giovedì, Agosto 6, 2020
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La scuola che resiste al Covid-19, una sfida (ormai) globale

Attualmente circa 1,5 miliardi di studenti e studentesse sono a casa da scuola. Come stanno reagendo i vari Paesi del mondo all'emergenza coronavirus per l'istruzione?

Gli studenti e gli insegnanti di Vo’ Euganeo in provincia di Padova sono stati i primi a dover riorganizzare in tempi brevi la loro giornata di studio e di lavoro a causa del Sars-Cov-2. Era il 22 febbraio, e, per quanto inaspettata, quella sfida non si è rivelata impossibile. Anzi, già nel giro di poche ore la reazione del corpo docente, delle strutture scolastiche e dei ragazzi ha catapultato Vo’ Euganeo in un’altra classifica, diversa dalla sofferta curva dei contagi. La “rete” messa su nel comune padovano è stata la prima best practice degna di nota in fatto di didattica a distanza forzata dal coronavirus, ripresa poi anche in un servizio della BBC: esperti di robotica, di giornalismo, insieme a classi gemellate da diverse regioni hanno aiutato i decenti di sempre, che intanto facevano lezione da casa. Il tutto attraverso piattaforme di videoconferenza gratuite.

L’avanzata del virus nei giorni successivi è cosa nota, con l’arrivo del lockdown, tutto il sistema scolastico italiano si è ritrovato nella stessa situazione. Sono quasi otto milioni gli studenti costretti oggi a casa e più di 800mila gli insegnanti, 85 milioni di euro i finanziamenti stanziati dal MIUR per la didattica a distanza, con un ulteriore stanziamento di 8,2 milioni per gli operatori delle piattaforme digitali. Tutto è avvenuto molto in fretta e i problemi non mancano. C’è chi fa notare che gli strumenti ci sono sempre stati, ma la scuola italiana si è lasciata trovare un po’ impacciata. Tuttavia, non si tratta solo di sopperire a carenze tecnologiche, perché l’assenza del riferimento fisico degli istituti scolastici ha messo in luce differenze e bisogni di tipo economico e sociali, laddove la scuola è l’unica risposta e soluzione possibile. Questa sfida avrà ripercussioni di qualche tipo anche a livello educativo, passata la tempesta? Secondo uno studio del Technology Review del MIT di Boston, in una probabile prossima “shut in economy”, in cui a prevalere saranno le attività online, anche lo studio dovrà concedere buona parte del tempo alle comunicazioni a distanza. Lo scenario è in parte temuto e in parte accolto come occasione preziosa di innovazione, ma, nel frattempo è diventata una realtà di dimensione globale da affrontare.

Entra in campo l’UNESCO

A oggi, in tutto il mondo, si contano 165 Paesi dove si è deciso di chiudere gli istituti scolastici in modo da facilitare le strategie di contenimento del virus, insieme ad altri interventi di lockdown. A rimanere a casa (anche) durante l’orario scolastico sono più di 1,5 miliardi di bambini e ragazzi, ovvero l’87% della popolazione mondiale di studenti.
A dirlo è l’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, che dai primi giorni di marzo – da quando cioè è diventato chiaro che il virus sarebbe deflagrato in tutta Europa e oltre – ha annunciato una serie di iniziative che col tempo si stanno amalgamando in un progetto più ampio e coerente, la global education coalition, una task force composta da agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali, soggetti del settore privato e della società civile chiamata ad alleviare l’impatto di questo evento sui sistemi scolastici, monitorando costantemente la situazione e cercando di rispondere alle necessità dei singoli paesi.

Le aule svuotate dal coronavirus: bisogna connettersi, ma non basta

Stando ai dati raccolti dall’UNESCO, evitare in qualche modo l’interruzione delle attività scolastiche è stata la priorità ovunque, in nessun paese si è contemplata l’ipotesi, o è risultato necessario uno stop totale e drastico delle ore di lezione. La delocalizzazione assume forme diverse, ma in generale ci si affida sempre a un mix di tecnologie preesistenti: ovviamente la rete e gli strumenti di videoconferenza, piattaforme online dedicate all’insegnamento e implementate per l’occasione, webinar, video-lezioni su youtube, l’offerta di base è grosso modo la stessa dappertutto.
Quasi tutti i sistemi scolastici si stanno preoccupando di rafforzare le comunicazioni con i nuclei familiari, anche attraverso corsi online in stile MOOC, ma ci si affida anche a mezzi più tradizionali, come la televisione. C’è chi ha semplicemente implementato applicazioni già rodate e utilizzate per queste evenienze, come in Costa Rica, Iran e Thailandia. Si segnalano iniziative governative pensate per mobilitare in modo mirato singole categorie coinvolte in questa battaglia – viene citato per esempio il governo dell’Arabia Saudita, con un account twitter dedicato. Si tratta di un quadro in continuo aggiornamento, che non comprende ancora risultati qualitativi delle singole esperienze, peraltro in pieno svolgimento, ma è abbastanza chiaro che intanto si fa di tutto per garantire una qualche continuità.

