domenica, Settembre 20, 2020
AMBIENTE

Non solo Covid-19: il legame tra zoonosi e commercio di animali

Abbiamo letto il report pubblicato dall'ong TRAFFIC, che fa il punto sulla relazione tra commercio di fauna selvatica e rischio di zoonosi.

L’origine di SARS-CoV-2 non è ancora del tutto nota ma il sospetto principale è che il virus derivi da un animale selvatico. Quest’aspetto ha portato molti a interrogarsi e a riflettere sul nostro rapporto con l’ambiente naturale e gli animali che lo popolano. Proprio su questo si concentra il report pubblicato dall’ong TRAFFIC ad aprile, un rapporto davvero ad ampio spettro, perché comprende tutte le attività antropiche che vanno dal disboscamento al commercio di fauna selvatica.

Organizzato in una serie di domande e risposte, il report cerca di fare il punto su quanto sappiamo o non sappiamo rispondere ad alcune delle domande che, prese insieme, aiutano a ricostruire il passato e fare ipotesi sul futuro non solo di questa pandemia ma, più in generale, delle zoonosi.

 Il rischio sanitario e la regolamentazione internazionale

Come ricorda fin dall’inizio il rapporto stesso, intitolato “COVID-19 and zoonotic disease risk”, che vi sia un rischio di trasmissione di patogeni legato al commercio di fauna selvatica non è affatto una scoperta recente. Lo segnalano da anni gli esperti del settore, anche se solo in casi sporadici è stato al centro della risposta politica internazionale. In effetti, il principale sistema di regolamentazione del commercio della fauna (e della flora) selvatica a livello internazionale è dato dalla convenzione di Washington o CITES, il cui obiettivo primario è la conservazione delle specie e non ha un focus particolare sulla trasmissione di malattie.

Tuttavia, negli anni, anche l’emergere di queste ha portato ad alcune regolamentazioni specifiche. È quanto avvenuto per esempio nel 2005, pochi anni dopo l’epidemia di influenza aviaria H5N1, che ha spinto l’Unione Europea a vietare l’importazione di uccelli selvatici; nel 2007 il bando è diventato permanente, limitando la possibilità d’importazione solo al alcuni Paesi con “elevati standard per quanto riguarda la salute animale”). Secondo uno studio pubblicato una decina di anni dopo sulla rivista Science Advances e dedicato agli uccelli invasivi, questo avrebbe portato a un drastico calo degli animali legalmente importati in Europa, ma avrebbe anche aperto nuove rotte di commercio, rendendo l’America Latina la principale fonte di uccelli esportati (mentre prima del bando venivano principalmente dall’Africa), e rendendo i pappagalli Psittaciformi gli uccelli più commercializzati (prima del bando lo erano i Passeriformi).

Come il commercio aumenta il rischio

Ma, appunto, l’influenza aviaria H5N1, così come SARS-CoV-2, non rappresentano una novità. Tra le patologie a trasmissione zoonotica, il cui emergere è legato anche alla nostra gestione dell’ambiente e della fauna, alcune delle più citate sono le epidemie di Ebola, correlate alla frammentazione delle foreste e delle popolazioni dei chirotteri frugivori che pone gli animali a più stretto contatto con le comunità umane, o Hendra in Australia, anch’essa connessa con la pressione antropica e con la frammentazione dell’habitat naturale delle specie serbatoio, i pipistrelli del genere Pteropus.

