sabato, Gennaio 22, 2022
IPAZIA

Stephanie ‘Steve’ Shirley: come hackerare il sistema

Pioniera dell'informatica, negli anni Sessanta Stephanie Shirley ha avuto il coraggio di affrontare il soffitto di vetro e fondare dal nulla un'azienda di sole donne. Oggi quell'azienda è un impero tecnologico del valore di 2,5 miliardi di sterline.

Regno Unito, 1962. Le donne non possono pilotare un aereo, lavorare in borsa o aprire un conto in banca senza il permesso del marito. È in questo contesto che Stephanie Shirley decide di avviare la sua azienda. Da sola, con un capitale iniziale di appena 6 sterline e in un settore all’epoca senza mercato: l’informatica. 

La società si chiama Freelance Programmers e produce software. Apparentemente si tratta di un’idea insensata e senza prospettive; a quei tempi i computer sono una rarità e il software viene dato in omaggio, nessuno si sogna di venderlo. A Shirley non interessa; da brava visionaria ha la capacità di immaginare il futuro. Sin dall’inizio è mossa innanzitutto da un intento di natura sociale. Assume solo donne, perlopiù giovani madri che hanno dovuto rinunciare alla loro carriera dopo essere rimaste incinte. Shirley le fa lavorare da casa e senza vincoli orari. Vuole sfidare il sessismo e capitalizzare le competenze di chi ha dovuto lasciare il mercato del lavoro per prendersi cura della propria famiglia.

All’inizio è dura. Shirley scrive personalmente decine di lettere ai potenziali clienti, senza ottenere risposta. Finché, su suggerimento di suo marito Derek, inizia a firmarsi usando il diminutivo con cui è chiamata in famiglia: Steve. L’idea di usare un nome maschile funziona e grazie a questo espediente Freelance Programmers ottiene le prime commissioni. L’azienda cresce e nel corso dei decenni si trasforma in un vero e proprio impero tecnologico, raggiungendo all’inizio del XXI secolo gli 8000 dipendenti e un valore stimato di circa 2,5 miliardi di sterline.

Oggi Stephanie Shirley è una ricca filantropa di 88 anni. Il suo obiettivo non è mai stato fare profitto, ma cercare di capire come funziona il mondo e trovare un modo per cambiarlo in meglio. Oltre a dare una concreta prospettiva lavorativa a centinaia di donne, ha dato loro la possibilità di partecipare agli utili della sua azienda: 70 impiegate di Freelance Programmers sono diventate milionarie grazie a lei

“Il mio talento è quello dell’imprenditrice, nel senso più largo. Mi piace pensare idee nuove, mettere in discussione i principi primi, intuire nuove opportunità, cominciare cose, cambiare cose. […] Quel tipo di lavoro per me è indistinguibile dal piacere”. [traduzione di Elena Canovi]

Come suggerisce Elena Canovi nella puntata del podcast Shirley dedicata a Let IT go, memoir dell’imprenditrice inglese uscito nel 2012 e da cui è tratta la citazione riportata qui sopra, in un certo senso Stephanie Shirley è riuscita ad “hackerare” il sistema. Lo ha fatto proprio mettendo in discussione i principi primi, ovvero tutto ciò che – per calcolo o per ignavia – viene dato per scontato e visto come immutabile e definitivo, dall’etica del lavoro al ruolo delle donne nella società.

Vera diventa Stephanie

Stephanie nasce nel 1933 a Dortmund. Il suo vero nome è Vera Buchthal. Il padre, di religione ebraica, pochi mesi prima della nascita di Vera è costretto dal regime nazista a lasciare il suo incarico presso il Ministero della Giustizia tedesco. La famiglia si trasferisce nei pressi di Vienna, ma nel 1939 – dopo l’annessione dell’Austria al Reich – la situazione precipita. Per salvare la vita delle loro figlie, i coniugi Buchthal decidono di mandarle nel Regno Unito con il Kindertransport, iniziativa promossa dal governo inglese per salvare dai campi di concentramento i bambini appartenenti alla comunità ebraica. Vera e sua sorella raggiungono in treno Londra assieme a migliaia di altri bambini. Considerate rifugiate di stato, vengono ribattezzate Stephanie e Renate Brook e affidate a una famiglia di Sutton Coldfield, nelle campagne a nord di Birmingham. Quell’esperienza segnerà profondamente Stephanie. 

“Quel viaggio di due giorni e mezzo tra Vienna e la stazione di Liverpool Street”, scrive in Let IT go, “è stato ciò che mi ha resa in grado di far fronte al cambiamento. Penso che abbia avuto un ruolo nella mia carriera”. E aggiunge che, se nella sua vita ha fatto qualcosa di buono, è stato per il “bisogno di giustificare il fatto di essere stata salvata” nel 1939.

Finita la guerra le due bambine avranno la possibilità di ricongiungersi ai genitori, ma Stephanie non riuscirà mai a ristabilire un legame autentico con loro. A 18 anni deciderà di cambiare definitivamente nome e di prendere la cittadinanza britannica. 

