Referendum acqua: il fronte del Sì

SPECIALE REFERENDUM – Dopo aver sentito i sostenitori del no, è il momento di dar voce a quelli del sì, al fronte che prima ha proposto i referendum – parliamo dei due quesiti sull’acqua – e che ora si spende per convincere più cittadini possibili ad andare alle urne il 12 e 13 giugno, barrando per due volte la casellina del sì. Oggi Scienza ha raccolto i commenti di tre esponenti, tre “anime” differenti, del Forum dei movimenti per l’acqua, che hanno messo in luce aspetti differenti della questione: Corrado Oddi, della segreteria nazionale della funzione pubblica Cgil e del coordinamento nazionale del Forum, Andrea Agapito, responsabile acque del WWF e Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano, piccolo comune alle porte di Milano, appartenente alla rete dei comuni virtuosi. Per tutti e tre, “andare a votare è un fatto in primo luogo di democrazia”. Sia per ridare vigore all’istituto referendario, importante istituto democratico un po’ appannato dopo le ultime consultazioni fallite, sia perché in ballo c’è una questione di quelle davvero importanti. L’acqua – dicono – è un bene fondamentale, l’accesso all’acqua un diritto e come tale va difeso, contro logiche di mercato e di privatizzazione .

Per il fronte del no il discorso, messo in questi termini, è soltanto ideologico, ma i referendari rimandano al mittente la scomoda etichetta: “Che cosa ci può essere di ideologico in un referendum che è stato richiesto con oltre un milione e quattrocentomila firme? Non sono un milione e quattrocentomila persone che si sono mosse per ideologia, ma cittadini che hanno avvertito un problema e hanno chiesto alla classe politica di prenderne atto e tentare una soluzione alternativa a quella esistente”, dichiara Agapito.

Scendiamo in dettaglio. Perché tutta questa contrarietà alla privatizzazione? Tre le ragioni principali. La prima ce la dice Oddi: “Perché non è vero che un servizio privato è un servizio efficiente. L’obiettivo del privato non è tanto far contento il cittadino, quanto fare profitto e, in caso di società quotate in borsa, massimizzare i dividendi degli azionisti. Come? In genere, aumentando le tariffe, riducendo gli investimenti e spingendo i consumi”.

Agapito fa un discorso più generale: “I servizi idrici sono solo la punta di un iceberg immenso, che è la gestione delle acque nel loro complesso, anche dal punto di vista territoriale. Nel nostro paese la questione è stata sempre affrontata in modo estemporaneo con soluzioni-pezza che funzionavano per brevi periodo di tempo, come sarà probabilmente per la nuova Agenzia per i servizi idrici. Manca invece una gestione organica complessiva che, per prima cosa, ci sappia dire a quanto ammontano le riserve idriche di questo paese, in che condizioni sono i vari bacini, chi preleva quanta acqua, per fare cosa e pagandola quanto”. Non è che i dati non ci siano ma, passatemi la metafora idrica, sono dispersi in mille rivoli: nessuno ha in mano il quadro completo della situazione. “Come si fa allora a fare piani di gestione oculati dei bacini?”, chiede Agapito. “Come faccio a stabilire quanta acqua deve andare ai cittadini per i loro usi domestici, quanta agli agricoltori, quanta alle centrali idroelettriche, se non so quanta ne ho a disposizione e in quali condizioni?”, si chiede Agapito. “Ecco, dato che la situazione è questa, credo proprio che affidare i servizi idrici in mano ai privati sia quanto meno incosciente. Magari ne possiamo riparlare quando abbiamo sistemato la questione della gestione dell’acqua a monte, ma ora il processo di privatizzazione va fermato”.

