sul Journal of American Medical Informatics Association. Si tratta di una linea guida vera e propria, con le migliori pratiche per la raccolta di informazioni sull’identità sessuale e di genere dei pazienti.

L’utilità di raccogliere tali dati è stata ulteriormente sottolineata in un documento dell’agosto 2019, redatto sempre del team di Keuroghlian pubblicato sull’American Journal of Public Health. In questo documento i ricercatori hanno riportato i risultati della loro analisi dell’orientamento sessuale e i dati sull’identità di genere raccolti da tutti i centri sanitari statunitensi nel 2016, il primo anno in cui questi centri sono stati tenuti a raccogliere tali informazioni. L’analisi ha dimostrato che in molti registri dei pazienti mancavano ancora i dati relativi all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Più farmaci psicotropi alle persone LGBTQ, ma senza dati

Ana Progovac, psichiatra presso la Cambridge Health Alliance (CHA) si occupa invece di disparità di accesso ai servizi di salute mentale delle persone LGBTQ. In collaborazione con Health Equity Research Lab Progovac ha utilizzato i dati di Medicare (il sistema di assicurazione medica statunitense) per studiare l’impatto di diagnosi e trattamenti di salute mentale per le persone transgender. Dal momento che questi database per come sono costruiti non specificano l’identità di genere di nessun paziente, il progetto di studio di Progovac ha cercato codici diagnostici usati per indicare la disforia di genere. Ne è risultato uno studio pubblicato nel 2019 su LGBT Health che ha esaminato le tendenze nell’uso dell’assistenza sanitaria per la salute mentale dei beneficiari di assicurazione Medicare dal 2009 al 2014. Il risultato è che la percentuale di pazienti a cui sono stati prescritti farmaci psicotropi è aumentata nel quinquennio in tutta la coorte, ma più rapidamente fra i pazienti appartenenti a minoranze di genere.

Un importante risultato di questo lavoro, afferma Progovac, è il riconoscimento della necessità di formare meglio l’operatore sanitario nella somministrazione di farmaci psicotropi, in modo che sia sicura ed efficace se prescritta insieme ad altri trattamenti come la terapia ormonale.

Gli anziani LGBT sono più a rischio fragilità

Le cose piano piano si stanno evolvendo. Nel giugno scorso per esempio L’American Psychoanalytic Association (APsaA) si è scusata con la comunità LGBTQ per aver considerato nei decenni passati l’omosessualità e l’identità transgender come una malattia da curare.
Rimane però il fatto che gli anziani della comunità LGBT sono considerati a maggior rischio di malattie croniche. Lo sottolinea un rapporto britannico dal titolo Raising the equality flag. Health inequalities among older LGBT people in the UK, una revisione della letteratura in materia di salute della popolazione LGBT con più di 50 anni di dati, coordinato dall’University College London (UCL) e dall’Università di Cardiff. Le persone LGBT più anziane hanno maggiori probabilità di avere comportamenti dannosi per la salute, anche se al tempo stesso sono più portati a fare la giusta attività fisica. È stato riscontrato che queste persone hanno mediamente più difficoltà ad accedere all’assistenza sanitaria che si occupa in modo appropriato della propria identità sessuale. Fra gli anziani è infatti ancora molto presente il problema del raccontare la propria identità sessuale agli estranei. Uno degli studi esaminati ha scoperto che il 18% delle persone LGBT più anziane si sentirebbe a disagio nel rivelare il proprio orientamento sessuale addirittura al proprio medico di famiglia. Al tempo stesso le persone anziane LGBT sono meno in grado di evitare l’omo/transfobia negli ambienti di cura rispetto alla comunità generale, riflettendo una perdita di autonomia.


Leggi anche: Salute psicologica: nessuna differenza tra figli di coppie omo ed etero-genitoriali

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

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Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
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