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IL CORRIERE DELLA SERRA – Ogni tanto qualche pianta transgenica fugge dal suo campo e va a mettere radice poco distante, è inevitabile. Alcune sono più avventurose, come hanno scoperto una studentessa dell‘università del Kansas, la sua prof. di biologia e colleghi reclutati a dar man forte. In giugno e luglio hanno girato per il North Dakota e ogni 8 km hanno analizzare i geni della colza che fioriva sul ciglio della strada, attorno alle stazioni di servizio, davanti i negozi. In metà dei 288 posti dove si sono fermati hanno trovato colza Liberty Link della Bayer e RoundUp Ready della Monsanto, geneticamente ingegnerizzata per resistere ai rispettivi erbicidi. In parecchi casi le piante avevano addirittura i geni di entrambe le aziende, una chiara violazione dei brevetti da parte della natura.

Il portavoce di Monsanto ha detto a Nature che il campione esagerava il problema perché quella colza sarebbe nata da semi caduti dai camion durante il trasporto. Sarà, ma i semi vanno tenuti in confezioni che non si rompono alla prima buca (va detto che nel North Dakota chiamano buche quelli che chiamiamo crateri) e comunque l’azienda preferisce non anticipare mai un problema. Per esempio, non ha commissionato ricerche indipendenti sulla probabilità che una volta a spasso nella vegetazione spontanea locale, il gene della resistenza si trasmetta proprio a una delle piante che l’erbicida dovrebbe eliminare prima della sua riproduzione. Oltretutto, la colza è notoriamente promiscua: s’incrocia con una quarantina di specie di male erbe e non è escluso che quella transgenica l’abbia già fatto.

Se fosse così, l’anno prossimo lo stato potrebbe ritrovarsi invaso da feroci Poaceae o parenti che nessun bombardamento a tappeto con il glyphosate, l’ingrediente dei due erbicidi, riuscirebbe a fermare. E se lo scenario ricorda qualcosa è perché è mutuato da un classico della fantascienza: Il giorno dei trifidi.

(Foto: campi di colza RoundUp Ready, North Dakota)

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