La generale disponibilità di strumenti adatti o adattabili alla comunicazione a distanza non è purtroppo risolutiva in toto di questo aspetto del lockdown. La ragione è da cercare evidentemente nella complessità del sistema scuola, che non può contemplare il solo nozionismo per garantire un percorso di crescita culturale e umano.

Ci sono evidenti differenze tra gli studenti

Innanzitutto l’accesso alla rete, o anche solo l’utilizzo di un computer, fuori da scuola non è garantito a tutti. Ci sono zone povere del pianeta, non necessariamente in paesi in via di sviluppo, dove studenti e genitori non possono neanche usufruire di una rete elettrica adeguata. La scuola è quindi per molti una fonte essenziale di risorse materiali, e la disparità nell’accesso a questi beni può facilmente portare a una disparità a livello educativo.

Nei dati aggiornati del Global Education Monitoring Report dell’UNESCO, si segnala che le autorità cinesi, per esempio, hanno per questo provveduto subito a rifornire gratuitamente i più poveri di dispositivi e di un accesso a internet; in America, lo stato di Washington ha deciso di congelare qualunque alternativa di insegnamento online fintanto che non venga colmato prima il gap digitale; in Portogallo è stato stipulato un accordo col servizio postale per recapitare a casa i materiali didattici a chi non può permettersi le tecnologie adeguate. Un’iniziativa analoga è stata presa in questi giorni anche in Italia, nel Varesotto.

Oltre ai problemi di digital divide – per la verità preesistenti e che oggi vengono drammaticamente a galla a causa del virus – c’è da risolvere un altro aspetto materiale, di importanza vitale: ci sono studenti le cui famiglie contano sulle mense scolastiche per garantire i principali pasti quotidiani. L’accesso ai pasti grazie alla scuola è un problema forse poco influente da noi, ma molto serio altrove. Paesi come Cina, Argentina, gli stati della California e Washington negli USA – da questo punto di vista probabilmente già attrezzati dopo precedenti esperienze emergenziali – hanno avviato procedure per non fermare il servizio mensa, anche con servizi porta a porta o di rifornimento per lunghi periodi. In Giappone è stata garantita una forma di rimborso, mentre il distretto della Catalogna è riuscito ad emettere delle carte di credito ad hoc.

Impegnare tutto il tempo dello studio a casa significa anche appaltare parte della responsabilità dei docenti ai genitori. A loro sono dedicati specifici programmi di supporto pedagogico e psicologico.

Si segnalano poi casi più estremi, laddove gli studenti non potrebbero comunque rimanere in casa. In Francia, Giappone e Repubblica Coreana si è deciso così di lasciare aperti alcuni istituti per accogliere solo gli studenti impossibilitati a rimanere a casa, a causa di situazioni eccezionali. Dove non c’è stato l’obbligo di quarantena per tutti, i docenti hanno potuto far visita a casa periodicamente agli studenti e ai genitori, pratica seguita per esempio in Giappone.

Da tenere sotto controllo, inoltre, anche l’allarme legato alla disparità di genere: in alcune situazioni le ragazze rischiano di fronteggiare situazioni di violenza se perdono lo scudo protettore dall’ambiente scolastico, come insegna l’esperienza della crisi di Ebola.

L’aspetto relazionale è in assoluto il più complicato da gestire. Sopperire alla generale privazione di socialità dei ragazzi non è cosa semplice. I canali social sono una exit strategy già in situazioni normali, con cui abbiamo imparato a reinventare i rapporti umani, con il grosso limite della inevitabile carenza di empatia. Nonostante si tratti di un surrogato, nonché un territorio dove sono facili i fraintendimenti, si registrano comunque tentativi di coordinamento nella comunicazione insegnanti-studenti con strumenti telematici, o anche iniziative di relazioni di gruppo (whatsapp e simili,) gestite dalle scuole, insieme all’offerta di servizi di supporto psicologico e pedagogico. Per di più, i ragazzi sono anche privati delle ore di sport all’aria aperta, oltre che di svago in generale. Non si esclude che possano partire dei programmi più vasti di assistenza per il possibile insorgere di seri disagi psico-fisici. Tutto dipende dai tempi di evoluzione della pandemia, ovviamente.

