martedì, Dicembre 7, 2021
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L’ “invito alla meraviglia” di Ian McEwan

Non è la prima volta che l'autore si addentra nei meandri della scienza, stavolta però accade per vie meno dirette. E la meraviglia promessa dal titolo passa per strade inaspettate.

Nei primi giorni di aprile del 1727, l’Abbazia di Westminster a Londra accoglieva le spoglie di Sir Isaac Newton, morto a Kensington una settimana prima. A quanto pare, alla cerimonia era presente anche Voltaire, il quale rimase impressionato dal fatto che a un “umile scienziato” venisse concesso l’onore di essere sepolto come un re nella stessa Abbazia dove riposavano, tra gli altri, Maria Stuarda e Enrico III. Affascinato da Newton e dal ruolo eccezionale che gli veniva riconosciuto, ben presto il filosofo francese decise di proporsi come intermediario e “traduttore” delle sue teorie a un pubblico ancora poco consapevole della rivoluzione in corso in quel momento e da cui sarebbe nata la scienza moderna.

A ricordare l’episodio è Ian McEwan, nel suo Invito alla meraviglia. Per un incontro ravvicinato con la scienza, pubblicato lo scorso novembre da Einaudi, un saggio che indaga il rapporto tra scienza e letteratura. Si tratta in realtà di cinque diversi saggi brevi, ricavati da lezioni e articoli che il romanziere britannico ha prodotto nel corso degli ultimi vent’anni, una selezione che risulta peraltro non così facile da inscatolare in una formula ben precisa

Sebbene sia più noto per titoli come Espiazione o Cortesie per gli ospiti (da cui è stata tratto il film del 1990, interpretato da Christopher Walken e Helen Mirren) McEwan si è spesso avventurato nei meandri della scienza, cimentandosi in dibattiti con esperti, con articoli, conferenze, parlando di neuroscienze e coscienza, evoluzione, cambiamento climatico. Del resto, questo suo incanto per la scienza è facilmente riconoscibile, a volte un po’ tra le righe, anche in alcuni dei suoi romanzi, come Sabato, Solar e in parte anche nell’ultimo Lo scarafaggio, quando la scienza stessa non diventa protagonista in modo più esplicito come in Macchine come me, con sconfinamenti nella fantascienza.

Questa volta, l’intento di concentrarsi sulle questioni di scienza è evidente e dichiarato, anche se qui non si parla di intelligenza artificiale, di genetica, di evoluzione o di cosmologia in modo esclusivo o strettamente divulgativo. La “meraviglia” promessa nel titolo passa per altre strade, a volte un po’ più impervie.

Tratti umani e scientifici di grandi pensatori

Oltre a Voltaire, McEwan tira in ballo una folla di altri grandi pensatori, artisti e naturalmente scienziati. A Darwin, Einstein, Galileo, Weinberg, Boyle, Newton, Halley si aggiungono comparsate più o meno inaspettate come Shakespeare, Bob Dylan e i Beatles, Kafka, Bacone, Nikita Chruscev, sempre per carpirne i tratti più profondamente umani, le pulsioni e le debolezze, le aspirazioni e cosa li lega a un’esperienza di scoperta scientifica. Questo perché McEwan non può fare a meno di guardare alla scienza come a un evento innanzitutto legato all’esistenza umana. I cinque brevi saggi sembrano quindi essere un compendio, un “the best of” del suo personale percorso di approfondimento e ricerca della meraviglia, come uomo e come intellettuale.

E infatti si parte proprio dalla dimensione con cui ha più confidenza, in “Letteratura, scienza e natura umana”, tratto da una lezione tenuta ad Oxford nel 2003. Qui McEwan sostiene che, a differenza dei prodotti letterari, la bellezza insita negli studi e nelle scoperte scientifiche, non è accessibile a tutti. Tuttavia, se proviamo a guardare alle vite degli uomini di scienza e alle loro scoperte come se si trattasse di un romanzo, ecco che con sorpresa si spalanca una prospettiva che ci aiuta a capire teorie e formule, o almeno a smussarne le difficoltà di approccio, ad ammorbidire certi preconcetti.

