martedì, Ottobre 26, 2021
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Creme solari, tra falsi miti e consigli

Molti la detestano, tanti per dimenticanza o pigrizia finiscono per non metterla, salvo poi ricominciare a spalmarsi dopo una bella ustione… Ma quali sono le false credenze su raggi UV e creme solari? E cosa dovremmo fare per essere protetti davvero?

Non c’è niente che ci faccia sentire più al mare del profumo (odore, se non ne siamo particolari estimatori) della crema solare. Eppure il sole non c’è solo sulla battigia, e a volte, a onor del vero, anche lì la dimentichiamo, o decidiamo volontariamente di non utilizzarla, perché non ci piace, perché unge troppo, perché pensiamo che in quel tipo di situazione non sia poi così necessaria. Se ci ricordiamo di spalmarla, molto probabilmente non ne mettiamo a sufficienza, o abbastanza spesso, oppure siamo convinti che quel grosso “50” stampato in bella grafia ci protegga molto di più rispetto a un Spf (fattore di protezione solare) 30. Proviamo a sfatare qualche falso mito sulle creme solari, cercando di capire cosa dovremmo fare davvero e cosa rischiamo se non la mettiamo.

Il sole fa bene

I raggi UVA e UVB sono stati classificati dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) tra i carcinogeni certi per l’uomo, contribuiscono alla formazione di tumori della pelle e non solo. Come per molte sostanze o fattori carcinogeni, bisogna sempre tener presente che è la dose a fare la differenza: un po’ di sole è necessario per sintetizzare la vitamina D, senza la quale si possono sviluppare malattie. Bisogna però fare sempre attenzione quando ci si espone ai raggi UV, anche durante l’inverno e in città: il Codice europeo contro il cancro, promosso da IARC, suggerisce l’uso di creme con filtro solare durante tutto l’anno. In estate corriamo i rischi maggiori, perché esponiamo una superficie più ampia del nostro corpo e lo facciamo per tempi più lunghi.

Tra parentesi, probabilmente non tutti sono a conoscenza del fatto che il fattore di protezione scritto sulle creme si riferisce solo agli UVB. Le creme che presentano il bollino rotondo con all’interno la scritta “UVA”, o con la scritta “protezione UVA/UVB”, per la legge europea, devono contenere un filtro antiUVA pari ad almeno un terzo del fattore di protezione solare indicato sull’etichetta. Quindi, una Spf 30 per gli UVB “incorpora” una Spf 10 per gli UVA. Ma che differenza c’è tra UVA e UVB? Questi ultimi sono la minoranza, circa il 10% di quelli che ci raggiungono – sono infatti in parte trattenuti dalla fascia di ozono, dalla troposfera e dalle nuvole -, si fermano agli strati superficiali della pelle (epidermide), ma sono quelli che ci fanno abbronzare e provocano le scottature. Ecco perché storicamente le creme solari si sono concentrate su di loro.

Gli UVA sono trattenuti soltanto in minima parte dall’atmosfera e dalle nuvole, sono più penetranti, non provocano ustioni e non abbronzano realmente, ma riescono ad arrivare fino al derma, dove stimolano la formazione di radicali liberi, accelerando i processi di invecchiamento cutaneo e provocando rughe, e inducono mutazioni nel DNA delle cellule, aumentando il rischio di sviluppare tumori. In più, l’intensità degli UVA che raggiungono la superficie terrestre rimane più o meno costante durante tutto l’anno, a differenza di quella degli UVB che invece dipende dalla stagione, dall’orario, da altitudine e latitudine. Ecco perché sarebbe importante proteggersi sempre, e non solo al mare d’estate…

Sono già abbronzato/a, ho la carnagione scura, ci sono le nuvole, quindi posso non metterla

È credenza piuttosto diffusa che, se la pelle è già “allenata”, perché abbiamo già preso molto sole o perché abbiamo un fototipo più scuro, più mediterraneo, possiamo risparmiarci la seccatura di ungerci come i lottatori di sumo… Purtroppo, però, non è così. “Quanto” possiamo abbronzarci è determinato dalla genetica, ovvero da quanta eumelanina (la “forma” scura della melanina – a differenza della feomelanina che ne è la versione chiara -, va dal marrone al nero e assorbe gli UVB) sono in grado di produrre le nostre cellule. Quindi, la massima tintarella raggiungibile è indipendente da quanto si possa stare al sole.

Per quanto riguarda la protezione offerta dalla nostra pelle, l’abbronzatura è sì un filtro, ma non particolarmente efficace. Corrisponde, circa, a un Spf 2, ovvero filtra solo il 50% dei raggi UVB. Se abbiamo la pelle abbronzata o la carnagione più scura possiamo magari utilizzare creme con un fattore di protezione un po’ più basso, ma se non vogliamo ustionarci è necessario metterla ugualmente. Stesso discorso per le nuvole: lì ci troviamo in una situazione in cui il sole, per quanto possa sembrare strano, può essere ancora più pericoloso. Fa meno caldo, riusciamo a restare più tempo sotto i suoi raggi senza bisogno di rintanarci sotto l’ombrellone… Le condizioni perfette per ritrovarsi color aragosta alla sera senza nemmeno essersene resi conto. Questo rischio aumenta ancora di più se saliamo di altitudine, dove già di base fa meno caldo, ma il sole è davvero molto insidioso.

