martedì, Ottobre 26, 2021
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COVID-19. Che cosa abbiamo imparato nell’estate 2021

Tra varianti, vaccini e green pass: com'è andata l'estate 2021 e cosa ci aspetta in autunno

Un aspetto che ci sconcerta di questa pandemia è la rapidità con cui cambiano gli scenari, e la velocità con cui siamo costretti ad abituarci a “normalità” inattese. Da un anno e mezzo a questa parte, si passa in poche settimane da uno stato mentale dove avanziamo sommessamente un’ipotesi (quasi sempre impensabile fino al mese prima, come il lockdown, il coprifuoco, le zone, la terza dose, le regole del green pass), a renderla prassi da un giorno all’altro dovendola interiorizzare come cosa sedimentata.

Che non si possano fare sensati paragoni fra periodi molto distanti è quindi evidente. Dall’estate 2020 all’estate 2021 sono cambiati aspetti decisivi: non solo sono arrivati i vaccini, ma abbiamo introdotto misure diverse di contenimento della pandemia, e un modo diverso di misurare il rischio, con i noti indicatori di monitoraggio che classificano la gravità della situazione in bianca, gialla, arancione o rossa. Ma soprattutto è cambiato il virus: un anno fa non avevamo ancora mai parlato nemmeno di variante alpha (la variante inglese).

Un’estate più tosta della precedente

Fatta questa doverosa premessa di metodo nel leggere i dati, è sotto gli occhi di tutti che l’estate 2021 in termini di numero di casi e di ospedalizzati sia stata peggiore dell’estate 2020. Ma non lo è stata nel numero di decessi.
Il 1 agosto 2020 avevamo 295 nuovi casi in Italia, un tasso di positività di 0,49 (su 60 mila tamponi), 43 persone in terapia intensiva e 5 deceduti.
Il 1 agosto 2021 avevamo 5321 nuovi casi, un tasso di positività di 7,34 (su 167 mila tamponi), 230 persone in terapia intensiva e 2 morti.

La ragione principale è la maggiore virulenza della Variante Delta, che in poche settimane è diventata dominante anche in Italia. In una nota del 25 giugno 2021 l’ISS dichiarava che il 75% dei nuovi casi sequenziati apparteneva alla Variante Apha. Nella nota del 3 settembre 2021 la variante Delta era la responsabile dell’88% dei casi segnalati.
Si stima che la variante Delta sia due volte più trasmissibile del ceppo originale di SARS-CoV-2, a causa della maggior rapidità di replicazione del virus. Alcuni dati inoltre suggeriscono che la variante Delta potrebbe causare malattie più gravi rispetto alle varianti precedenti nelle persone non vaccinate. In due diversi studi condotti in Canada e in Scozia, i pazienti infetti dalla variante Delta avevano maggiori probabilità di essere ricoverati in ospedale rispetto ai pazienti infetti da Alpha o dal virus originario.

Il prossimo futuro

Oggi le curve continuano a salire. Dal 1 agosto al 13 settembre 2021 i nuovi positivi sono stati oltre 250 mila. La situazione in Europa non è per niente in miglioramento, come si vede dalla mappa dell’ECDC che usa ben poco il colore verde.
Che cosa ci dice tutto questo? Che non possiamo realisticamente pensare che la pandemia finisca con un colpo di bacchetta magica o che si esaurisca in tempi per noi brevi. Oggi ci siamo finalmente detti ad alta voce che è verosimile pensare che nei prossimi anni il virus continuerà a girare e che la maggior parte di noi vi entrerà in contatto.

La variante Delta “buca” i vaccini?

Durante l’estate abbiamo capito definitivamente che il vantaggio dei vaccini contro COVID-19, per lo meno quelli usati in Europa, non è proteggere dal contagio, ma evitare le forme più gravi della malattia. Statisticamente: questa può essere la parola chiave di questa estate 2021. I vaccini proteggono dalle forme gravi di COVID la maggior parte delle persone, ma non tutte. Siamo tutti diversi sia quanto a sistema immunitario che per caratteristiche fisiologiche, ma nella maggior parte dei casi, da vaccinati con due dosi non ci si ammala gravemente. Un effetto positivo è che riducendo la percentuale di persone che necessitano di cure ospedaliere, ci sono più risorse da dedicare a chi dovesse averne bisogno.

I dati ISS più recenti sono aggiornati all’ 8 settembre 2021 e mostrano una forte riduzione del rischio di infezione da virus SARS-Cov-2 nelle persone completamente vaccinate rispetto a quelle non vaccinate (77% per la diagnosi, 93% per l’ospedalizzazione, 96% per i ricoveri in terapia intensiva e per i decessi). Il tasso di ospedalizzazione fra i non vaccinati negli ultimi 30 giorni è nove volte più alto rispetto ai vaccinati con ciclo completo. E se consideriamo i ricoveri in terapia intensiva, i non vaccinati sono 13 volte i vaccinati. Il tasso di decessi fra i non vaccinati è 15 volte quello fra i vaccinati con ciclo completo. La conclusione logica è che se nel complesso abbiamo “pochi” morti è perché la maggior parte della popolazione è vaccinata.
Una domanda che rimane aperta e su cui stiamo iniziando ad avere qualche dato è l’impatto del long COVID sulle persone vaccinate. Da primi studi, per esempio uno condotto nel Regno Unito, pare che i vaccinati siano meno soggetti a Long COVID, ma c’è ancora molto da capire.

