SALUTE

Il placebo che salva la vita

SALUTE – Supponiamo di avere un gruppo di pazienti con problemi di cuore, per esempio uomini e donne di circa 60 anni con insufficienza cardiaca. Supponiamo che a queste persone sia stato prescritto un farmaco, magari un beta-bloccante, in grado di migliorare la funzionalità cardiaca. Supponiamo di andare a vedere che cosa è successo ai nostri pazienti tre anni dopo la prescrizione del farmaco e di osservare che – purtroppo – alcuni sono morti. Supponiamo infine di analizzare i dati del campione e di scoprire che la mortalità è stata più elevata tra coloro che non hanno preso con costanza il farmaco. Un risultato del genere non ci sorprenderebbe, giusto? In fin dei conti, è normale pensare che assumendo come previsto un farmaco pensato apposta per far funzionare meglio il cuore, la probabilità di morire per un problema cardiovascolare sarà più bassa .

Bene, adesso rifacciamo tutta la fila di supposizioni, sostituendo il farmaco con un placebo, cioè con una pillola di zucchero. Ebbene, si ottiene esattamente quello che avevamo immaginato: la mortalità è inferiore tra i pazienti che lo hanno assunto con regolarità. Lo strano fenomeno è descritto su Contemporary Clinical Trials da un gruppo di ricercatori californiani che hanno analizzato i dati relativi allo studio clinico BEST, uno studio randomizzato in doppio cieco condotto diversi anni fa per valutare la sopravvivenza di pazienti con insufficienza cardiaca in terapia con un beta-bloccante.

I ricercatori hanno lasciato da parte i pazienti che avevano assunto il farmaco vero e si sono concentrati su quelli a cui era stato assegnato il placebo (e che naturalmente non sapevano di essere in terapia con un principio del tutto inerte). Valutando la situazione dopo tre anni di “trattamento”, hanno osservato che la mortalità era molto più bassa (-39%) nei pazienti che avevano assunto almeno il 75% delle pillole previste. Con meno pillole, invece, la mortalità aumentava.

L’effetto in realtà non è del tutto nuovo: gli stessi autori lo avevano già osservato e ne parlano anche altri studi: perché questo accada, però, è ancora un mistero. Per dirla con i ricercatori: “Non c’è una chiara spiegazione del perché una miglior aderenza a una pillola inerte dovrebbe essere associata a una riduzione del 39% del rischio di mortalità”.

Si tende, insomma, a escludere un rapporto causa-effetto, visto che il placebo è farmacologicamente inerte. Certo, in ballo potrebbero esserci alcuni fattori confondenti: potrebbe darsi, per esempio, che le persone che mostrano maggior aderenza alla terapia abbiano anche uno stile di vita più sano in generale e dunque più protettivo (magari fumano meno, mangiano meno grassi, fanno più attività fisica e così via). Anche prendendo in considerazione tutti questi fattori, però, il risultato non cambia.

Un ‘altra possibilità è che l’insolita associazione dipenda da un tipo particolare di fattore confondente detto tempo-dipendente: può darsi che ci sia un elemento nascosto che comporta sia una minor aderenza alla terapia sia una mortalità più elevata. Questo potrebbe verificarsi nel caso di una malattia comunque fatale, e per di più accompagnata da qualche limitazione che ostacola l’assunzione regolare dei farmaci. Questo effetto è un po’ più difficile da valutare: gli aggiustamenti fatti dagli studiosi suggeriscono che non sia neppure questa la causa, ma è vero che non può essere del tutto esclusa.

E allora? Finale aperto: «La spiegazione alla base di questa associazione rimane misteriosa», commentano gli autori nelle conclusioni. Di sicuro serviranno altre indagini per capire meglio.

Immagine: Erix! / Flickr /CC

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

8 Commenti

  1. cos’è una novità? queste cose qui le sapeva anche mio nonno.
    A Pacifici dico: invece di chiedersi cosa ne penseranno gli omeopati perchè invece non si chiede cosa vuol dire e che ripercussioni dovrebbe avere sulla visione scientifica e medica convenzionale queste ricerche?

  2. Viene in mente che, tra la pulsione di morte e il desiderio di vita, chi prende il framaco o il placebo regolarmente manifesti una prevalenza del secondo, chi lo prende irregolarmente manifesti invece una situazione ancora “dialettica tra le due istanze.
    Un altra ipotesi invece potrebbe essere che ci sia ancora da investigare sull’attività terapeutica dello zucchero, che di solito è componente di base dei placebo come dei granuli omeopatici.
    Io da goloso propendo per la seconda, ma temo che la prima sia più aderente alla realtà

  3. @Federico
    E’ molto semplice: la visione scientifica e medica convenzionale, come la chiama Lei, nel tempo si evolve diventando più rigorosa nel metodo, più chiara nei risultati e più affidabile nelle applicazioni diagnostiche e terapeutiche. Il resto appartiene all’aneddotica e a chi se ne accontenta.

  4. @Pacifici, credo che se in nostri amici omeopati lo leggessero la loro conclusione sarebbe. “Ma allora il placebo funziona!!”.

    Non credo però che la cosa sia “tanto misteriosa”.
    I malati con insufficienza cardiaca devono seguire, oltre ad una terapia medica, una dieta molto stretta. Quello che è probabilmente capitato, è che chi prendeva regolarmente le medicine, seguiva anche la dieta più rigidamente e faceva più esercizio (e sappiamo che sono fattori molto importanti). Gli autori hanno valutato il livello di lipidi dei pazienti o il diabete, ma da quanto leggo mi sembra che la regolarità con la quale i pazienti seguivano la dieta o facevano esercizio non è stata registrata. Infatti dicono:
    “The data contained relatively little information about potentially important lifestyle factors such as exercise, diet, and psychological states; hence, residual confounding may be present despite the extensive multivariate modeling.”
    Sarebbe comunque molto interessante vedere se questo effetto si ritrova in malattie dove la terapia non prevede cambiamenti dello stile di vita, questo si sarebbe veramene misterioso.

  5. Cosa significa di preciso
    “Certo, in ballo potrebbero esserci alcuni fattori confondenti: potrebbe darsi, per esempio, che le persone che mostrano maggior aderenza alla terapia abbiano anche uno stile di vita più sano in generale e dunque più protettivo (magari fumano meno, mangiano meno grassi, fanno più attività fisica e così via). Anche prendendo in considerazione tutti questi fattori, però, il risultato non cambia.”?
    Mi piacerebbe capire quali sono gli strumenti statistici per “togliere” l’effetto di associazione
    stili di vita protettivi propensione all’assunzione di farmaci prescritti

    Come fanno? a me pare impossibile.

    In un prossimo articolo ci spiegate come fanno?

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