Ma quanta ne metti? È troppa, non devo friggere in padella!

In realtà di solito non mettiamo abbastanza crema. Se acquistiamo una Spf 50 ci aspettiamo di avere quel tipo di protezione, ma se facciamo un po’ i “tirchi” con le quantità perché non ci piace la sensazione di unto, rischiamo di avere brutte sorprese. Il calcolo dell’Spf delle creme viene fatto in modo sperimentale, applicando la crema su dei volontari e confrontando quanto tempo ci vuole per produrre un eritema nella zona con o senza protezione. In queste prove vengono spalmati 2 milligrammi di crema per centimetro quadrato di pelle: si tratta della dose ottimale, ovvero di quella che ci serve per avere quel valore effettivo di protezione. Per una persona media, su tutto il corpo, si tratta di circa 30 grammi. Per avere un’idea, dovremmo usarne un quantitativo pari più o meno a una pallina da ping pong. Quindi, tornando al nostro flacone da Spf 50, se mettiamo metà della dose consigliata il valore della protezione non diminuisce linearmente, ma crolla esponenzialmente: sarà come se ne stessimo utilizzando una da Spf 7…

Una volta spalmata al mattino, sono a posto per tutto il giorno – e poi è waterproof!

Verrebbe da dire… Magari! Purtroppo i filtri delle creme sono molecole piuttosto delicate e si degradano col il passare delle ore, proprio a causa della loro azione schermante. Sono un po’ come quelle dighe di sabbia e sassi che facevamo al mare: all’inizio funzionano, ma poi le onde cominciano a consumarle, demolirle, insinuarsi attraverso… I raggi UV sostanzialmente fanno come le onde, li scaricano, li consumano. Ecco perché è importante mettere la crema più volte. Ma quanto spesso? Di solito se si legge dietro il flacone viene indicato di spalmarla frequentemente, che però è un’indicazione davvero molto generica. Innanzitutto è bene fare attenzione a tutte quelle situazioni in cui, magari senza rendercene conto, rischiamo di rimuoverla: se ci asciughiamo il sudore, facciamo il bagno o pratichiamo sport, meglio riapplicarla. Anche se c’è scritto che è resistente all’acqua. E la cosa migliore sarebbe mettere la crema prima di uscire ed esporsi al sole, rimetterla almeno una ventina di minuti dopo, magari dopo essersi messi in spiaggia, in modo da essere sicuri di averne spalmata la quantità giusta e di non aver lasciato parti del corpo scoperte – sarebbe difficile scordarsi per due volte della stessa zona. A quel punto, possiamo permetterci un po’ di tregua, e riapplicarla a intervalli un po’ più lontani, di circa 2-3 ore.

Ho messo lo schermo totale!

Sarebbe bello poter contare su una protezione totale, ma in realtà l’unico modo per averla è non esporsi al sole. Nessuna crema è in grado di proteggerci al 100% dai raggi Uv, motivo per cui l’Unione europea nel 2007 ha imposto alcune regole: “I consumatori trarranno vantaggio dall’introduzione quest’estate di un nuovo sistema più chiaro di etichettatura sulle confezioni dei prodotti di protezione solare. Le nuove etichette che comprendono un nuovo logo o sigillo UV-A sui flaconi e il divieto di espressioni ingannevoli quali “schermo totale” o “protezione totale”, rappresentano una risposta a una raccomandazione della Commissione riguardo ai prodotti di protezione solare adottata nel settembre del 2006.” Da un certo punto di vista, però, anche l’attuale sistema di etichette può portare a dei fraintendimenti: è abbastanza naturale pensare che una Spf 50 protegga molto di più rispetto a una Spf 30, quando invece non è così. Se l’Spf 2 fornito dalla nostra pelle abbronzata lascia passare la metà delle radiazioni UVB, proteggendoci dal restante 50%, un Spf 6 ne lascerà passare un sesto (proteggendoci dall’83% circa), un Spf 30 un trentesimo (protezione del 97%), un Spf 50 un cinquantesimo (protezione del 98%)… Quindi tra queste ultime due, al contrario di quanto si possa pensare, non c’è poi tutta questa differenza.

La cosa importante è trovare una crema che ci piaccia, per profumo e consistenza, – poco importa se sia di un brand molto rinomato, scelta in farmacia o se acquistata al supermercato più a buon prezzo – al punto da essere ben disposti a metterla sempre, nelle giuste quantità e ai corretti intervalli. Prestiamo attenzione al fatto che gli spray, anche se magari ci ispirano di più perché ungono meno, ci permettono di capire con difficoltà quanto prodotto stiamo mettendo, quindi potrebbero fornirci una protezione inferiore a quella riportata. 


Leggi anche: I rischi delle lampade abbronzanti

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagini: Pixabay

2 Comments

  1. Ciao Giulia, ti contatto a nome dell associazione Chiedi Le Prove in merito al tuo articolo sulle creme solari. Vi ho trovato alcuni spunti interessanti che vorrei riproporre sulla nostra pagina IG. Contattami se ti interessa. Ciao, davide.gobbin (at) gmail.com

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Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.
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