Sulla terza ragione di contrarietà al dominio privato nella gestione dei servizi idrici interviene  Finiguerra, riprendendo il discorso sulla democrazia. “Immaginiamo un mondo dove tutto è privatizzato: l’acqua, l’energia, i servizi sociali, la scuola, la sanità. E’ un mondo in cui i cittadini non hanno più come interlocutori i comuni, le province, le regioni, fino al governo nazionale – su cui di fatto, con il loro voto, esercitano un controllo democratico – ma multinazionali su cui non hanno il minimo controllo. In questo mondo, i cittadini non avranno più alcun controllo su servizi, neppure quelli essenziali, e passeranno da portatori di diritti a detentori di denaro per acquistare servizi. Sarà un mondo antidemocratico”. Eppure, i sostenitori del no dicono che questo pericolo non c’è, perché l’acqua rimane di proprietà pubblica; a passare in mano privata rimerrebbe soltanto la sua gestione. “A me questa sembra una presa per i fondelli”, commenta Finiguerra. “Se il pozzo è pubblico, ma il secchio lo controlla un privato, di fatto l’acqua di quel pozzo è privata, perché io non la posso controllare”.

Eppure, anche in ambito pubblico non è tutta una meraviglia. Anche il pubblico può essere inefficiente, e affidare la gestione dei propri servizi sulla base di criteri clientelari, più che di reale efficienza. “Vero, ma secondo me la soluzione a questo problema non è passare al privato, è cambiare la classe dirigente. Cosa che possiamo fare, perché la controlliamo con il nostro voto”, afferma Finiguerra. Per i referendari, comunque, la vittoria al referendum non sarebbe un punto d’arrivo, ma di partenza: “Certo che ci sono cose da migliorare nella gestione pubblica”, commenta Oddi. “Vanno cercate nuove forme di partecipazione dei cittadini a questa gestione, che si affianchino a quelle tradizionali”.

Rimane comunque la spinosa questione dei fondi. Dove vanno a prenderli i comuni, le province, lo stato, i soldi per rimettere in sesto le reti idriche colabrodo del nostro paese? “Basta ridistribuire diversamente alcune risorse. Se si decide che l’acqua, e non il ponte sullo stretto di Messina, è una priorità, allora si possono recuperare risorse. E altre si possono recuperare dalla lotta all’evasione fiscale”, dice Oddi. Finiguerra invece lancia una provocazione: “E il privato dove li va a prendere i soldi? Nel suo capitale investito ok, che però deve recuperare. E come? Con le tariffe. Ecco, la stessa cosa possono fare i comuni. Se la scelta è tra pagare una tariffa ai privati o una tariffa pubblica, io scelgo la seconda”.

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

10 Commenti

  1. Riporto un commento di persona che conosco e stimo, che può essere tranquillamente definita ‘esperta’ del settore. Tratto dal sito http://www.novionline.net

    Mauro D’Ascenzi, amministratore delegato di Acos Novi e vicepresidente nazionale di Federutility (la Federazione che riunisce le aziende di servizi pubblici locali che operano nei settori Energia Elettrica, Gas e Acqua) è intervenuto ieri sull’Unità sul tema dei referendum sull’acqua.

