domenica, Agosto 1, 2021
AGNELLI VEGETALIRUBRICHE

Urina e feci di capra: il siero Bonifacio che (non) curava il cancro

Negli anni '60, i media ne parlarono a tal punto che fu approvata una sperimentazione clinica. Che ne dimostrò, però, la totale inefficacia.

Da L’Unità del 19 marzo 1983 – L’Unità archivio storico

Il siero Bonifacio era un composto di acqua mista a feci e urina di capra, filtrato e sterilizzato. Fu inventato negli anni ‘60 del XX secolo da Liborio Bonifacio, veterinario di Agrigento, impiegato ad Agropoli, nella provincia di Salerno. A detta del suo ideatore, il siero sarebbe stato in grado di curare il cancro. Le vicende che portarono il siero alla ribalta del pubblico racchiudono fenomeni di costume, pseudoscienza e disinformazione.

Il crescente interesse del pubblico nei confronti del rimedio, fece sì che il Ministero della Salute avviasse una sperimentazione clinica per rispondere alle istanze di chi chiedeva a gran voce che ne fosse autorizzata al più presto la somministrazione. Una volta dimostrata la totale inefficacia del siero, l’attenzione si spense e i pochi tentativi di riproporlo rimasero confinati a poche nicchie di persone. La breve ma intensa epopea del siero Bonifacio è già stata raccontata nei suoi dettagli.

Tuttavia, è interessante ancora oggi rivedere il modo in cui i media abbiano contribuito a diffondere l’idea che un estratto biologico di capra potesse essere la soluzione definitiva ai tumori. Un ruolo particolare lo ebbe il settimanale Epoca, che nell’estate del 1969 ripercorse la storia della scoperta di Liborio Bonifacio e ne seguì gli sviluppi, contribuendo a generare un animato dibattito pubblico.

Perché le capre hanno vinto il cancro?

«Accadde il 2 ottobre del 1950, la mattina di un lunedì. Stavo per uscire quando venne mio figlio e mi disse che durante la notte un nostro amico era stato trasportato all’ospedale di Salerno: un tumore maligno, non aveva più speranza. Poco dopo andai in campagna per una visita. Continuavo a pensare a quell’infelice, mi domandavo come fosse possibile che migliaia di uomini dovessero ancora morire così nonostante i progressi della medicina. All’improvviso, in mezzo alla strada, vidi una capra…»

È così che Liborio Bonifacio raccontò a Giuseppe Grazzini, giornalista di Epoca, il momento in cui ebbe l’intuizione per avviare il percorso di ricerca che lo avrebbe portato alla creazione del siero. Per Bonifacio, infatti, le capre non possono ammalarsi di cancro. È questo l’assunto alla base della concezione di un prodotto ricavato da materiali biologici di capra e usato come rimedio contro i tumori. Bonifacio volle verificare questa ipotesi. Per quaranta giorni cosparse alcuni capretti con benzopirene – una sostanza di comprovata cancerogenicità – e osservò come nessuno avesse sviluppato la malattia.

«Mi sembrava molto probabile che questa protezione avesse origine dalle glandole intestinali. Ero infine certo che un estratto di queste glandole, sulle cavie, risultava innocuo. A pensarci bene non avevo concluso molto. Cosa sarebbe successo se avessi iniettato il mio estratto su un essere umano?»

La prima persona a ricevere il siero Bonifacio fu una donna affetta da carcinoma al seno ormai in metastasi, che venne trattata nel corso del maggio 1951.

«Ricordo che mi tremavano le mani quando stavo per fare la prima iniezione…» 

La paziente migliorò in maniera inaspettata, giorno dopo giorno, finché le scorte di siero finirono. Liborio Bonifacio si affrettò a produrne ancora e riprese a somministrarlo. Le cose, però, non andarono per il verso giusto. Le condizioni di salute della donna ebbero un improvviso tracollo e morì. Dopo mesi di riflessioni e studi “col solo aiuto di un microscopio in dotazione al macello comunale”, il veterinario siciliano fece una seconda – e fondamentale – scoperta. 

«Nella cellula sono presenti i due sessi, uno dominante e uno recessivo, come nell’organismo intero. E come nell’organismo, i due sessi debbono mantenersi in equilibrio: uno, diciamo così, per agire e l’altro per controllare questa attività. Nel tessuto epiteliale il carattere dominante è quello femminile, controllato da quello maschile. Nel tessuto connettivo avviene l’inverso: il carattere dominante è il maschile, controllato questa volta da quello femminile, per lo stesso scopo di mantenere in equilibrio la cellula, permettendole di riprodursi normalmente. Da ciò consegue che i tumori a carico del tessuto epiteliale, come era il carcinoma di quella povera donna, devono essere curati con un estratto maschile. Infatti, la prima parte della cura che era a base di un prodotto maschile, aveva dato immediatamente ottimi risultati. Con il secondo prodotto, a base femminile, io non avevo fatto altro che distruggere quei risultati.»

