SALUTE

Obesità e fecondità: mito e realtà

SALUTE – Le veneri paleolitiche, le statuine preistoriche raffiguranti soggetti femminili dalle forme a dir poco prosperose, sono un inno alla fecondità. Anche nell’Ottocento le donne in sovrappeso o perfino obese incarnavano l’ideale di bellezza dell’epoca, immortalato da grandi pittori come Renoir. Che i chili di troppo rendano o meno una donna più sexy, di sicuro non aumentano la sua fecondità. Il mito che da sempre associa l’adipe alla capacità riproduttiva, pur rimanendo valido per molti animali, tra gli umani viene definitivamente sfatato da uno studio pubblicato sulla rivista Seminars in Perinatology. L’autrice, Loralei L. Thornburg, esperta di medicina materna fetale, è specializzata nella cura delle gravidanze ad alto rischio e svolge attività di ricerca su obesità e gravidanza presso l’Università di Rochester. Nello studio spiega tutto quello che una futura mamma in sovrappeso dovrebbe sapere, sfatando luoghi comuni e confermando che il binomio gravidanza e obesità crea non pochi problemi.

Mito o realtà?

Molte donne obese hanno carenze vitaminiche: vero.
Paradossalmente, nonostante l’eccessivo apporto calorico, molte donne obese sono carenti di vitamine e micronutrienti essenziali per una gravidanza sana: il 40 per cento è carente di ferro, il 24 per cento di acido folico e il 4 per cento di vitamina B12. Ciò è preoccupante, perché alcune vitamine, come l’acido folico, sono molto importanti prima del concepimento, abbassando il rischio di problemi cardiaci e difetti della colonna vertebrale nei neonati. Il calcio e il ferro, poi, sono necessari durante la gravidanza per la crescita del feto. Thornburg sottolinea che le carenze vitaminiche hanno a che fare con la qualità della dieta, non la quantità. Le donne obese tendono a stare alla larga da cereali, frutta e verdura, proteine magre e carboidrati di buona qualità, mentre consumano spesso cibi più elaborati, ad alto contenuto di calorie ma di basso valore nutritivo.

Le donne obese devono guadagnare almeno 6 chili durante la gravidanza: mito
Le più recenti indicazioni per l’aumento di peso gestazionale nelle donne obese sono passate da “almeno 6 chilogrammi” a “4-9 chilogrammi.” Secondo una ricerca, le donne obese con eccessivo aumento di peso durante la gravidanza vanno incontro a un rischio molto elevato di complicazioni, tra cui un parto pretermine, parto cesareo, fallimento dell’induzione del travaglio, neonati grandi per l’età gestazionale e lattanti con basso livello di zuccheri nel sangue. Se una donna inizia la gravidanza in sovrappeso o obesa, limitando un ulteriore aumento di peso può effettivamente migliorare la probabilità di una gravidanza sana, sottolinea Thornburg.

Il rischio di parto spontaneo pretermine è più alto nelle donne obese rispetto alle non obese: mito. 

Le donne obese hanno una maggiore probabilità di parto pretermine indotto per motivi medici, come il diabete materno o la pressione alta. Ma, paradossalmente, il rischio di parto spontaneo pretermine – quando una donna entra in travaglio per motivi sconosciuti – è in realtà il 20 per cento più basso. Non c’è una spiegazione unanime per questo dato, ma Thornburg riferisce che gli studi suggeriscono un ruolo dei cambiamenti ormonali nelle donne obese, che possono ridurre il rischio di parto spontaneo pretermine.

I tassi di allattamento al seno sono alti tra le donne obese: mito.
I tassi di allattamento al seno sono bassi tra le donne obese: solo l’80 per cento comincia a praticarlo e meno del 50 per cento continua oltre i sei mesi, anche se è associato a una minor ritenzione di peso dopo il parto e dovrebbe essere incoraggiato in quanto benefico per la salute di entrambi, mamma e figlio. Thornburg riconosce che può essere difficile per le donne obese allattare al seno. Spesso a loro serve più tempo per produrre latte e possono avere una produzione inferiore (la dimensione del seno non ha nulla a che fare con la quantità di latte prodotto). Il parto pretermine indotto può provocare separazioni prolungate di mamma e figlio se quest’ultimo viene trasferito in un reparto di terapia intensiva neonatale. Questo, unito al più alto tasso di complicazioni materne e di parto cesareo nelle donne obese – fino al 50 per cento in alcuni studi – può rendere più difficile il successo dell’allattamento al seno. Thornburg però insiste sull’importanza di provarci: un allattamento parziale o di breve durata è sempre meglio di niente.

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