    Recentemente Stella Bianchi, sul referendum, ha sottolineato tre importanti esigenze: la necessità di un approccio industriale; norme stabili per la programmazione degli investimenti; un’autorità nazionale indipendente che regoli il sistema e le sue tariffe.
    Come federazione che associa tutti gli acquedotti d’Italia (anzi abituiamoci a parlare di ciclo idrico integrato, perché spesso dimentichiamo fognatura e depurazione, sulle quali siamo in un ritardo pericolosissimo e già sottoposti alle sanzioni dell’Ue) aggiungo alcune considerazioni.
    I due quesiti referendari hanno una portata molto diversa. Il primo è meno rilevante: i privati, nel settore non arrivano al3%e con le tariffe più basse d’Europa il rischio privatizzazione è più uno slogan che una realtà.
    Ma il secondo – che impedisce qualsiasi remunerazione del capitale investito nel settore idrico e sul quale il segretario Bersani ha preannunciato un disegno di legge – nasconde conseguenze pesanti anche per i referendari più accaniti. Uscendo dalla logica del sì o del no, una domanda resta irrisolta: chi pagherà gli interessi che le aziende o gli enti locali sostengono sui mutui, accesi per investire nelle infrastrutture?
    Che il gestore sia pubblico o privato, il ragionamento è identico: se non si remunera il capitale, non si ottengono soldi in prestito dalle banche; se non si fanno investimenti aumentano le perdite negli acquedotti e se non realizziamo al più presto i depuratori andiamo incontro a pesanti sanzioni europee. Le strade per finanziare il servizio sono solo due: o pagano i singoli cittadini con le tariffe e le bollette, oppure paga lo Stato, con la spesa pubblica e le tasse. Quando «paga Pantalone», in Italia c’è minor cura nelle cose.
    La tariffa responsabilizza il cittadino, perché mette in correlazione i suoi comportamenti con il costo. La spesa pubblica invece è iniqua se tratta allo stesso modo tutti, indipendentemente da quanta acqua consumino o inquinino. Le tasse finiscono nel calderone della fiscalità generale (meno controllabile) e i contribuenti onesti rischiano di pagare anche l’acqua della piscina degli evasori fiscali. Se il sì al secondo quesito poteva aver senso con la ripubblicizzazione totale del settore (però rigettata dalla Corte Costituzionale), oggi creerebbe un paradosso: da un lato potrebbero coesistere sia gestori pubblici che privati, dall’altro i soldi necessari per investimenti potrebbero essere soltanto pubblici. Situazione della quale beneficerebbero proprio i privati che si dice di voler combattere.
    Mi auguro che il governo, le opposizioni e gli stessi promotori del referendum, valutino un intervento normativo ad hoc, che ridisegni regole, competenze e controlli, prima di dover semplicemente gestire a posteriori risultati controproducenti.

    1. @Claudio
      “che il gestore sia pubblico o privato, il ragionamento è identico”
      Non credo,le aziende private devono anche fare profitti e distribuire utili, oltre a remunerare il capitale investito (pubblico o privato che sia)

      “I soldi per gli investimenti potrebbero essere solo pubblici”
      Lo sono quasi sempre, anche se sotto forme diverse – agevolazioni, sussidi, concessioni secolari a basso prezzo, garanzie ecc – rif. il rapporto della Banca Mondiale sulle privatizzazioni nel terzo mondo.

      “in Italia c’è minor cura”
      E più illegalità?

      1. “le aziende private devono anche fare profitti e distribuire utili, oltre a remunerare il capitale investito”
        Il che è un buon motivo per non temere la concorrenza del privato: a parità di efficienza vincerà la società pubblica. Quindi perché non volere la gara pubblica?
        Sì, lo so che vi hanno ripetuto continuamente che non potranno più esserci società di gestione pubblica, ma è semplicemente una “bugia”. Cui prodest?

  2. Il secondo quesito garantisce per legge un profitto per il privato del 7% a discapito dei cittadini! Leggere per credere…

    1. Caro Gianluca, il 7% non è poco, ma pensi che se la gestione fosse pubblica (e anche senza referendum le aziende pubblica POSSONO continuare a gestire il servizio) e il denaro da investire in infrastrutture venisse invece da un prestito non ci pagheremmo sopra gli interessi?
      Pensare che il capitale investito non debba essere remunerato significa che qualcun altro deve pagarne il costo. Alias il cittadino tramite la fiscalità generale. Quindi il poveraccio che risparmia sull’acqua deve pagare anche l’acqua per la piscina del ricco. Questa è la situazione attuale. Vi piace?

  3. Sylivie, pensi che col privato le cose vadano meglio? Vai a vedere cosa è successo a Grosseto dove da quando sono entrati i privati con la Suez le tariffe sono aumentate del 56% e la qualità dell’acquedotto è sempre la stessa….

    1. Prima dei privati chi ripianava i costi della gestione deficitaria? Ora tutti i costi sono in bolletta, prima venivano dalla fiscalità generale.

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