giovedì, Agosto 6, 2020
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L’impatto ambientale dell’industria farmaceutica

Sono un mezzo necessario, ma dalla produzione fino allo smaltimento i farmaci comportano pesanti conseguenze per l'ambiente. Specialmente quando li gettiamo via in modo scorretto.

Secondo uno studio della rivista Journal of Cleaner production, le emissioni dell’industria farmaceutica sono del 55% superiori a quelle dell’industria automobilistica. Analizzando le emissioni di 15 tra le maggiori case farmaceutiche del mondo, lo studio mira a mettere in luce come anche una delle attività più importanti per la salute dell’uomo e degli animali possa essere estremamente negativa per l’ambiente. Anche l’Agenzia Europea per il farmaco, conscia della situazione, ha rivisto le linee guida sulla valutazione del rischio ambientale. Vediamo nel dettaglio i numeri dell’inquinamento ambientale provocato dai farmaci.

La produzione di farmaci

L’Italia è il primo paese dell’Unione Europea per produzione farmaceutica, seguito da Germania e Francia. Un’indagine di Prometeia del 2018 riporta infatti che l’Italia, con 1,9 miliardi di euro di valore della produzione, rappresenta il 24% del totale della produzione di farmaci europei – che è pari a 7,9 miliardi di euro – superando così Germania e Francia. La stessa indagine parla anche di maggiore attenzione all’ambiente da parte delle imprese farmaceutiche: “la quota degli investimenti ‘green’ sul totale è infatti pari all’8%, il doppio della media dell’industria (4%). Inoltre metà degli investimenti è in tecnologie pulite (rispetto a una media manifatturiera del 32%)”. Lo studio di due ricercatori di un’università canadese però, mette in guardia rispetto all’inquinamento che causano le industrie farmaceutiche. Secondo questo studio (vedi il primo istogramma dell’infografica), il livello di emissioni del 2015 delle maggiori case farmaceutiche superava di gran lunga quello auspicabile: Eli Lilly, P&G e Abbott hanno un’intensità di emissione molto alta, che deve necessariamente calare da qui al 2025 per rispettare gli accordi di Parigi del 2015.

L’inquinamento da metabolismo

Secondo un’indagine Europea, la diffusione dei farmaci nell’ambiente avviene principalmente:

  • attraverso gli impianti di trattamento di acque reflue urbane (acque di scarico) contenenti farmaci escreti dall’uomo,
  • farmaci impropriamente gettati nel lavandino o nel gabinetto;
  • spandimento degli effluenti di allevamento;
  • acquacoltura nell’ambito della quale i farmaci vengono spesso somministrati insieme ai mangimi.

Secondo AIFA: “l’escrezione di farmaci dopo l’uso terapeutico umano e veterinario è la porta principale d’ingresso dei farmaci nell’ambiente ed è una conseguenza inevitabile del consumo di medicinali e pertanto molto più difficile da controllare”.

Infatti, alcuni medicinali che assumiamo non vengono metabolizzati completamente, e vengono così espulsi dal nostro organismo senza essere stati del tutto resi inattivi. Passano così nella rete fognaria, che porta le acque reflue presso gli impianti di depurazione urbana, che non sono però sempre in grado di degradare le sostanze di origine farmaceutica. Se ciò avviene, nelle acque ripulite a seguito del processo di depurazione rimangono delle sostanze attive che si riversano nuovamente nell’ambiente, andando a inquinare i fiumi e i laghi. Nell’ambiente un farmaco può impiegare molto tempo prima di degradarsi: eritromicina, ciclofosfamide, naproxene, sulfametossazolo e sulfasalazina per esempio impiegano oltre un anno.

 

Fonte: Europa.eu

Un report disponibile sul sito della Commissione Europea mostra che nei 71 paesi analizzati ci sono zone in cui i farmaci rinvenuti nell’acqua di rubinetto, potabile, di superficie o delle falde acquifere più basse sono fino a 200. Tra questi paesi figurano Stati Uniti, Spagna, UK. In altri paesi come Canada, Brasile, Italia, Francia, Svezia, Cina, India, Giappone il numero di farmaci in queste acque è comunque intorno ai 100. Inoltre lo studio ha definito un campione di 731 farmaci e ha cercato quanti di essi possono essere ritrovati nell’ambiente. Ne sono stati individuati 631 (86%).