I reali effetti avversi dei vaccini

Durante l’estate abbiamo raccolto anche ulteriori nuovi dati sugli effetti avversi delle vaccinazioni, oggi aggiornati al 26 agosto 2021 e consultabili nell’ultimo rapporto di AIFA 
Una spiegazione preliminare per comprendere i termini usati. Un “evento avverso” è un qualsiasi episodio sfavorevole che si verifica successivamente alla somministrazione di un farmaco o di un vaccino, ma che non è necessariamente causato dall’assunzione del farmaco o dall’aver ricevuto la vaccinazione. Per “reazione avversa”, invece, si intende una risposta nociva e non intenzionale a un farmaco o a una vaccinazione per la quale è possibile stabilire una relazione causale con il farmaco o la vaccinazione stessa.

Detto questo, da dicembre 2020 a oggi sono state segnalate 119 sospette reazioni avverse (cioè ancora da verificare) ogni 100.000 dosi somministrate. In quasi 9 casi su 10 si è trattato di reazioni non gravi, come dolore al braccio, affaticamento. In sette segnalazioni su dieci il fastidio si era già risolto al momento della segnalazione. I tassi di segnalazione degli eventi avversi gravi per i singoli vaccini sono stati infatti: 13 casi ogni 100.000 dosi di Comirnaty, 14 ogni 100.000 dosi di Spikevax, 33 ogni 100.000 dosi di Vaxzevria e 19 ogni 100.000 dosi di Janssen.
Un chiarimento sulla questione della “causalità”. Spesso si sente dire che i numeri delle reazioni avverse gravi delle vaccinazioni sono poche perché le autorità sarebbero reticenti nell’esplicitare la reale causa del decesso. In realtà si apprende che il nesso di causalità secondo l’algoritmo dell’OMS è stato inserito nel 74% delle segnalazioni di eventi avversi gravi, indipendentemente dall’esito ed è risultato correlabile alla vaccinazione nel 42% di tutte le segnalazioni gravi valutate, indeterminato nel 35% (3.302/9.324) e non correlabile nel 20% (1.845/9.324). Il 3% (268/9.324) delle segnalazioni valutate è inclassificabile, per mancanza di informazioni sufficienti.

555 di queste segnalazioni gravi riportano l’esito “decesso” , fra cui 396 sono risultati valutabili. Fra questi 396, solo 14 sono risultati decessi correlabili al vaccino, fra cui 3 pazienti ultraottantenni con condizione di fragilità per pluripatologie, deceduti per COVID-19 dopo aver completato il ciclo vaccinale, 3 pazienti deceduti per complicanze di un evento di natura trombotica associato a trombocitopenia e 1 paziente deceduto per complicanze di porpora trombotica trombocitopenica.
Insomma: nella metà dei casi gravi la correlazione è stata esplicitata, ma rimangono numeri bassissimi, e in ogni caso fra le “reazioni gravi” non sono conteggiati solo i decessi o gli esiti gravissimi o irreversibili.

E l’autunno?

Se abbiamo imparato qualcosa in questo anno e mezzo è che questa è la domanda a cui non possiamo rispondere con precisione al momento. L’introduzione del Green Pass è un tentativo di mitigare i contagi ma non ha basi scientifiche, non è fondato su studi epidemiologici solidi. Si tratta di una misura di prevenzione per tentare di arginare a priori il problema in un contesto estremamente contagioso come quello della variante delta, con percentuali elevate di popolazione ancora non protette.

Con buona pace delle simulazioni al computer per stimare le dinamiche del contagio in una classe o in un ufficio, che si sono alternate in questi mesi, non è possibile dire con precisione come andranno le cose nelle scuole, che il più delle volte sono strutture vecchie, con classi piccole, e che non si sono dotate di sistemi di ricambio dell’aria. C’è poi la questione dei trasporti.
Non è nemmeno così chiaro a oggi quale sia il livello di protezione delle mascherine. Abbiamo passato mesi a scrivere che le mascherine chirurgiche non erano sufficienti, si è persino detto che forse erano meglio addirittura quelle di stoffa. Oggi uno studio molto ampio pubblicato nientemeno che su Nature e che ha interessato circa 350mila persone ha sentenziato che le mascherine chirurgiche hanno effettivamente ridotto la trasmissione del virus, mentre quelle di stoffa hanno un effetto molto minore.

Insomma: per l’autunno i punti del dibattito sono identici a quelli dell’autunno 2020, con la differenza che ora testeremo anche l‘effetto del Green Pass, che altro non è che un test per capire se in gruppi composti prevalentemente da persone vaccinate il COVID vince o perde.


Leggi anche: I marcatori genetici che predicono il rischio di contrarre il COVID-19 in forma severa

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagini: Pixabay

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Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
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