Charles Darwin

Questo percorso sembra funzionare bene nel caso di Charles Darwin, di cui l’autore segue passo passo l’avventura che lo porterà a bordo del Beagle verso l’isola di Santiago nelle Canarie per poi scrivere l’Origine della specie, così come per James Watson e Francis Crick, se ci sforziamo di individuare nel loro celebre articolo sulla doppia elica del DNA, pubblicato su Nature nel 1953, le parole, i dettagli che svelano la loro, di meraviglia. Ian McEwan scopre così che può trovare coerenza tra quanto sostengono la biologia e la teoria dell’evoluzione con ciò che lui stesso conosce sulla letteratura, sulla cultura, sul linguaggio, dal momento che tutto è frutto di un lungo processo umano.

Analogamente, l’ originalità delle specie – che dà il titolo al secondo saggio, da una conferenza su Darwin del 2009 – in particolare l’originalità della specie umana, si manifesta con un forte senso di individualità, di competizione anche costruttiva, senza la quale non avremmo avuto le intuizioni finali di Darwin, in “gara” con Wallace, o la celebre sintesi relativistica che Einstein concluse in poche settimane, ansioso per il timore di essere superato e saccheggiato da Hilbert. Due esempi, questi, delle inedite accelerazione del progresso dell’intelletto umano che hanno caratterizzato l’ultimo secolo e mezzo.

Con questa raccolta, McEwan prova in sostanza a interpretare l’avventura della scienza degli ultimi tre secoli cercandone un senso nell’esperienza letteraria e filosofica e quindi, viceversa, a rileggere con occhi nuovi l’arte, la scrittura e il racconto, la musica, alla luce di quanto sappiamo oggi sulla mente, sugli istinti di sopravvivenza, sul nostro rapporto con l’ambiente e sul pensare comune. In merito a quest’ultimo punto, oltre alla natura umana del singolo, sia esso scienziato o letterato, si affrontano anche grandi questioni collettive, fenomeni in parte antichi e di lungo corso, tornati ad essere urgenze drammaticamente contemporanee, come il cambiamento climatico, inquadrato nella sempiterna narrazione della fine del mondo, in “Blues alla fine del mondo”.

Già nel 2007, l’autore è piuttosto consapevole che la crisi climatica non è affrontata con un linguaggio adeguato (anzi, McEwan ritiene che la scienza del clima abbia incautamente irrobustito il pensiero “apocalittico”) e che a questa si accompagnino ritrovate superstizioni, credenze parareligiose e parascientifiche.

Conquistare la meraviglia

Oppure, nel saggio conclusivo “L’io” , si affronta il caso dei nuovi narcisismi amplificati dai social media, discutendo di coscienza, un altro terreno controverso dove McEwan si muove sorretto dalle sue idee di materialista convinto, ma sempre pieno di meraviglia (è il cervello a produrre la coscienza). C’è da dire che McEwan ci tiene molto anche a ricordare l’immagine dell’io come forma narrativa, un “racconto incessantemente riscritto” quando “noi siamo questa narrazione”, per usare le parole di Oliver Sacks. Un romanziere non può che essere incantato e attratto da questa interpretazione, visto che, come lui stesso confessa, “gli scrittori sostengono regolarmente che siamo tutti creature narranti e in assenza del racconto dell’io perderemmo la nostra umanità”.

Inevitabilmente di parte – non si capisce in che misura inconsapevolmente – McEwan tende a riconoscere un certo primato alla letteratura, che godrebbe per esempio del vantaggio di poter anche ignorare le conquiste o i progressi degli autori che sono venuti prima, quando si produce una nuova opera letteraria, una composizione, come se si partisse da zero. Cosa assolutamente impensabile, invece, quando si fa scienza.

È in definitiva un’analisi complessa, questa che McEwan propone al pubblico italiano. A volte si può avere l’impressione che il filo si perda, che non ci sia modo di conquistare la “meraviglia” della scienza se non con la stampella della tradizione umanistica, ma è il percorso seguito, pieno di dubbi esistenziali e interrogativi filosofici, a trarre in inganno.

Seguire un romanziere in questa esplorazione, provare a perdersi con lui per poi ritrovare la solidità, sempre in divenire, del pensiero scientifico, può essere tuttavia un esercizio molto utile, soprattutto in un momento in cui spadroneggiano verità alternative, del tutto prive di analisi e pericolose polarizzazioni di vario genere.


Leggi anche: “Voci dal mondo verde”, di Stefano Bordiglioni

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Marco Milano
Dopo gli studi in Scienza dei Materiali si è specializzato in diagnostica, fonti rinnovabili e comunicazione della scienza. Da diversi anni si occupa di editoria scolastica e divulgazione scientifica. Ha collaborato, tra gli altri, con l’Ufficio Stampa Cnr e l’agenzia Zadig.
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