Curiosa e amante della lettura, durante l’infanzia Stephanie mostra di avere un talento per la matematica, ma nella scuola per ragazze che frequenta, la Oswestry Girls’ High School, questa disciplina non è insegnata. Le viene quindi dato il permesso di seguire le lezioni della scuola maschile locale. Dopo il diploma vorrebbe studiare matematica, ma all’epoca l’unica facoltà scientifica che consente l’accesso alle donne è botanica. Stephanie rinuncia agli studi universitari e cerca un impiego in un settore che le consenta di coltivare il suo interesse per i numeri. Viene assunta presso la Post Office Research Station di Dollis Hill, a Londra. Qui entra subito in contatto con una nuova disciplina, l’informatica; in breve tempo impara a scrivere codice in linguaggio macchina e lavora allo sviluppo dei primi elaboratori elettronici. Nel frattempo alle donne viene concessa la possibilità di accedere ai corsi in matematica. Stephanie studia la sera, dopo il lavoro, e in sei anni si laurea con lode in matematica. Nel 1959 sposa Derek Shirley, fisico e collega alla Post Office Research Station. 

La nascita e il successo di Freelance Programmers

Il lavoro alla Post Office Research Station è interessante, ma Stephanie Shirley tocca subito con mano il soffitto di vetro. Le donne non solo sono malviste e giudicate con sufficienza, ma spesso sono vittime di molestie e devono sottostare ad angherie e soprusi di ogni tipo. 

Il responsabile le dice chiaramente che non le proporrà mai una promozione, e questo solo perché è una donna. Shirley decide quindi di licenziarsi e per un paio d’anni lavora come programmatrice per la General Electric Company, ma anche qui si ritrova ben presto a dover fare i conti con il sessismo e discriminazioni di vario tipo. Le possibilità sono due: adattarsi allo status quo o provare a rovesciare il tavolo. Vince la seconda opzione. Nasce così l’idea di fondare Freelance Programmers

Stephanie Shirley ha le idee chiare: l’azienda impiegherà solo donne, prioritariamente con figli piccoli ed escluse dal mondo del lavoro per questo motivo. L’orario di lavoro sarà flessibile e le dipendenti avranno la possibilità di lavorare da casa per coniugare carriera e genitorialità. Pressoché tutti gli uomini a conoscenza del progetto, a eccezione del marito, lo considerano folle, senza prospettive e destinato a naufragare miseramente. Si sbagliano, ovviamente, e nei decenni successivi la visionarietà di Stephanie sarà premiata.

Per lavorare, le programmatrici di Freelance Programmers hanno bisogno solo di carta, penna e un telefono: tracciano diagrammi di flusso in cui indicano i vari passaggi e scrivono il codice su fogli che vengono spediti a specifici data center; qui altre donne riportano i dati su schede perforate o nastri di carta. I codici vengono quindi controllati o ricopiati su altre schede o nastri e poi spediti nel luogo dove si trova il computer. Nei primi anni di attività l’azienda cresce rapidamente e a un decennio dalla fondazione conta 297 donne su un totale di 300 impiegati. Freelance Programmers, che nel frattempo diventa F International, ottiene importanti successi su scala mondiale, tra cui la programmazione della scatola nera del Concorde.

Dagli anni Settanta ai nostri giorni

Nel novembre del 1975 viene promulgato il Sex Discrimination Act, una legge che rende illegali alcuni tipi di discriminazione di genere e che prevede l’istituzione di una commissione per la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne. Paradossalmente, in un mondo dominato dalla disparità di genere a favore degli uomini, Shirley deve affrontare non pochi problemi per la sua politica di assunzione quasi esclusivamente femminile. 

Nel frattempo GIles, il suo unico figlio, riceve una diagnosi di autismo. La condizione di Giles – che morirà improvvisamente nel 1998, ad appena 35 anni – segnerà profondamente Shirley e la porterà a prendere decisioni importanti sul modo in cui utilizzare le ingenti ricchezze accumulate nel corso degli anni.

Alla fine degli anni Settanta Shirley decide di non controllare più direttamente le attività della sua azienda, ma di designare un’amministratrice delegata. Nel 1986 fonda la Shirley Foundation, associazione filantropica volta alla promozione di progetti per aiutare le persone nello spettro autistico. Negli anni Ottanta inizia anche a valutare la possibilità di trasferire parte della proprietà al suo staff. All’inizio degli anni Novanta le dipendenti detengono un quarto delle quote aziendali. 

Stephanie Shirley lascia definitivamente tutti i suoi incarichi presso la F International nel 1993. Tre anni dopo l’azienda viene quotata in borsa e nei primi anni 2000 raggiunge una capitalizzazione di 2,5 miliardi di sterline. 70 ex dipendenti diventano milionarie. Nel 2007 F International – che nel frattempo aveva cambiato di nuovo nome, diventando Xansa – viene venduta al gruppo francese Steria.

Nel corso degli ultimi trent’anni Stephanie Shirley ha investito oltre 70 milioni di sterline del suo patrimonio personale in progetti filantropici e ricerche scientifiche. Tra i molti premi e riconoscimenti ottenuti nel corso della sua vita, forse il più importante – oltre alla designazione a Dama Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico – è il Beacon Fellowship Prize, consegnatole nel 2003 per il suo contributo alla ricerca sull’autismo e per il suo lavoro pionieristico nello sfruttamento della tecnologia dell’informazione per il bene pubblico.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Simone Petralia
Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell'uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.
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