Nel 1953, Liborio Bonifacio fece richiesta all’alto commissariato per l’Igiene e la Sanità – la divisione ministeriale che fino al 1958 fu il soggetto di coordinamento e di vigilanza tecnica sulle organizzazioni e sugli enti sanitari in Italia – per avviare una prima, vera, sperimentazione. Il commissariato affidò l’incarico all’Istituto “Pascale” di Napoli, che coordinò una sperimentazione su dieci ratti e tre persone affette da cancro. L’esito fu nullo e le istituzioni ufficiali dichiararono che il concetto alla base del siero fosse del tutto privo di fondamento scientifico. Passo dopo passo, voce dopo voce, testimonianza dopo testimonianza, la fama del siero anticancro di Liborio Bonifacio si diffuse in tutta Italia, fino ad arrivare a una interrogazione alla Camera dei Deputati, il 27 gennaio 1969. 

In quell’occasione, il deputato Alfredo Covelli, fondatore del Partito Nazionale Monarchico e che da lì a poco sarebbe confluito tra le fila del Movimento Sociale Italiano, così si rivolse a Camillo Ripamonti, Ministro della sanità:

«Per conoscere se sia informato dei positivi esperimenti compiuti nella terapia del cancro dal dottor Bonifacio Liborio, veterinario comunale di Agropoli (Salerno), con i suoi prodotti M ed F anticancro, risultato di suoi lunghi e pazienti studi, e che hanno riscosso larghi apprezzamenti da parte di clinici e di specialisti come è stato pubblicato dalla stampa; e se ritenga promuovere i necessari controlli da parte dei competenti organi tecnici al fine di autorizzare l’iscrizione del prodotto nella farmacopea ufficiale perché possa esserne divulgata la conoscenze per una più larga sperimentazione.»

Ripamoni rispose, e ribadì quanto già, nelle istituzioni, sembrava ovvio:

«Fin dal 1953 l’allora alto commissariato per l’Igiene e la sanità pubblica interessò l’Istituto oncologico Regina Elena di Roma in merito alla richiesta del dottor Liborio Bonifacio di poter sperimentare dei prodotti per la cura del cancro, ricevendono “parere completamente negativo, trattandosi di supposizioni destituite d’ogni benché minimo e serio fondamento scientifico”. Esperimenti effettuati nello stesso anno del prodotto in questione presso l’Istituto per lo studio e la cura dei tumori senatore Pascale di Napoli su dieci ratti e presso la scuola di ostetricia di Salerno su tre soggetti affetti da cancro inoperabile ottennero risultati del tutto negativi. Si fa inoltre presente che il dottor Bonifacio, sebbene abbia presentato un’istanza per conoscere la procedura da seguirsi per ottenere la registrazione di una specialità medicinale, in merito alla quale questo Ministero interessava il proprio organo periferico a dare informazioni al predetto sanitario su tale procedura, non ha mai fatto pervenire a questo dicastero domanda di registrazione dei due farmaci cui fa riferimento l’interrogante».

Il siero nella storia

Liborio Bonifacio aveva raccolto, negli anni, centinaia e centinaia di documenti e testimonianze che dimostravano l’entusiasmante efficacia della sua cura. Vale la pena citare un esempio, per comprendere meglio il genere di informazioni e di racconti che si erano ormai diffusi in tutta la nazione. Epoca riportò, tra i tanti, il caso della signora Adelina Ferrari, di 41 anni, «ricoverata il 13 febbraio 1964 all’ospedale “Ascalesi” di Napoli per un tumore all’addome. Dimessa l’9 marzo con indirizzo terapeutico Roentgen e cobaltoterapia e con prognosi infausta per la quasi sicura riproduzione metastatica del tumore, la povera donna viene visitata dal dottor Virgilio Piro che le consiglia la cura Bonifacio. Lo stesso medico, il 17 luglio, dichiara che la massa addominale, ricresciuta rapidamente fra marzo e aprile, è regredita fino a scomparire del tutto e che la paziente non presenta più alcuna metastasi addominale.»

Si trattava di guarigioni miracolose, frutto di una rimedio che riusciva là dove qualunque altra cosa aveva fallito. I media ci misero poco a far rientrare le vicende del veterinario siciliano e del suo siero nella classica cornice “a là Davide contro Golia”. Come spesso accade, in questi casi, l’antagonista era l’istituzione, lo “Stato”, detentore di un potere che privava chi soffre della cura necessaria. Sempre sulle pagine di Epoca, Liborio Bonifacio dichiarò:

«Io non voglio dire di aver vinto il cancro. Io ho fatto e continuo a fare esperienze che hanno dato un giovamento in centinaia di casi. In molti di questi casi l’offensiva del male è stata arginata e respinta con risultati definitivi: questo non lo dico io, lo dicono le analisi, ripetute per anni dopo la mia cura. Allora perché la scienza non mi aiuta? Se qualche cosa di buono c’è, perché non si verifica questa teoria? Perché non si studia e non si perfeziona questo prodotto? Ma lo vede lei come lavoro?»

