mercoledì, Dicembre 19, 2018

Papà Gambacorta

Il sincrotrone di Grenoble  rivela i dettagli di Eupodophis descouensi uno dei pochissimi fossili di serpenti dotati di zampe posteriori. Un nuovo tassello per comprendere come e dove i serpenti hanno perso i loro arti

CRONACA – I serpenti sono in assoluto il gruppo di origine più recente tra i rettili, ma le loro radici evolutive sono ancora oggetto di acceso dibattito.

A partite da un punto fondamentale: i loro antenati erano acquatici o terrestri?

Nel primo caso, si sarebbero evoluti direttamente da creature come il Mosasaurus, nel secondo da lucertole terrestri simili ai varani, a loro volta derivati dal gruppo a cui appartenevano i mosasauri.

La nuova ricerca, pubblicata sul Journal of Vertebrate Paleontology fa propendere decisamente per la seconda ipotesi. Grazie all’aiuto dei fisici dell’ ESFR (European Synchrotron Radiation Facility) e del KIT (Karlsruhe Institute of Technology) un team di paleontologi del  Museum National d’Histoire Naturelle di Parigi ha analizzato un fossile di 95 milioni di anni (periodo Cretaceo) del “serpente” Eupodophis descouensi, in cui è ben evidente una piccola zampa (2 centimetri, su un animale che in ne misura 50) che spunta nella parte posteriore del corpo.

Con i raggi X del sincrotrone e la post elaborazione al KIT è spuntata l’altra zampa ed è stato possibile farne un dettagliato modello tridimensionale, dando addirittura  una sbirciata all’interno dell’osso stesso. Per i ricercatori la somiglianza anatomica e microanatomica con le attuali lucertole è evidente e supporta quindi l’ipotesi dell’origine terrestre.

Se questo è vero, allora presumibilmente gli antenati erano lucertole con abitudini sotterranee che gradualmente si sono perfettamente adattate a vivere dentro stretti cunicoli, arrivando perfino a perdere le zampe. Ma come è successo?

Gli autori, sempre osservando i dettagli delle zampe (prive di piede e dita) dell’Eupodophis, suggeriscono che la regressione sia avvenuta perché delle mutazioni (presumibilmente nei geni Hox) hanno sfasato il ritmo di crescita degli arti rispetto a quello del corpo, cioè o le zampe crescevano più lentamente o crescevano per meno tempo.

L’importanza di questa ricerca sta anche nella metodologia usata, che non ha ovviamente danneggiato il fossile,  finora unico nel suo genere e quindi insostituibile.

Commenta Paul Tafforeau dell’ESRF, coautore dello studio:

I sincrotroni, queste enormi macchine, ci permettono di vedere dettagli microscopici dei fossili invisibili a qualsiasi altra tecnologia, senza danneggiare questi inestimabili reperti.

Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo abitualmente sull’Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza e collaboro con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione. Ho scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione "Autisti marziani" (Zanichelli, 2014). Su twitter sono @Radioprozac

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