In questo contesto, non stupisce che il commercio di fauna selvatica rappresenti un rischio particolare. Come riporta il report di TRAFFIC, infatti, il commercio implica che gli animali (intesi come vivi o morti, commercializzati solo per alcune parti) entrino in stretto contatto sia con chi li commercia sia con chi li compra, vuoi come cibo o ingrediente delle medicine tradizionali, vuoi come pet. E, aggiunge il report, “Tipicamente fa sì che specie di diversa origine, sia selvatiche che domestiche, in cattività o prelevate allo stato naturale, entrino in contatto attraverso le rotte di trasporto o nei mercati. La trasmissione da un animale all’altro, da una specie all’altra e dal selvatico all’essere umano è quindi grandemente facilitata dal commercio“. Così, il commercio diventa un elemento facilitatore che incrementa il tasso di contatto tra realtà ecologicamente distanti tra loro, dove le interazioni spontanee sarebbero quantomeno improbabili per vie naturali spontanee e accidentali

Come e quanto sia facilitata richiede poi di considerare due fattori specifici, continua il report: quali specie sono a maggior rischio di trasmettere patogeni e dove avvenga la trasmissione. Gli esempi più noti di trasmissione di patogeni riguardano infatti i mammiferi e gli uccelli. Vale per i casi già citati di Ebola, Hendra e H5N1 ma anche per SARS-CoV, parente del coronavirus responsabile dell’attuale pandemia, che sembra essere stato trasmesso dai pipistrelli alla civetta delle palme e quindi alla nostra specie in un contesto di interazione forzata (come accade nei wet market asiatici, dove queste specie giungono vive per essere destinate al consumo alimentare umano). Molto probabilmente vale anche per SARS-CoV-2, per il quale gli scienziati stanno indagando la possibilità che il pangolino (commerciato in Cina per le sue scaglie e per la carne impiegate nella medicina tradizionale) rappresenti l’ospite intermedio che, interagendo con i chirotteri in un contesto antropizzato (chirotteri e pangolini non interagiscono in termini di distribuzione geografica ed ecologia), ha avvicinato il virus all’essere umano. Ma nella valutazione del rischio di trasmissione zoonotica, non vanno comunque dimenticate altre zoonosi, come la rabbia, per la quale, riporta l’Organizzazione mondiale della sanità, i cani contribuiscono al 99 per cento di tutti i casi di trasmissione e che ogni anno causa la morte di decine di migliaia di persone (principalmente in Africa e in Asia). Né i patogeni trasmessi da altre specie di vertebrati o invertebrati, come avviene per le malattie portate da artropodi e influenzate dal commercio di alcuni animali di allevamento.

Il peso dell’allevamento

Il secondo fattore da considerare nella valutazione è quali siano i momenti più critici per la trasmissione di patogeni, per i quali, afferma il report, le preoccupazioni vanno all’intera catena del commercio: dal maneggiare l’animale al suo prelievo, lungo tutto il percorso di trasporto, fino ai punti di vendita, dove può trovarsi a contatto con altri animali oltre che con gli esseri umani.

Entrano quindi in gioco anche gli allevamenti di animali selvatici che, secondo il report, hanno da una parte il vantaggio di poter offrire, almeno in potenza, condizioni sanitarie controllate e di poter essere localizzati vicino ai mercati finali, riducendo la catena di trasporto e dunque l’esposizione al rischio. Ma che, d’altra parte, rappresentano un punto di contatto prolungato tra umani e animali. «Dal punto di vista biologico, l’allevamento in sé esce dalle regole ecologiche che le specie seguono in natura, e gli animali allevati possono raggiungere una densità molto alta (lo vediamo anche negli allevamenti di animali domestici), per cui un patogeno ha molti individui su cui replicarsi ed evolvere», spiega Mauro Delogu, ricercatore dell’Università di Bologna, dove studia l’ecologia delle malattie trasmissibili con un particolare focus sui virus influenzali. «Inoltre, anche se l’allevamento è sottoposto ai controlli veterinari, i nuovi patogeni non possono essere riconosciuti, nel senso che non sono disponibili i test specifici in laboratorio, e il veterinario stesso si troverà impreparato ad affrontare questo percorso, che può essere intrapreso al limite alla visita autoptica se l’animale muore».