Il ritratto del contesto di lavoro di Bonifacio era coerente con l’immaginario che si era ormai costituito sulla sua figura. Giuseppe Grazzini, il giornalista di Epoca che più di tutti si occupò della faccenda, scrisse che il veterinario «non ha neppure le fiale per conservare il prodotto che continua a estrarre da solo, con gli stessi metodi piuttosto rudimentali di vent’anni fa. Le fiale che adopera sono quelle di altri preparati medicinali, laboriosamente vuotate, sterilizzate e di nuovo riempite. Incredibile, mentre l’uomo va sulla Luna?».

Ad Agropoli era ormai in corso un pellegrinaggio di persone che, da ogni parte d’Italia, chiedevano a gran voce di accedere alle cure di Liborio Bonifacio. L’American Cancer Society ha riportato come le somministrazioni fossero cominciate in un contesto del tutto al di fuori della normativa, sull’onda di una forte volontà popolare. Dalla ricostruzione si apprende come nel dicembre 1969 la rivista Nazime avesse descritto un trial clinico su tre pazienti alla Clinica per le Malattie Tropicali dell’Università di Roma. Uno dei pazienti morì mentre gli altri manifestarono miglioramenti a dir poco sorprendenti. La somministrazione avvenne su specifica volontà delle famiglie dei pazienti. Nel gennaio 1970, Liborio Bonifacio fu anche il protagonista di una vicenda di cronaca collaterale. Durante una fuga dalla propria abitazione per sottrarsi temporaneamente dell’enorme numero di pazienti cha accorrevano da lui, alcuni ladri erano riusciti a impadronirsi di centinaia di dosi del prezioso siero.

1970. 1980. Le “commissioni Bonifacio”

Infine il Ministro Camillo Ripamonti cedette e istituì una commissione per fare luce sulle effettive qualità del siero Bonifacio. Il gruppo includeva esperti come il professor Antonio Caputo, direttore dell’Istituto “Regina Elena” di Roma – luogo in cui sarebbe avvenuta la sperimentazione – e Giovanni Battista Marini Bettolo Marconi, allora direttore e presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. Dal 18 marzo al 28 maggio 1970, come raccontato da Salvo Di Grazia in un lungo e approfondito articolo, la commissione avviò una sperimentazione siero su 16 pazienti seguendo le istruzioni impartite da Liborio Bonifacio. Uno dei pazienti si aggravò, quattro morirono, sei mostrarono un peggioramento. Nei restanti cinque non si registrarono risultati di alcun tipo. Gli esperti analizzarono anche i 2144 documenti vari, raccolti da Bonifacio nel corso degli anni, che avrebbero dovuto testimoniare centinaia di casi di successo del siero di sua invenzione. 

I risultati non lasciavano spazio a dubbi:

«In conclusione risulta chiaro che il prodotto in sperimentazione non presenta nessuna azione curativa sul cancro, non cambia la sintomatologia e non esercita effetti benefici sulle condizioni del paziente. Questo verdetto automaticamente esclude la possibilità di sperimentare il prodotto su un gruppo più vasto di pazienti.»

L’esito negativo riuscì solo a sopire la diffusione e l’impiego del siero Bonifacio. Liborio Bonifacio e i suoi seguaci tornarono alla ribalta circa un decennio più tardi, quando nel 1980 il caso esplose nuovamente, complice una più diffusa e agguerrita copertura mediatica. Da segnalare, sotto questo aspetto, il lavoro del quotidiano Il Giornale d’Italia.

Ci furono vari ricercatori, isolati, che millantarono di avere dimostrato l’efficacia del siero Bonifacio. Li ricordò lo stesso Liborio Bonifacio, quando raccontò che «il professor Giulio Carlo, durante un convegno tenutosi a Saturnia il 22 novembre 1980 dichiarò che “Bonifacio aveva ragione. Egli ha precorso i tempi dell’immunoterapia dei tumori”. Onorato Fumarola, direttore dell’Istituto di microbiologia dell’Università di Bari riconobbe un’attività antitumorale del siero a livello di endotossine batteriche. Un’équipe dell’Istituto di Oncologia dell’università di Messina ha dimostrarlo attraverso un’esperienza fatta su topi portatori di un carcinoma della mammella che il tumore, se preso nello stadio iniziale della malattia, guarisce nel 78% dei casi e che comunque anche in stadi stadi avanzati e terminali si registra una notevole riduzione di crescita delle cellule tumorali. (…) Tutto ciò non si poteva far finta e ignorarlo.»

“Si chiude il rubinetto”. La fine

E il Ministero, infatti, non ignorò e il 19 gennaio 1982 istituì una seconda Commissione Bonifacio, pronta a procedere alla sperimentazione controllata e a fare luce una volta per tutte su un caso che si stava trascinando da troppo tempo. Qualche mese dopo, un clamoroso ripensamento. Nel corso della conferenza stampa dal titolo “Siero Bonifacio” per combattere il cancro” che si tenne a Roma il 28 maggio 1982, Liborio Bonifacio abbandonò sdegnato le scene:

«Riaprendo il caso [il Ministero n.d.a.] ovviamente si è rimangiato il giudizio di dodici anni fa, generato dalla famosa sperimentazione truffa del “Regina Elena”, effettuata in solo quindici giorni quando per sperimentare un farmaco anticancro occorrono anni; e su cinque o sei paziente in stato di pre agonia. La notizia dalla riapertura del caso Bonifacio era perciò clamorosa. Mi aspettavo di leggerla sulle prime pagine e con grossa evidenza in tutti i giornali ma non è successo. Eppure il ministero aveva implicitamente ammesso di avere sbagliato ed aver operato male. (…) Io che sono l’interessato ufficialmente, non so neppure l’esistenza dalla commissione. Nulla mi è stato comunicato. Nulla mi è stato chiesto. Non mi è stato chiesto il prodotto e neppure consiglio sul suo uso. Come può la commissione sperimentare un prodotto se non ha il prodotto dal sperimentare? Questi sono i rebus all’italiana. Io non riuscirò mai a capire. Ma potrebbe essere solo procurato fraudolentemente inventando false richieste di distribuzione! E chi ci assicura a questo punto che quello che sperimenteranno sia il prodotto Bonifacio? Chi ci assicura che non vi abbiano messo il cianuro?!?» 

L’intervento, interrotto spesso da applausi scroscianti, proseguì insistendo su una interpretazione del tutto distorta di una verifica sperimentale sull’efficacia di un farmaco

«La commissione – e lo ha dimostrato come suo comportamento – ha paura di sperimentare il siero Bonifacio. È disposta a farlo soltanto a porte chiuse. Ho chiesto una sperimentazione allargata, pubblica, e da me controllata. Ho chiesto di fare le cose alla luce del sole, non potendomi più fidare, dopo l’esperienza passata. (…) La commissione non sa a che santo votarsi, non sa che pesci pigliare. Ecco perché perde e prende tempo. Una sperimentazione pubblica, aperta, controllata, non la vuole perché non la può fare. Ha paura che facendo le cose fatte bene, (…) possa uscire fuori la la verità sull’efficacia del siero Bonifacio! Perché la verità loro la conoscono. La conoscono bene.»

E, infine, il clamoroso abbandono:

«Adesso però basta. Bonifacio va in pensione. La produzione del siero Bonifacio cessa. Si chiude. Prima di partire da Acropoli ho esaurito tutte le scorte residue di prodotto che avevo. Da questo momento non c’è più siero Bonifacio, per nessuno! Il rubinetto si chiude e lo è per tutti, piccoli e grossi, dall’operaio al ministro! (…) Da questo momento in poi diffidate da chiunque offra siero Bonifacio, perché è falso! (…) La decisione non poteva essere rimandata, sono stanco vecchio e ammalato. La distribuzione del siero Bonifacio è diventata un fatto sociale. Non più un problema mio.»

Liborio Bonifacio abbandonò così le scene pubbliche e morì poco dopo quell’infiammata conferenza stampa, il 17 marzo 1983. 

La sua storia, il metodo di preparazione e di somministrazione del siero, si possono leggere nel suo libroLa mia cura contro il cancro”, edito da Savelli nel 1982. Ci furono alcuni tentativi di proporre il siero Bonifacio anche dopo la scomparsa dell’inventore. Nessuna di queste ebbe successo. L’interesse nei confronti di questo rimedio miracoloso si spense. L’efficacia del siero Bonifacio viene millantata ancora oggi solo in ambiti residuali. La figura di Liborio Bonifacio viene ricordata in occasione di certe ricorrenze, spesso lasciando comunque un velo di dubbio su una presunta efficacia che mai fu. 

Giuseppe Grazzini, su Epoca, così dipingeva il contesto in cui aveva incontrato Liborio Bonifacio.

«Siamo nella campagna vicina ad Agropoli, sull’aia di un rustico. C’è un profondo silenzio, il sottile profumo della cedrina. Una capra ci guarda con i suoi occhi misteriosi e gialli, senza amicizia».


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Fotografia: Archivio Storico L’Unità

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Gianluca Liva
Giornalista scientifico freelance.
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