Un’impreparazione da correggere subito

Il sistema educativo avrebbe potuto far meglio? La domanda suona retorica, vista la portata di una crisi non del tutto inattesa ma sottostimata, a fronte di potenzialità tecnologiche preesistenti ma riorganizzate in fretta e furia, senza una completa consapevolezza dei mezzi. L’UNESCO punta il dito soprattutto sui paesi più ricchi, mentre paesi più poveri come quelli africani o quelli latino-americani hanno dimostrato un certo atteggiamento resiliente anche per l’aspetto scolastico. La capacità di reagire con più prontezza sembra essere esclusiva di chi ha già subito altri importanti eventi di destabilizzazione sanitaria o ambientale – un punto di merito viene dato ad esempio al progetto argentino Seguimos Educando – situazioni che potrebbero però diventare presto una costante, con cui tutti dovremo convivere sempre più spesso.

C’è una diffusa consapevolezza dell’impreparazione con cui siamo stati sorpresi dal virus, un po’ ovunque si chiede ai governanti di rispondere di negligenze passate ma, soprattutto, di avere un piano credibile di revisione dei sistemi scolastici, di ridefinire il ruolo del digitale, si prevede un necessario aggiornamento dei paradigmi pedagogici e sociologici, nuove forme di comunicazione e di linguaggi. Non si può sapere ancora come cambieranno esattamente le nostre società dopo la pandemia, ma la scuola non può farsi trovare di nuovo impreparata.

Italia primo “laboratorio” di scuola post-virus

Secondo le stime diffuse dal MIUR, per l’82% degli istituti italiani questa è stata in assoluto la prima esperienza di lezioni a distanza. Dopo le prime, drammatiche settimane, la situazione sembra accelerare verso una normalizzazione: quasi il 90% degli studenti ha usufruito regolarmente di smart learning, soprattutto nelle scuole superiori, e almeno il 70% dei genitori si dichiara impegnato a tempo pieno a sostegno delle ore di studio dei figli. L’utilizzo di tecnologie più avanzate non è però omogeneo (in proporzione, diffuso maggiormente negli istituti del nord) e spesso si rivela la tendenza a risolvere le lezioni con registro elettronico, email e comunicazioni via chat, ovvero semplice assegnazione di compiti (fenomeno registrato laddove gli istituti sono meno attrezzati, con numeri maggiori al centro-sud).

Non è mancato il supporto tecnico del MIUR, di INDIRE (Istituto Nazionale e Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) – citati anche dall’UNESCO – e di soggetti privati, come i principali marchi editoriali, per l’accesso a webinar, lezioni online, forum.
Tuttavia bisogna anche tener conto che le scuole del nord sono partite prima e hanno avuto qualche giorno in più per organizzarsi, e conta molto anche l’iniziativa, la curiosità e la passione dei singoli docenti. La situazione, insomma, è a macchia di leopardo. Ma dalle tante condivisioni di testimonianze dirette (link) e si ha la sensazione che ci sia un nuovo “ecosistema digitale” in pieno fermento, che sperimenta, facendo di necessità virtù.

Internet sta quindi diventando un posto più vivibile? È quello che si chiede Shira Ovide sul New York Times, che fa notare come “la pandemia sembra stia tirando fuori il meglio dalle nostre vite online”. Le viene ribattuto che ” gli strumenti non sono cambiati, dopo tutto, ma certo le persone iniziano a usare la rete in una modalità pro-social, e speriamo che duri!”.

In questa grande sperimentazione collettiva assistiamo anche a una inversione di ruoli: sono i docenti spesso a chiedere consigli ai ragazzi e i genitori limitano il ruolo di censore sui passatempo digitali. avuto fino a poco fa. In qualche modo si è rotta una certa separazione tra scuola e vita in casa, e si fa notare come sarebbe più giusto chiamarla “scuola di vicinanza” e non “a distanza”.

La speranza quindi è si possa parlare di vero cambiamento, pensando non a cosa fare ma a che tipo di scuola puntare quando si riaprirà. Secondo Giovanni Biondi, presidente di INDIRE “Tanti insegnanti stanno sperimentando che una didattica diversa, con il digitale, si può fare. La rete apre tante possibilità, utili per potenziare l’apprendimento e gli ambienti di apprendimento: come valore aggiunto, non come surroga della presenza”. Intanto, si aspettano i risultati dell ”esperimento” in corso.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Marco Milano
Dopo gli studi in Scienza dei Materiali si è specializzato in diagnostica, fonti rinnovabili e comunicazione della scienza. Da diversi anni si occupa di editoria scolastica e divulgazione scientifica. Ha collaborato, tra gli altri, con l’Ufficio Stampa Cnr e l’agenzia Zadig.

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