CRONACA

I geni che raccontano la Storia

CRONACA – La genetica può narrare la storia dell’essere umano. Un gruppo di ricercatori della Cornell University, negli Stati Uniti, ha sviluppato un nuovo metodo statistico, basato su sequenze genomiche intere di persone attualmente viventi, per fare luce su eventi che risalgono all’alba della storia umana.

Il gruppo ha applicato il metodo ai genomi di individui discendenti da popolazioni di Sud-est asiatico, Europa e Africa occidentale e meridionale. Benché l’analisi si sia limitata a sei genomi soltanto, i ricercatori si sono basati sulla nozione che questi pochi genomi contengono comunque tracce di materiale genetico di migliaia di antenati umani, assemblatisi in nuove combinazioni durante i millenni attraverso la ricombinazione genetica.

Lo studio, pubblicato su Nature Genetics, ha scoperto che i san, un gruppo indigeno di cacciatori-raccoglitori sudafricani, ha cominciato a divergere dalle altre popolazioni umane prima di quanto si ritenesse in precedenza, e cioè circa 130.000 anni fa. Per fare un paragone, gli antenati delle moderne popolazioni eurasiatiche sono migrate dall’Africa soltanto 50.000 anni fa.

I precedenti studi di demografia umana si sono basati principalmente su dati del DNA mitocondriale della linea materna, o del cromosoma Y, passati dai padri ai figli, ma tali ricerche si sono limitate a studiare solo una parte dei genomi. La ricerca del gruppo statunitense, invece, ha usato l’interno genoma di ogni individuo, fornendo così, secondo i ricercatori, un quadro più completo dell’evoluzione umana.

“L’uso di dati di interi genomi permette di supporre con un’affidabilità molto maggiore che si stiano ottenendo le risposte corrette”, sostiene Adam Siepel, docente di biologia statistica e computazionale alla Cornell, e autore senior dell’articolo. “Con il DNA mitocondriale, si guarda solo a un ramo dell’albero genealogico (quello materno), con una linea soltanto da ogni individuo fino ai suoi antenati. Noi, invece, consideriamo nel nostro campione tutte le linee di discendenza possibili. “L’aspetto innovativo del nostro metodo è che non solo si usano sequenze genomiche complete, ma si considerano anche diverse popolazioni allo stesso tempo”, afferma Ilan Gronau, primo autore dello studio e collega di Siepel. “È la prima ricerca che mette insieme tutti questi fattori”, aggiunge.

Gli studi precedenti avevano stimato che gli umani anatomicamente ‘moderni’ fossero nati circa 200.000 anni fa nell’Africa orientale o meridionale, e che le popolazioni indigene di cacciatori-raccoglitori, i san dell’Africa centrale e meridionale – una delle popolazioni umane più distinte – si fossero divise dagli altri africani attorno a 100.000 anni fa. Questo studio, al contrario, mostra che la separazione del san è avvenuta circa 130.000 anni fa (più precisamente, tra 108.000 e 157.000 anni fa). La stima di una migrazione dall’Africa verso l’Eurasia risalente a circa 50.000 anni fa, spiegano i ricercatori, è invece confermata, ed è consistente con ritrovamenti recenti a cui si era giunti attraverso altri metodi.

Nell’effettuare lo studio, il gruppo ha fatto uso di un approccio statistico originariamente sviluppato per inferire i tempi di separazione per specie correlate ma distinte, come umani, scimpanzé e gorilla. Ovviamente, si è dovuta superare una serie di difficoltà per adattare questi metodi alle sequenze di genomi umani: per esempio, il metodo usato per i genomi dei grandi primati (gorilla, scimpanzé e bonobo) assume che il flusso genico, cioè la diffusione dei geni fra popolazioni, si fermi dopo che due specie divergono, poiché queste non possono più accoppiarsi. Ciò non è vero per popolazioni umane distinte e, senza tener conto del flusso genico, i tempi di divergenza sarebbero stati sottostimati, precisa Siepel. Gronau ha usato delle tecniche matematiche per aggirare il problema e, successivamente, creare complesse simulazioni al computer, per dimostrare che il nuovo metodo funzionava entro i parametri conosciuti per la separazione della specie umana dalle altre.

La genetica non è la sola a cercare di rispondere alle domande sulle origini dell’uomo: altri due campi disciplinari, la linguistica (per l’esattezza, la ricostruzione linguistica) e l’archeologia umana cercano di arrivare a un quadro dell’evoluzione umana, molto spesso usando ciascuna le proprie metodologie, ma a volte collaborando. La megadisciplina che riunisce dati di genetica, linguistica e archeologia umana è a volte chiamata Grande Sintesi, ed è un campo totalmente in divenire, come s’inferisce dal titolo di una pubblicazione del 2010 della rivista PNAS, appunto “Verso una sintesi di dati archeologici, linguistici e genetici per capire la storia della popolazione africana”. Come libri di riferimento per chi voglia saperne di più sulla Grande Sintesi, segnaliamo Geni, popoli e lingue di Luigi Luca Cavalli-Sforza, e The history and geography of human genes, di Cavalli-Sforza, Paolo Menozzi e Alberto Piazza.

2 Commenti

    1. grazie dell’appunto. nel caso specifico, che non si riferisce a deduzioni strettamente matematiche, sono d’accordo con lei che l’uso del verbo ‘desumere’ e’ senz’altro piu’ appropriato; tuttavia, in termini generali, il verbo ‘inferire’ esiste in italiano, ma e’ preferibile limitarlo al campo logico. se mi e’ concessa una notazione autoironica, adduco a mia discolpa la prolungata permanenza in paese anglofono.

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