Per quanto riguarda l’Italia, uno studio del Dipartimento Ambiente e Salute dell’Istituto Mario Negri di Milano riporta che tracce di farmaci sono state ritrovate nei sedimenti dei fiumi Po, Lambro e Adda, oltre che negli acquedotti di Varese e Lodi, tracce di vari farmaci come antibiotici, antitumorali, antinfiammatori, diuretici e antipertensivi. Ci sono poi differenze relativamente ai farmaci più diffusi nelle acque nei diversi paesi in Europa: mentre nel Nord del continente si riscontra una maggiore presenza di sedativi e antidepressivi, nel Sud prevalgono antibiotici.

È da notare inoltre che non tutti i paesi del mondo sono dotati di buoni sistemi di trattamenti delle acque reflue.

Fonte: UNESCO

Come possiamo vedere da questa immagine inoltre, molti paesi di Asia, Africa e Sudamerica hanno un sistema inefficace di smaltimento delle stesse. Ciò implica che i farmaci metabolizzati o semi metabolizzati dal corpo umano siano smaltiti in modo scorretto o finiscano direttamente nell’ambiente tramite le deiezioni umane.

Ridurre gli sprechi

AIFA raccomanda lo smaltimento corretto dei farmaci scaduti, utilizzando gli appositi bidoni collocati presso le farmacie. Se un medicinale viene gettato nei rifiuti comuni, anche se scaduto, può infatti danneggiare gravemente l’ambiente. Inoltre, per evitare sprechi, a partire dal 2014 AIFA ha stabilito che i medicinali non scaduti ma che hanno nella confezione una versione non aggiornata del Foglietto Illustrativo non sarebbero più stati mandati al macero (com’è avvenuto per oltre 10 milioni di confezioni solo nel 2012) bensì potranno essere regolarmente messi in vendita con l’aggiunta della nuova versione del cosiddetto “bugiardino”.

 La resistenza antimicrobica e gli effetti sull’ambiente

Una delle conseguenze della presenza di farmaci nell’ambiente è la resistenza antimicrobica (AMR) ovvero la capacità dei microrganismi di resistere ai trattamenti antimicrobici (gli antibiotici).

Secondo EEB, l’impatto della resistenza antimicrobica ha causato circa 25mila morti nel 2007 e le proiezioni per il 2050 sono di circa 390mila morti per AMR.

Non solo resistenza antimicrobica, ma anche tossicità cronica, alterazioni del sistema endocrino, inibizione della crescita e altro possono essere le conseguenze della presenza di farmaci nell’ambiente, tanto per gli esseri umani quanto per gli animali.

“Un esempio è la drastica riduzione del numero di avvoltoi nel subcontinente indiano dovuto alla loro esposizione indiretta a diclofenac. Uno studio in Pakistan ha rivelato che gli avvoltoi subiscono gravi danni renali dal consumo delle carcasse di bestiame trattate con questo farmaco. In un periodo di tempo relativamente breve, il numero di avvoltoi è diminuito così drasticamente da renderli una specie in via di estinzione. Un altro esempio è la sterilità delle rane attribuita a tracce di pillole contraccettive orali nelle acque. L’ivermectina, usata come antielmintico nella pratica veterinaria, eliminata attraverso le feci, reca danno a organismi come lo scarabeo stercorario. La presenza di ormoni sessuali femminili (etinilestradiolo) nell’ambiente acquatico sembra provochi mutazioni sessuali nei pesci. È ipotizzabile che gli esseri umani, che sono in cima alla catena alimentare, possano essere interessati dagli inquinanti farmaceutici ambientali. Tuttavia, per dimostrarlo sono necessarie ulteriori ricerche”, afferma AIFA.


Leggi anche: Farmaci illegali: un mercato in crescita che vale 4,4 miliardi di dollari

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Fotografia: Pixabay

Francesca Zanni
Ho frequentato un corso di Giornalismo Culturale e tre corsi di scrittura creativa dopo una laurea in Storia Culture e Civiltà Orientali e una in Cooperazione Internazionale. Ho avuto esperienze di lavoro differenti nella ricerca sociale e nella progettazione europea e attualmente mi occupo di editoria. Gattara, lettrice accanita e bingewatcher di serie TV.

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