sabato, Gennaio 22, 2022
RICERCANDO ALL'ESTERO

L’impatto della personalità e del sentirsi soli sul rischio di sviluppare demenza

Il declino cognitivo è associato a molti fattori, tra cui il modo in cui la personalità si sviluppa nel corso della vita e la qualità delle relazioni sociali che instauriamo

La salute cognitiva è la capacità di pensare, imparare e ricordare chiaramente. È una componente molto importante del nostro vivere quotidiano e uno dei tanti aspetti della salute generale del nostro cervello.

Il declino della salute cognitiva è una delle preoccupazioni più urgenti per le persone più anziane della popolazione perché può far precipitare il loro stato funzionale e culminare nella demenza.

Martina Luchetti è alla Florida State University (Stati Uniti) per comprendere meglio come i fattori psicologici contribuiscono al rischio di demenza. In particolare, Lucchetti è interessata alla relazione tra rischio di declino cognitivo e le differenze individuali nei tratti della personalità o il sentimento di solitudine.


Nome: Martina Luchetti
Età: 37 anni
Nata a: Mogliano (MC)
Vivo a: Tallahassee (Stati Uniti)
Dottorato in: scienze psicologiche (Bologna)
Ricerca: L’impatto dei fattori psicosociali su memoria, declino cognitivo, rischio di demenza
Istituto: Department of Behavioral Sciences and Social Medicine, College of Medicine, Florida State University
Interessi: degustare vini, la cucina, giocare con mio figlio, viaggiare
Di Tallahassee mi piace: i tramonti e le giornate di sole
Di Tallahassee non mi piace: il cibo, ci sono pochi ristoranti, la cucina non è molto buona
Pensiero: What matters in life is not what happens to you but what you remember and how you remember it. (Gabriel García Márquez)


Come si studia il funzionamento cognitivo e il rischio di sviluppare demenza?

Usiamo dati pubblici provenienti da studi longitudinali, cioè studi che prevedono l’analisi ripetuta sugli stessi soggetti di un fenomeno per individuare cambiamenti che si possono verificare nel corso del tempo. Nella mia ricerca faccio riferimento prevalentemente a dati tratti dagli Health and Retirement Study (HRS),  in combinazione a indagini specifiche portate avanti nel nostro laboratorio. Tutto ciò ovviamente assieme alla diagnosi clinica e all’analisi di marker biologici legati allo sviluppo di neuropatologie.
È importante ricorrere a fonti diverse per rispondere alla stessa domanda perché consente di verificare la replicabilità di un fenomeno ed essere più sicuri sull’affidabilità dei dati.

L’analisi e la combinazione di tutte le informazioni raccolte ci permettono di fare una predizione statistica del rischio di sviluppare demenza associato a una serie di fattori psicosociali. La quantificazione di questo rischio è possibile grazie a modelli statistici come la survival analysis.
L’obiettivo finale è individuare le persone più a rischio di sviluppare demenza e rivolgersi a loro in maniera specifica con una serie di interventi preventivi.

Che tipo di fattori psicosociali studiate?

La maggior parte della mia ricerca è legata ai tratti della personalità. Il modello teorico cui faccio riferimento è quello dei Big five, cioè di cinque dimensioni fondamentali di personalità: estroversione, amicalità o gradevolezza, coscienziosità, nevroticismo, apertura mentale.

Si è visto che questi cinque tratti sono consistentemente associati al rischio di sviluppare demenza. Per esempio, il nevroticismo, cioè la tendenza a essere emotivamente instabili, di cattivo umore, ansiosi e preoccupati ha un effetto negativo sul funzionamento cognitivo. Un alto nevroticismo, anche solo durante l’adolescenza o nelle fasi iniziali della propria vita, ha un potere predittivo sul funzionamento cognitivo in età adulta o avanzata ed è legato a un maggiore rischio di compromissione cognitiva e invecchiamento.

