mercoledì, Dicembre 19, 2018
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Tris di crisi

L’operazione “Salvare la tigre” parte male, i coralli dei Caraibi patiscono il caldo e la recessione economica fa calare le emissioni di CO2 meno del previsto. Però a Milano s’è fermato il monsone.

Ieri si è aperta a San Pietroburgo la conferenza dei tredici paesi asiatici dove un secolo fa vivevano 40.000 tigri e oggi circa 3.200. Nonostante tutti abbiano sottoscritto il trattato CITES che vieta di commerciarle intere o a pezzi, per rifornire il mercato nero cinese negli ultimi dieci anni ne sono state uccise mille. Il massacro è avvenuto soprattutto in India dove si concentra il 70% delle sopravvissute. Proprio l’India ha fatto intervenire alla giornata inaugurale la console di San Pietroburgo, gli altri paesi avevano delegato ambasciatori e vice ministri all’ambiente e alla risorse. E’ segno che il conflitto con la Cina sui confini orientali potrebbe far fallire un accordo su “territori interamente riservati alle tigri”, nonostante i fondi stanziati dalla Banca Mondiale per realizzarli. D’altronde la Cina fa molto poco per fermare il contrabbando.

Su PLoS One, i ricercatori di paesi hanno confrontato i dati satellitari con le osservazioni nel mare dei Caraibi dopo l’anomalia termica del 2005: hanno constatato lo sbiancamento dell’80% dei coralli e la mortalità del 40% per infezioni da patogeni. Non è stata colpa dei cambiamenti climatici, scrivono, picchi di caldo analoghi si sono registrati in passato. Il problema è che la temperatura media del mare continua ad aumentare, quest’anno è stato peggiore del 2005 e non si vede come i coralli potranno riprendersi se non per adattamento e selezione naturale su tempi molto lunghi. Se per la tigre gli sforzi di conservazione possono essere considerati un lusso, per le barriere coralline sono una necessità: frenano le onde durante i tifoni e sono zone di pesca accessibili  anche a remi, cioè  risorse indispensabili ai più poveri.

Un anno fa su Nature Geoscience, Corinne Le Quéré dell’università dell’East Anglia e il suo gruppo calcolavano che le emissioni di CO2 erano aumentate del 29% tra il 2000 e il 2008 e stimavano che dal 1950 la percentuale rimasta in atmosfera era passata dal 40 al 45% (circa), come se la vegetazione e l’oceano non riuscissero ad assorbirne l’eccesso. Però con la crisi finanziaria, prevedevano un declino del 2,6% (circa) nel 2009, come l’Agenzia internazionale per l’energia. Oggi gli stessi ricercatori pubblicano un aggiornamento: le emissioni dell’anno scorso sono calate soltanto dell’1,3%, per merito di Stati Uniti, Giappone e Unione Europea soprattutto. Quest’anno dovrebbero superare la media precedente.  Però tra il 2000 e il 2009 le emissioni dovute alla deforestazione globale sono diminuite del 25%: la riforestazione nelle zone temperate ha più che compensato la deforestazione tra i Tropici. Altri dettagli  nel comunicato stampa dell’università.

Questo il tris. Più due assi: a Milano lunedì c’era il sole, e domenica a Città del Messico i sindaci impegnati a ridurre l’impatto del riscaldamento globale hanno firmato un patto sul monitoraggio delle emissioni, le iniziative da prendere e come aiutarsi reciprocamente. Sono più di quattromila in Europa, negli Stati Uniti e altrove: riusciranno ad aggirare il probabile fallimento dei negoziati di Cancun che cominceranno a fine mese? Dossier su città, clima e ricerca su Nature con articoli accessibili anche ai non abbonati.

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Foto: è un pezzo della grande barriera corallina australiana fatto a uncinetto da alcune matematiche. Che c’è da ridere, è il metodo migliore per imparare la geometria iperbolica

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