martedì, Ottobre 26, 2021
DOMESTICIRUBRICHE

Erba gatta, a cosa serve e come usarla

L’erba gatta per eccellenza è la Nepeta cataria, ma oggi si trovano sul mercato molti prodotti a base di matabi, una pianta giapponese che ha effetti paragonabili.

Quella che chiamiamo comunemente “erba gatta” è nota – ed è chiaro fin dal nome – per essere molto apprezzata dai felini: ci si strusciano, la mangiucchiano, si rotolano, a volte fanno le fusa… Ma perché si verificano questi effetti? E l’erba gatta ha solo proprietà eccitanti o può aiutare i gatti anche in qualche altro modo?

Ne parliamo con Simona Cannas, ricercatrice al Dipartimento di Medicina Veterinaria all’Università degli Studi di Milano Statale.

La chimica dell’erba gatta

Come avevamo già avuto modo di scrivere i nomi dati nelle diverse lingue tendono spesso a richiamare la passione dei gatti per questa pianta: in inglese, infatti, è detta catnip, in francese herbe aux chats, e anche il nome scientifico, Nepeta cataria, fa riferimento all’interesse di questi felini per l’erba gatta. «Il nome “erba gatta” è spesso attribuito erroneamente alle zolle di erba che si trovano in vendita in molti negozi per animali e supermercati. In realtà, in quel caso si tratta di semplici erbe che il gatto mangia e aiutano il benessere del tratto intestinale; solo la N. cataria e alcune altre piante hanno l’effetto euforizzante», spiega Cannas.

«Gli effetti di questa pianta sul comportamento del gatto sono da ricondurre a un composto volatile, il nepetalattone, che agisce sul sistema oppioide di molti felini: le risposte comportamentali alla Nepeta cataria sono infatti stati osservati non solo nei gatti ma anche, per esempio, nei leoni e nelle linci. Il nepetalattone fa parte di un gruppo di sostanze dette iridoidi. Ma non è l’unico a indurre la risposta comportamentale: sebbene sia nativo del Giappone e della Cina e da noi sia arrivata solo in tempi relativamente recenti, infatti, anche il matabi o vite d’argento contiene iridoidi che attirano i gatti».

Il nepetalattone, così come i composti biologicamente attivi presente nel matabi, sono metaboliti secondari delle piante, per le quali si pensa rappresentino una difesa chimica contro gli erbivori e alcuni patogeni, perché hanno spesso un sapore amaro e proprietà antinutritive e d’inibizione della crescita per gli insetti. Sebbene si pensasse inizialmente che queste sostanze agissero attraverso l’organo vomero-nasale (un organo olfattorio accessorio presente nei gatti, nei cani e in molti altri animali non umani), nel 1985 è stato dimostrato che, in realtà, i gatti le percepiscono dal naso. Qui si legano a particolari recettori e alterano l’attività di diverse aree del cervello, tra cui l’amigdala e l’ipotalamo, determinando la risposta comportamentale. E, anche se spesso i gatti tendono a leccare lo stimolo (per esempio il giocattolo riempito di N. cataria essiccata), la somministrazione orale non sembra indurre euforia.

Risposte diverse

«La reazione all’erba gatta dura alcuni minuti, tra i cinque e i 15, e svanisce in assenza dello stimolo», continua la veterinaria. «Bisogna comunque notare che non tutti i gatti reagiscono al nepetalattone e ai composti presenti nel matabi. Sono stati condotti degli studi per studiarne la risposta in base all’età del gatto, che hanno mostrato una risposta più forte negli adulti, come se il sistema oppioide avesse bisogno di raggiungere la maturità per rispondere a questi composti. Inoltre, non tutti i gatti reagiscono allo stesso modo: per alcuni la risposta è quella di euforia, mentre altri diminuiscono vocalizzazioni e movimento e altri ancora hanno una risposta mista. Ma la letteratura scientifica al riguardo è ancora abbastanza scarsa».

Sembra, inoltre, che la capacità di rispondere alla N. cataria e al matabi dipenda da uno o pochi geni, perché viene ereditata con una modalità autosomica dominante (è sufficiente cioè che solo uno dei due genitori passi il tratto al cucciolo).