Al contrario, la coscienziosità, cioè la tendenza a essere precisi, ordinati e organizzati anche nel relazionarsi con gli altri, è un tratto associato a una migliore qualità di vita e salute in generale e a un minor rischio di demenza.

Va detto che in questi studi c’è anche un’altra faccia della medaglia: la relazione tra le variabili psicosociali è complicata e nell’arco della nostra vita instauriamo relazioni reciproche, di vario genere, che influenzano a lungo termine molti aspetti della nostra salute, compresi quelli cognitivi. Quindi la nostra personalità in adolescenza o nella prima età adulta è strettamente legata alla nostra salute, anche cognitiva, da anziani.
Infine, va considerato che, man mano che si avanza con l’età, uno dei sintomi della demenza è proprio il cambiamento della personalità.

E per quanto riguarda la solitudine?

Recentemente ho fatto degli studi sulla solitudine sia in relazione alla COVID-19, su come è cambiato il senso di solitudine in risposta alle restrizioni sociali o sulla relazione tra la personalità (nevroticismo e coscienziosità) e le preoccupazioni e i comportamenti durante la pandemia. Sia in relazione al declino cognitivo, intendendo il sentirsi soli non tanto come numero di contatti sociali ma come soddisfazione rispetto ai contatti sociali avuti e il declino cognitivo come memoria e capacità verbali.

Abbiamo preso in considerazione studi longitudinali con valutazione al momento zero e dopo 11 anni. Dall’analisi dei dati emerge che un senso di solitudine, provato anche una sola volta nella vita, ha un’associazione negativa rispetto al funzionamento cognitivo. Coloro che si sono sentiti soli avevano un rischio quasi doppio di andare incontro a un declino cognitivo a livello di memoria e di capacità verbali rispetto a chi non si è mai sentito solo.

Chiaramente va indagata meglio la rilevanza della variabilità degli effetti rispetto a un unico momento di solitudine o a un accumulo di momenti. Ma attualmente non ci sono molti studi che valutano la variabilità della solitudine nel tempo.

Quali sono le prospettive future del tuo lavoro?

Sono interessata alla valutazione del funzionamento cognitivo nella vita di ogni giorno (mattina, pomeriggio e sera) per vedere come varia nel corso della giornata e se questo cambiamento potrebbe essere un marker per un futuro rischio di sviluppare demenza.

Anche la solitudine è uno stato che può variare nel tempo, in base ad aspetti ambientali e alle relazioni instaurate. Vorrei valutare la fluttuazione della solitudine nel corso della vita, in associazione al funzionamento cognitivo, e come queste dinamiche si dipanano nella vita quotidiana.

Un terzo aspetto che vorrei approfondire è quello delle dinamiche di coppia e sociali e il loro impatto sul funzionamento cognitivo. Negli studi sulla coscienziosità abbiamo osservato che il miglioramento della salute si estende anche al partner, per una sorta di responsabilità nel prendersi cura non solo di se stessi ma anche degli altri. C’è poi un modello teorico che mostra come anche il sentimento di solitudine si trasmette al partner e può avere conseguenze negative per entrambi i soggetti. Queste due osservazioni mi hanno incuriosito e vorrei approfondire l’influenza della relazione di coppia sul funzionamento cognitivo. Soprattutto nelle coppie anziane, dove entra in gioco l’aspetto di caregiving, del prendersi cura dell’altro.


Leggi anche: Riconoscere e assaporare le emozioni per sentirci meglio

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Luisa Alessio
Biotecnologa di formazione, ho lasciato la ricerca quando mi sono innamorata della comunicazione e divulgazione scientifica. Ho un master in comunicazione della scienza e sono convinta che la conoscenza passi attraverso la sperimentazione in prima persona. Scrivo articoli, intervisto ricercatori, mi occupo della dissemination di progetti europei, metto a punto attività hands-on, faccio formazione nelle scuole. E adoro perdermi nei musei scientifici.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: