giovedì, Dicembre 9, 2021
DOMESTICIRUBRICHE

Gatti randagi, quanti e dove? Prima stima per la Gran Bretagna

Uno studio applica una metodologia modellistica per stimare nel modo più accurato possibile la popolazione di gatti privi di proprietario in Gran Bretagna, e identificare alcuni degli elementi che ne influenzano l’abbondanza

Avere delle stime accurate degli animali randagi in un determinato territorio non è sempre semplice, soprattutto se si tratta di aree urbane. Tuttavia, la possibilità di avere a disposizione queste cifre sarebbe molto importante per migliorare la gestione degli animali stessi. Un recente lavoro pubblicato su Scientific Reports fornisce proprio queste informazioni: dedicato ai gatti in Gran Bretagna, lo studio applica una particolare metodologia d’indagine, il cosiddetto Integrated Abudance Model, per stimare nel modo più preciso possibile quanti siano i gatti randagi e dove si concentrino.

Una quantificazione complessa

La presenza di cani e gatti randagi pone diversi problemi, affrontati da tempo anche dagli scienziati, che coinvolgono diversi campi: c’è, per esempio, la questione del loro stesso benessere (perché i randagi sono facilmente vulnerabili a malattie, incidenti stradali e altre minacce umane, presentano una mortalità elevata e così via), ma anche quella della sanità legata alla possibile trasmissione di zoonosi (il caso più noto è forse la trasmissione della rabbia dai cani agli umani in India). Ancora, possono porre diversi problemi per quanti riguarda la conservazione di altre specie, vuoi perché competono con esse per le risorse o possono trasmettere loro patogeni, vuoi perché hanno un effetto negativo diretto attraverso la predazione, un problema cui si presta particolare attenzione nel caso dei gatti, cacciatori molto motivati (OggiScienza ne aveva parlato per esempio qui).

Per mettere a punto strategie di gestione efficaci servirebbe, innanzitutto, riuscire a quantificare bene gli animali presenti in un dato territorio. Operazione non sempre facile, però, perché spesso i randagi veri e propri (frutto di abbandoni o animali smarriti, ma anche individui reinselvatichiti e poco socializzati con gli umani) convivono con gatti di casa che i proprietari lasciano liberi di uscire. In alcune aree, come quelle urbane, la densità è anche tendenzialmente più alta, e allora diventa ancora più complesso distinguere tra i gatti che hanno un proprietario da quelli che non ce l’hanno. E, come spiegano Jennifer McDonald ed Elizabeth Skillings del National Cat Centre e autrici del nuovo studio, i metodi d’indagine risentono di alcuni limiti. Per esempio, il campionamento diventa difficile quando si cerca d’indagare aree che comprendono zone private, mentre i dati provenienti da lavori di citizen science devono essere accuratamente validati per evitare i bias. 

Un approccio modellistico

Per ovviare a questi limiti, gli autori della ricerca hanno impiegato un approccio modellistico basato sull’Integrated Abudance Model, che permette stime più precise perché integra i dati forniti dai residenti di una determinata area con i dati provenienti dall’applicazione di protocolli robusti da parte di esperti. Le ricercatrici hanno usato il modello in cinque aree urbane della Gran Bretagna per cercare di capire quali elementi fossero associati a una maggiore o minor presenza di randagi; i dati così ottenuti sono quindi stati impiegati per fornire una prima stima evidence-based del totale dei randagi sul territorio.

Da questa analisi, due risultano essere i fattori in grado di predire la presenza di gatti randagi: un basso livello socioeconomico e la densità di popolazione umana. Le ragioni di questa associazione non sono state indagate; tuttavia, le autrici suggeriscono che, da una parte, una più alta densità di popolazione favorisca la disponibilità di cibo (lasciato volontariamente, ma anche proveniente dai rifiuti, o ancora perché aumentano le prede rappresentate da specie sinantropiche, come per esempio i ratti o piccioni). Inoltre, essendo i gatti tra i pet più diffusi, un ambiente molto popolato può significare anche un ambiente con molti gatti di proprietà ma lasciati liberi di uscire: da qui, la possibilità di riprodursi con i compagni randagi e l’aumento della popolazione.

Dall’altra parte, le aree con basse condizioni socioeconomiche sono associate a una maggior percentuale di gatti non sterilizzati (associazione già riscontrata in Nuova Zelanda) che, di nuovo, può spiegare la maggior abbondanza di randagi.

Le stime delle autrici indicano la presenza di 247. 429 gatti randagi in Gran Bretagna, con una densità media di 9,3 gatti per chilometro quadrato (ma questa è molto variabile a seconda della località). La stima comprende le sole aree urbane, che rappresentano circa il 13% del territorio britannico: con l’eccezione dei gatti che vivono in fattorie e nelle aree agricole, che hanno accesso a maggiori risorse, le autrici specificano che la densità di gatti randagi nelle aree rurali è prevista come molto inferiore – ma saranno necessari altri studi per avere dati più precisi. Inoltre, scrivono ancora le ricercatrici, sarebbe importante anche analizzare più nel dettaglio quanti dei randagi siano reinselvatichiti, disabituati al contatto umano, e quanti invece siano abbandonati o perduti, perché anche questo elemento ha un ruolo importante in termini di gestione (per esempio, influenza direttamente la facilità di adozione, nonché il benessere del gatto in un rifugio).

Questi primi dati, pur con alcuni limiti, ci aiutano a quantificare e inquadrare il problema del randagismo felino con dati accurati. In generale, concludono le autrici, “la dipendenza dagli umani dei gatti privi di proprietario nelle aree urbane suggerisce che trattare la questione solamente da un punto di vista ambientale non sia efficace”: anche la gestione da parte nostra, in particolare per quanto riguarda la sterilizzazione, è determinante per mitigare la sovrappopolazione dei gatti randagi nelle aree urbane.


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Photo by Marita Mones on Unsplash

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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