Anche se la normativa italiana e in generale quella europea è ben diversa da quella dei Paesi orientali, queste considerazioni non possono non ricordarci che queste sono realtà note anche da noi. «Allo stato delle cose, non abbiamo avuto l’emergere di zoonosi paragonabili all’attuale pandemia in Europa. Ma alcuni esempi del passato e del presente ci mostrano che non siamo esenti dal rischio. Vale per malattie oggi sottoposte a forte controllo sanitario da parte dei servizi veterinari come nel caso della brucellosi, molto presente in passato nei contesti rurali», commenta Delogu. «Ma vale anche per gli animali tenuti come pet e spesso, in questo caso, il controllo è più difficile quando si tratta di specie esotiche, perché la diagnosi dev’essere fatta da veterinari specializzati. Nella mia parte di attività clinica mi è capitato di osservare casi sporadici, per esempio di clamidiosi nei pappagalli, che avevano trasmesso il patogeno agli umani con cui vivevano. Anche i rettili, pur presentando differenze rispetto agli animali omeotermi, sono soggetti a patogeni a potenziale trasmissione zoonotica: a volte li riscontriamo solo all’esame autoptico. Gli animali d’importazione clandestina sono i candidati migliori per veicolare infezioni, perché non vengono sottoposti a quarantene né controlli specifici».

Commercio illegale

Anche il report evidenzia i rischi aggiuntivi derivanti dal commercio illegale (dal quale non è esente l’Italia), legati alle povere condizioni del trasporto, all’evitare le quarantene e i punti di vendita dove potrebbero essere effettuati i controlli veterinari. Comunque, il report sottolinea anche che “non è semplicemente il livello di conformità o non conformità alla legislazione a determinare il livello di rischio”: il commercio legale non è certo privo di rischi. Peraltro, anche se l’epidemia di COVID-19 ci ha quasi abituati alle immagini di mercati orientali, dove vi è la stabulazione in stretta promiscuità tra le specie più disparate, e dei loro allevamenti, vale la pena ricordare che alcuni allevamenti di animali selvatici sono presenti anche in Italia. Destinati al mercato dei pet o a quelli della caccia: lepri, fagiani e quaglie, per esempio, sono specie allevate e poi rilasciate per la stagione venatoria.

“Quali soluzioni potrebbero aiutare a ridurre i rischi sanitari correlati al commercio di fauna selvatica?”: è tra le ultime domande che il report si pone. La risposta è complessa e chiama in gioco fattori economici e sociali. Uno degli aspetti evidenziati, comunque, è che la pandemia di COVID-19 ha portato molto a chiedere di fermare il commercio, come ha fatto la Cina, che ha vietato il consumo di specie selvatiche commercializzate vive all’interno delle città. Secondo il report, tuttavia, l’implementazione di queste politiche si scontra con grossi problemi pratici, tra cui la difficoltà per alcuni Paesi di attuare in tempi brevi la legislazione e la possibile opposizione del settore privato e forse anche dei consumatori. Inoltre, specifica il report, il divieto potrebbe anche incrementare l’attività illegale. Un problema già evidenziato anche in passato. A gennaio, quando la Cina ha emanato il primo bando temporaneo sul consumo di animali selvatici in risposta all’emergenza sanitaria, Nature aveva per esempio pubblicato due lettere: una, a firma di un gruppo di ricercatori spagnoli e belgi, evidenziava proprio il rischio di un incremento del traffico illegale e sosteneva la necessità di azioni, come campagne educative, che ne scoraggiassero l’impiego; l’altra, firmata da ricercatori cinesi e inglesi, sottolineava che gran parte del mercato è già illegale e quello che serve sono soprattutto misure di controllo più severe. Dello stesso parere anche un gruppo di ricercatori di Oxford che, in un articolo su The Conversation, evidenziano anche come i divieti (soprattutto quando non prevedono un’alternativa legale, come l’allevamento) potrebbero far salire i prezzi del mercato nero e alimentare il bracconaggio.

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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