L’erba gatta come arricchimento ambientale

«La N. cataria è una valida forma di arricchimento ambientale per il gatto, perché, oltre a rappresentare uno stimolo forte, è sicura e non ci sono particolari contro-indicazioni al suo impiego. Di solito si trova secca, come imbottitura dei giochi, e in tempi più recenti si cominciano a trovare anche prodotti con il matabi, tipicamente in forma di bastoncini», spiega ancora Cannas. «L’aspetto principale da tenere a mente è che, come molte forme di arricchimento ambientale, non dev’essere lasciata sempre a disposizione del gatto ma bisogna riproporgliela a distanza di uno o due giorni, affinché non perda interesse».

Uno studio condotto alcuni anni fa su un ampio numero di gatti ospitati in un rifugio, infatti, ha confrontato diverse forme di arricchimento ambientale olfattivo: l’erba gatta è risultata quella per la quale i gatti mostravano maggior interesse, che però calava con il tempo. Gli autori suggeriscono infatti di mantenere una rotazione negli oggetti impiegati per l’arricchimento, così che vi sia sempre un “elemento novità” e il gatto non perda interesse.

Altre funzioni per erba gatta e matabi?

Ma è possibile che il nepetalattone e gli altri iridoidi contenuti in queste piante abbiano come unico effetto quello d’indurre l’euforia nel gatto e in altri felini? O esiste la possibilità che abbiano anche un’altra funzione? In effetti, questo è quanto suggerisce un recente studio pubblicato su Science Advances, nel quale un gruppo di ricercatori giapponesi mostra come tali composti possano anche fare da repellente per le zanzare.

In particolare, gli autori dello studio si sono concentrati sul matabi, purificandone innanzitutto purificato i diversi composti volatili e somministrando ciascuno di essi ai gatti; in questo modo, hanno mostrato che a indurre la risposta è un composto detto nepetalattolo, molto simile al nepetalattone. Per confermarlo, hanno misurato i livelli di endorfine prima e dopo la somministrazione del nepetalattolo sintetizzato chimicamente e applicato ad alcuni filtri di carta, dimostrando che è responsabile dell’attivazione del sistema oppioide.

Quindi hanno voluto verificare se il nepetalattolo avesse anche altre proprietà. «Abbiamo ipotizzato che la risposta comportamentale dei gatti permetta loro di trasferire il nepetalattolo sostanza sulla pelliccia, così da difendersi dagli insetti», spiega in un comunicato Reiko Uenoyama, prima autrice dello studio. «E l’ipotesi si è rafforzata quando abbiamo scoperto che anche il nepetalattone ha una forte azione azione repellente».

Un repellente per insetti

Per verificarlo, i ricercatori hanno posto dei filtri di carte impregnati di nepetattolo in diverse zone della gabbia in cui vivevano i gatti (alcune sul fondo, altre sulle pareti o sul soffitto): hanno così osservato che i gatti strofinavano il muso sui filtri, e quando questi erano posti sul fondo della gabbia vi si rotolavano, trasferendo il nepetalattolo sulla pelliccia. «Quindi, abbiamo testato le proprietà repellenti del nepetalattolo nei gatti contando quante zanzare si posavano sul muso con e senza l’applicazione del composto», osservando che in effetti il numero è minore quando il nepetalettolo è presente, spiega Masao Miyazaki, ricercatore all’Università di Iwate che ha guidato lo studio. Nello specifico, i ricercatori hanno testato l’effetto repellente per la zanzara Aedes albopictus, originaria del sud-est asiatico (sebbene ora si trovi in varie altre zone del mondo), ma non escludono che sia efficace anche per altre specie.

Questi risultati suggeriscono quindi che questi metaboliti secondari abbiano un effetto biologico in più rispetto alla semplice stimolazione del sistema oppiode, con conseguente euforia. «Questo è in linea con quanto individuato da altri studi che avevano mostrato un effetto repellente del nepetalattone, il composto presente nella Nepeta cataria, per altri insetti. Tuttavia, è bene evidenziare che non siamo in grado di dire, per ora, se il gatto usi consapevolmente queste piante come protezione dagli insetti», commenta Cannas.


Leggi anche: I cani sincronizzano il comportamento, con adulti e ragazzi

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia. 

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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