CRONACA

Memoria aumentata con una protesi “cognitiva”

NOTIZIE – Si tratta del primo passo rudimentale, ma solo a immaginare gli sviluppi futuri c’è da farsi girare la testa. È noto che negli ultimi anni sono stati fatti enormi progressi scientifici e tecnologici nel campo delle protesi motorie: braccia, gambe, piedi artificiali, computer e vari altri dispositivi oggi possono essere controllati anche dalle persone colpite da tetraplegie con la sola forza del pensiero (attraverso elettrodi appoggiati sulla superficie dello scalpo). Poco però fino ad oggi si è fatto al di fuori del campo motorio e più precisamente in quello delle protesi che posso aumentare o rimpiazzare in caso di deficit le funzioni cognitive. Uno studio pioniere in questo campo è quello pubblicato la scorsa settimana sul Journal of Neural Engineering, firmato da Thoedore Berger, dell’Università della Southern California, e colleghi. Gli scienziati hanno creato un vero (seppur rudimentale) chip di memoria da impiantare nell’ipoccamopo di un roditore.

Berger e colleghi hanno inserito un microchip nel cervello di alcuni roditori collegandolo a due aree dell’ippocampo (una struttura che è ben noto avere un ruolo importante nell’immagazzinamento dei ricordi a lungo termine), chiamate con le due sigle CA1 e CA3. I topi eseguivano dei compiti in laboratorio (schiacciavano una leva per procurarsi dell’acqua, e dovevano imparare quale delle due leve disponibili era quella corretta). Nella prima fase dell’esperimento il chip registrava l’attività in corrispondenza del compito.

Il pattern di attività registrato successivamente veniva usato al contrario, cioè l’ippocampo dei topi veniva stimolato con la stessa sequenza quando eseguivano nuovamente il compito. In caso di topi con l’ippocampo perfettamente funzionante la stimolazione migliorava la performance. Ancora più notevole il fatto che in alcuni topi in cui l’attività dell’areea CA1 eveniva temporaneamente bloccata con un farmaco, la stimolazione ripristinava una buona performance nel compito (che senza stimolazione era invece deficitaria)

In pratica si tratta del primo passo verso una generazione di chip neurali in grado di migliorare la prestazione cognitiva, o ripristinarla per esempio in presenza di certe patologie neurodegerative come l’Alzehimer. Sottolineo “primo” passo, infatti lo stadio della ricerca in questo ambito è ancora assolutamente pionieristico.

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

4 Commenti

  1. Fantastico…
    Io sono sempre stato scettico in materia, ma, se davvero, riusciremo ad arrivare ad impiantare chip che aiutano il processo cognitivo senza problemi di rigetto, mi chiedo, sarà possibile arrivare a chip, che, invece di migliorare la performance cognitiva registrino i ricordi?
    E, se sì, questo potrà volere dire che la coscienza umana individuale potra’ essere preservata dopo la morte? O sto viaggiando troppo con la fantasia?
    Bye,
    D.

  2. Alla stregua di un essere cibernetico?
    Ovvero cio’ che siamo da almeno 20 anni?

    Pensare all’eventualità di estendere la mente, e, eventualmente, a dispositivi in grado di “mantenere vivi” i nostri ricordi, cosa sarebbe questo, un “abominio”? Questo vuoi dire?

    Se esistono collegamenti protesici che permettono di usare la mente di muovere gli arti, se esistono protesi alla Pistorius, se si pensa all’eventualità di costruire esoscheletri per potenziarci…

    Non siamo già, come dice il Focus di questo mese, l”Uomo 2.0″?

    Cosa c’è di terribile in questo?

    O forse sono io che non ho capito il significato della tua asserzione?

    Bye,
    D.

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